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Genova tenebrosa, le carceri di Malapaga

Trattandosi di Genova una particolare attenzione a chi non rispettava accordi e contratti e soprattutto a chi non onorava i propri debiti era d’obbligo.

In una città “povera” di risorse e materie prime, circondata da una natura poco disposta a essere soggiogata, gli antichi “genuati” sin dall’inizio trovarono negli scambi e nei commerci con altri popoli il modo per sopravvivere. Ne derivava logicamente che chiunque infrangesse le regole fosse punito con la massima severità.

 

Tale sentimento e disposizione ebbero la loro evidente manifestazione fisica intorno al 1260 con l’istituzione di un carcere dedicato a chi era insolvente e ai cattivi pagatori: Malapaga. Se possibile, essendo di trecento anni prima, le condizioni abitative al suo interno erano ancora peggiori di quelle del Palazzetto criminale che arrivò tre secoli dopo.

 

Queste carceri si trovavano e le mura sono ancora ben visibili ora, nei pressi del Molo dietro alla caserma della Guardia di Finanza, dimenticate così come sono finite nell’oblio le drammatiche esperienze di chi sventuratamente finiva lì dentro. C’erano due piani: uno a terra senza finestre dove venivano rinchiusi i “poveri” ma non è escluso che una volta legati a pesanti catene al collo o ai piedi i detenuti venissero lasciati anche a cielo aperto in balia degli agenti atmosferici e dei passanti che crudelmente potevano infierire su di loro.

Per le persone più agiate quelle, in sostanza, che avrebbero potuto risolvere i loro problemi in minor tempo c’erano i piani superiori. Non si può parlare di maggiore accoglienza ma i genovesi con la loro esperienza riconoscevano che qualche rovescio economico nella vita può capitare e soprattutto c’è sempre un parente pronto a commuoversi e ad anticipare per il consanguineo che una volta fuori avrebbe riassunto il suo status nobiliare e aristocratico che fosse.

Un particolare supplizio veniva applicato a questi poveri disgraziati si chiamava “da dò cu in ciappa” secondo l’antico genovese e consisteva in una variante della “corda”. La vittima nuda veniva alzata con una fune e poi veniva lasciata andare facendo sbattere le natiche su una dura lastra di pietra. Il supplizio era pubblico e la folla accorreva numerosa per assistere a una pena che ripetuta qualche volta poteva essere assolutamente devastante.

 

Non mancavano le frustate e altre pene ancora più gravi o lievi a seconda del danno che era stato perpetrato. Non molto lontano da lì, poi, avvenivano le impiccagioni e la prigione aveva un ruolo logistico assolutamente importante nella gestione delle esecuzioni. Le carceri furono chiuse intorno alla metà del 1800. Nel 1946 venne girato intorno alle storiche mura e ispirato alle atmosfere di una Genova immediatamente post bellica “Le mura di Malapaga” di Renè Clement con Jean Gabin e Isa Miranda. Il film vinse il premio Oscar come milgior film straniero nel 1951.

mura di malapaga

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