Cronache della galassia – Sipario – VII episodio
di Luca Giannini
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«Sì, perché io sono un’istintiva e certe cose le capisco subito. E si vede come lui sta dalla parte di quella gente, come sa cogliere il loro sguardo. Mica come quell’altro americano falso… Come si chiamava? Mac… Ma a me non me la fanno. C’era qualcosa che non mi convinceva, ma non riuscivo a esprimerlo. Quello lì è tutto costruito. Secondo me li metteva in posa. Mentre invece vedi la sua naturalezza. Non c’è niente di pensato, nella sua fotografia.»
«E sei andata a vedere il film che gli ha dedicato quel regista…»
«Certo, appena è uscito la settimana scorsa: un capolavoro.»
«Però è un po’ lungo.»
«Sì, ma non te ne accorgi neanche. Poi hanno fatto tutto in tre, ti rendi conto? È così potente…»
«L’altra sera sono andata a teatro a vedere… come si chiama? Il Roberto…»
«Non era Filippo? Sì, ma tanto con tutte quelle regine non si capiva nulla. Una musica assolutamente di-vi-na. Peccato i cantanti.»
«Non sapevo che ti intendessi di lirica.»
«Ma cara, sulla lirica non me la dà a bere nessuno. Pensa che ho l’abbonamento. Comunque io una bella voce la so riconoscere subito.»
«E qualche mese fa? Te lo ricordi il concerto di VVF? Che meraviglia…»
Amico mio, questi due dialoghi registrati nel quasi buio dei teatri ti raccontano la crosta di questa città. Molti la credono morta proprio perché la crosta è spessa, dura come quella di una vecchia ferita, ed è la prima cosa che vedi. Ma sono solo cellule vecchie, morte, che non sanno più guardare o ascoltare. Continuano a parlare ma lo vedi che sono sempre più nere. Parlano tra loro, senza occhi per il basso o per l’alto. Parlano senza più nulla da dire, per confermare la propria esistenza.
Sotto, ne sono convinto, c’è un brulichio di cellule nuove che si danno un gran daffare. Loro faranno saltare la crosta.
In effetti, il concerto del Vecchio Violinista Famoso, accompagnato dal maestro Belli Capelli, fu un successone. Mi ci portò una delle cellule vive di cui ti dicevo, Pappo. Mi convinse con l’inganno, ma fu un’esperienza illuminante.
VVF e BC entrano strusciando i piedi, come avessero le pattine perché la nonna ha dato la cera. Alla fine VVF si esibisce nel suo pezzo di bravura, arrivando a saltare quattro battute di fila, inseguito da BC che lo copre alla disperata. Charlie Chaplin e Buster Keaton. Giro gli occhi verso il pubblico: il teatro è pieno. Quattro ragazzi si guardano increduli e si chiedono che cavolo stia facendo. Ridacchiano. Ma VVF ha fretta, deve prendere l’autobus o teme che gli si freddi la minestra. Fine del concerto. Pubblico in delirio, standing ovation. VVF e BC, pattine ai piedi, si ritirano.
Pappo e io abbiamo un momento di ilarità che dura un’ora. Poi sprofondiamo nella disperazione. Pensiamo all’unisono: “Sipario. Su tutto, per favore”. E ci lasciamo prendere dalla certezza che questi siano gli ultimi giorni dell’umanità.
Ma no, dai. Il mio amico Aka avrebbe un finale diverso. Aka è un disegnatore folle, per ritmi e per le visioni che lo perseguitano e con le quali perseguita noi. Aka potrebbe riscrivere il finale, inventarsi un deus ex machina. Farebbe in modo che in ognuno di questi spettacoli irrompa Cazzostaiaddìeaffà Bbestia, il vendicatore. CB è un mostro di due metri e sessantasette senza tacchi. Occhi color cacca di labrador e capelli rosso fuoco. Un transgender della migliore tradizione orientale, che in una mano regge una sacca piena di rospi che fa ingoiare a chi parla a vanvera e che nell’altra stringe una scarpa tacco centododici con la quale randella tutti: attori, musici, cantanti, estensori di pannelli esplicativi e, soprattutto, il pubblico, la crosta. Ululerebbe: “Non avete guardato, non avete ascoltato”, ma il suo grido sarebbe coperto dalle urla di terrore del pubblico. Sangue a fiumi, gente riversa con la bocca piena di rospi, teste sfondate dal tacco centododici.
Ora sì. Sipario.
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