Con una frase sola e’ riuscito a sgretolare tutta la sua credibilità politica lunga 25 anni e passata per il declino delle ideologie. Nato democristiano, confluito in Forza Italia poi alla Lega Nord per qualche lite con i vertici provinciali azzurri. Approdato in consiglio regionale grazie a un fortunato porta a porta che gli ha fruttato la miseria di 408 preferenze. Con quella frase di natura omofoba in cui ha messo insieme una progenie gay ed una caldaia e’ diventato l’ometto nero del consiglio regionale. E il giorno dopo, grazie ad una riuscita metafora del direttore del Secolo XIX Alessandro Cassinis, si è guadagnato anche l’ambito titolo di minchione ad honorem. E non tanto per le sue parole messe sotto accusa, quanto per la strampalata difesa, grazie alla quale al sentimento di non accettazione avrebbe dovuto sostituirsene uno di segno opposto. Peso il tacon del buso sottolinea un detto popolare veneto, peggio il rattoppo del buco. Perché è stato proprio il “tacon” a fare imbestialire i consiglieri dell’opposizione. E per quelli passi, sono politici e recitano ogni giorno una parte. Ma a sentirsi offesa e’ stata l’opinione pubblica, e ancor di più i diretti sbertucciati, presenti alla performance del leghista. Gli aderenti all’associazione genitori con figli gay.
Poteva finire con tante scuse, e invece la vicenda, nata in piena campagna per le unioni civili, è deflagrata. Prima una richiesta di dimissioni, poi una seduta monotematica in cui De Paoli ha ribadito di aver pronunciato la frase in negativo e di essere stato frainteso. È lui ancora ci ha messo il carico dicendo che aveva già chiesto scusa e auspicando che la vicenda terminasse e in quella sede si riprendesse a parlare di cose più importanti. Probabilmente è fatto così, De Paoli. Un uomo semplice seduto alla mensa di chi è solito centellinare le parole. Ma non era ancora finita. Perche’ c’è stata la richiesta di una inchiesta alla ricerca di testimoni che avessero ascoltato o letto il labiale del consigliere, e qualche estemporaneo distinguo sul luogo del pronunciamento sotto accusa per capire se il consigliere fosse in privato o nel pieno dello svolgimento delle sue funzioni. Infine l’assoluzione della maggioranza e la richiesta del capogruppo del Pd e del rappresentante di Rete a Sinistra di una sanzione nei confronti di De Paoli comminata dal presidente del consiglio regionale. E in conclusione anche la denuncia in tribunale da parte delle famiglie offese. Il tutto per lo svolgersi di alcune sedute in cui le attenzioni sono state rivolte quasi esclusivamente ad una frase che potrebbe anche essere stata intesa nel modo opposto. Certo, anche se De Paoli avesse detto “Se avessi un figlio gay non lo metterei dentro a una caldaia” non avrebbe dimostrato grande sensibilità. Eppero’, soltanto un fesso potrebbe dire una cosa simile di fronte a tante persone che hanno accettato la diversità di genere del figlio. Ma da questo momento in poi De Paoli, o per De Paoli, si è costruito il personaggio del provocatore. Del resto è un esponente del partito di Salvini che spesso certa stampa, fra questione zingari e accoglienza, e’ andata a nozze nel descrivere come una fazione pseudo-nazista. Come se in tutta Europa, la destra non avesse tradotto in iniezione vitaminica la questione dei migranti. A volte, pero’, risulta più semplice navigare in superficie piuttosto che interrogarsi a fondo sui problemi. Meglio fermarsi agli enunciati che individuare il modo per risolverli. E così, per sua sfortuna, avendo suscitato un clamore superiore alle sue possibilità, il De Paoli e’ diventato il simbolo di ogni male. Come se si trattasse del capro espiatorio o dei famosi giochi con cui i romani rincoglionivano il popolo. Fino a costruirgli un martirio con un De Paoli che avrebbe detto che la frase sotto accusa gli procurerebbe mille voti in più. Fra l’altro con elezioni talmente lontane. E ancora con reportage giornalistici con foto della famiglia al famili day, accanto al gonfalone della Regione o di lui abbracciato a Maroni. Come se essere contro le unioni civili volesse automaticamente dire, per la fazione opposta, schierarsi dalla parte dei criminali. Perciò se proprio lo si voglia etichettare come Minchione, sia pure, ma soltanto per non aver compreso quanto in certi momenti di pacifica guerra civile la faziosità riesca ad ottenebrare il cervello degli italiani. Politici e non. Proprio come se si trattasse di tifo da gradinata, portato avanti non da semplici supporter ma da pattuglie di ultras.
E così, tanto per avere sempre un pianista su cui sbizzarrirsi e metaforicamente sparare Giovanni De Paoli si è ritrovato a sua insaputa, a sostenere la parte della vittima sacrificale. Marchiato, per ironia della sorte, addirittura peggio di quei politici che avrebbero approfittato del finanziamento ai partiti per togliersi un po’ di sfizi. Per la morale comune a una parte dei consiglieri regionali, peggio la frase sconclusionata, ancorché potenzialmente omofoba di De Paoli, che quei colleghi che, senza farsi troppi problemi, hanno distratto e utilizzato per se’ i soldi dei contribuenti. Ma, si badi bene, ancora meglio per tutti ignorare l’allegria consumistica grazie ai soldi degli altri che ha percorso trasversalmente quasi tutti i gruppi del consiglio regionale. Riconoscerla avrebbe voluto dire, magari, portare in aula qualche accenno di autocritica. Più facile nascondersi dietro al dito dell’appartenenza di alcuni inquisiti alle passate legislature. Non parlarne e distrarre l’attenzione puntando su un’altra vittima ma isolata. Con quella ferocia tipica del branco di lupi, che divide e poi azzanna. Dal non aver inteso tutto questo e non dalla strampalata giustificazione, secondo me, nasce la fortunata immagine della solitudine del minchione. Un minchione sbranato da quella stessa casta a cui da semplice qual è non è in grado di appartenere. Minchione per non aver capito, prima di pronunciarla, che cosa avrebbe scatenato quella frase. Minchione perché magari De Paoli pensava di aver fatto una battuta. Una battuta fuori posto. Ma che cosa si può pretendere dialetticamente da parte di un politico che ha nel suo palmares 25 anni di consiglio comunale a Varese Ligure? E che nelle ultime elezioni regionali si è sfiancato nel porta a porta raggranellando la bellezza di 408 voti? Magari si potrebbe pretendere la lungimiranza del silenzio. Ma anche quella sarebbe stata una dimostrazione di arguzia politica.
E se invece quella frase, nella sua assurdità, l’avesse pronunciata davvero in negativo? Come un padre che, pur sconcertato, facesse prevalere l’amore per il figlio. E se magari proprio con una frase simile, con rozzezza, avesse cercato di guadagnarsi le simpatie di un mondo che significa più di mille voti?
Del resto nella sua famiglia non sono a conoscenza di passate reazioni omofobe. Dunque perché offendere gratuitamente e senza motivo quelle famiglie? Più ci penso e più mi sembra la montatura di un caso. La vittima di una crociata. Una strega bruciata sul rogo in odor di inquisizione.
Tutto questo mi è passato per la testa stamane. Già sabato, a dire la verità, avevo sentito un certo prurito. La dea della vendetta Raffaella Paita – ma quante situazioni ha ancora da sanare, da Cofferati a De Paoli – e’ insorta perché De Paoli era stato designato a rappresentare la Regione con tanto di gonfalone in occasione della cerimonia per i martiri di Cravasco.
Dopodomani ricorrono i 71 anni dalla fucilazione di 17 prigionieri politici portati dal carcere di Marassi a Cravasco per essere uccisi. Trucidati nel posto dove una brigata di partigiani aveva ucciso in un’imbosacata 9 tedeschi. Cosicché mischiarela sacralita’ dell’Anpi con un rappresentante istituzionale sotto processo è in odor di omofobia sembrava potesse essere una provocazione, anzi un sacrilegio bello e buono. Le opposizioni hanno segnalato il paradosso e il presidente del consiglio Francesco Bruzzone, in accordo con il presidente Toti, ha designato in sostituzione il consigliere del Pd Pippo Rossetti.
Anche in questo caso devo segnalare l’insipienza di alcuni nostri politici di lungo corso che di fronte alla comodità di non dover disturbare nessuno nella giornata festiva hanno preferito indicare come rappresentante istituzionale una persona che comunque avrebbe partecipato a quella cerimonia. Ma sin qui tutto bene, grazie al ravvedimento tardivo. Anche se volendo entrare nel merito della provocazione di cui si è parlato non la capisco. Avrebbe potuto esserci una provocazione se De Paoli fosse stato inviato a rappresentare l’istituzione a un raduno gay, al gay pride, per esempio. Invece doveva intervenire ad un celebrazione della Resistenza. E francamente non riesco a trovare un nesso fra le due cose e quindi non vedono che cosa consisterebbe la provocazione. Evidentemente il suo è ormai diventato un marchio un infamante che il leghista e’ destinato a portarsi dietro per i secoli. L’ometto nero che tutti scartavano. Appunto.
Tuttavia De Paoli ieri ha partecipato egualmente alla cerimonia. Senza voler disturbare nessuno e’ andato a sedersi nelle ultime file. Ma nemmeno così è andata bene. Si è parlato di una ulteriore provocazione. Eppure il povero leghista, precedentemente, a qualche celebrazione dello stesso tipo deve aver partecipato visto che, pur essendo descritto come di estrazione democristiana aveva confidato tempo fa di avere una storia familiare legata alla resistenza. E nonostante questo contro lè insorto anche l’ex presidente del consiglio regionale Mino Ronzitti contro la sua presenza. Strano, per un uomo che in passato ha dato prova di equilibrio unito ad un notevole senso dello stato, insignito dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la carica di grande ufficiale al merito della Repubblica e attualmente presidente dell’istituto ligure della storia della Resistenza. Percio’ anche la reazione di un uomo con un grande senso istituzionale come Ronzitti stupisce. Un tempo, come presidente del consiglio regionale, aveva sostenuto le ragioni dei Giuliano-Dalmati e partecipato alla cerimonia delle Foibe, cosa impensabile, sino a un decina di anni prima, per un esponente di lungo corso del Pci. In quell’occasione il buon senso e la tolleranza avevano avuto la meglio sulle ragioni delle fazioni. Ma evidentemente nel nostro paese e a maggior ragione in questo periodo di grande conflitto fra i partiti, le reazioni possono cambiare a seconda di quale camicia si stia indossando.
Comunque al di là delle singole proteste questa volontà di far assurgere De Paoli dal ruolo di minchione a quello della vittima predestinata, a cui quasi quasi vengono negate le prerogative costituzionali di avere libertà di frequentazioni e deambulazione, farà certamente discutere, creando confusione su confusione e ancora tante parole sulla vittima sacrificale. Sempreche’ l’epiteto che gli è stato cucito addosso ad arte, quello del minchione, non appaia estensibile anche a chi, consciamente o meno, continua a cavalcare faziosamente una polemica senza fine e ormai senza sens0. Ancorche in attesa del pronunciamento della sentenza del tribunale. Tanto è che anche noi come il De Paoli, desideroso di uscir di scena, sproneremmo i membri del consiglio regionale a non incanalare tutte le proprie forze su nuove futili contrapposizioni e a confrontarsi su problemi più importanti per la Liguria.
Dimenticavo, due giorni fa, provocazione per provocazione, avrei voluto lanciare proprio De Paoli come testimonial della festa del papà. Ma non era politically correct e ho preferito rinunciare. Ho pensato di proporlo, un giorno ove se ne presentasse l’occasione, per la festa del minchione. Chissà che qualcuno, in un paese in cui ormai ogni giorno dell’anno viene dedicato ad una ricorrenza, non ne senta la mancanza. Del resto lo stuolo dell’esercito che a lui potrebbe rifarsi pare essere in grande e costante ascesa
Il Max Turbatore
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