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Genova tenebrosa, i palazzi della tortura

Nella storia di Genova come abbiamo già raccontato in altri articoli non mancano capitoli oscuri, tristemente famosi per le sofferenze di chi ebbe la sventura di viverli. Per quanto la città sia sempre stata una delle più evolute e civili nel corso dei secoli, in epoche passate nella pratica della giustizia non era escluso il ricorso alla tortura.

 

L’uso della violenza per estorcere confessioni o punire avversari politici e militari ha caratterizzato soprattutto l’epoca medievale e moderna arrivando sino ai nostri tempi durante la seconda guerra mondiale con una tragica recentissima parentesi nel 2001, dopo il G8, nella caserma di Bolzaneto.

Sotto la lanterna si può passare oggi senza minimamente immaginarlo davanti a palazzi e luoghi che un tempo solo a nominarli facevano rabbrividire di paura. Uno di questi era il Palazzetto Criminale di via Tommaso Reggio.

palazzetto criminale1

 

Michelangelo Dolcino autore del fondamentale “I Misteri di Genova” ne traccia una descrizione molto attenta nei particolari. Il palazzo tutt’ora esistente è contiguo alla cattedrale di S. Lorenzo e a Palazzo Ducale e fu costruito tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600. Rimase in funzione per due secoli poi con il regno sabaudo le funzioni giudiziarie vennero spostate nel convento di S. Andrea mentre il palazzo fu adibito ad Archivio di Stato sino al 2004.

Nelle sue attività che lo resero tristemente noto fu attivo per quasi tre secoli ammantando quel luogo di leggende e colore piuttosto macabro. La strutta poteva contare su 32 celle e 18 “segrete”, 11 “palesi” e 3 dedicate al “gentil sesso”. Alle piccole finestre soltanto sbarre di ferro ma nulla per chiuderle, lasciando così i detenuti alla morsa degli agenti atmosferici, niente letti (introdotti solo nel ‘700) e dieta a pane e acqua.

Esisteva una stanza preposta alla tortura definita austeramente “examinatorio” e il metodo per estorcere confessioni una volta che il giudice lo riteneva opportuno era la “corda” oppure la “sveglia”.

 

La prima (tortura molto amata dai genovesi, almeno da quelli che l’applicavano) era quella di legare ai polsi l’interrogato e di alzarlo bruscamente con una corda non prima di avergli legato dei pesi ai piedi. La posizione comportava dopo poco tempo lo slogamento degli arti accompagnato da un lancinante dolore. Il secondo metodo che consentiva all’interrogato di appoggiare i piedi su un asse era leggermente meno doloroso. Infatti, mentre quest’ultima modalità poteva essere protratta all’infinito “la corda” non poteva durare più di mezz’ora secondo le leggi umanitarie del tempo. Nell’esecuzione il giudice “poneva in corso l’orologio” una specie di clessidra che teneva il tempo della durata del supplizio. Per non dare vantaggi all’interrogato, l’orologio veniva nascosto in modo tale che egli non avesse idea del tempo trascorso. Un medico detto “barberotto” constatava le condizioni del suppliziato il quale aveva solo due modi per interrompere la tortura: chiedere che gli fossero concessi i sorsi di vino stabiliti o se doveva andare in bagno per bisogni fisiologici. Comunque, la corsa dell’orologio era solo sospesa e il supplizio veniva ripreso dopo il breve intervallo. Il paradosso era che l’inquisito oltre che essere torturato veniva redarguito in quanto il suo mutismo poteva nuocere alla sua anima e era peccato farsi torturare inutilmente.

 

Dopo la tortura il condannato con le spalle lussate veniva riportato in cella e successivamente anche se aveva risposto nuovamente torturato per verificare che avesse detto la verità. Anche le celle nei secoli aveva assunto una loro personalità con dei nomi grotteschi che celavano le loro particolari comodità: una era detta la “Gentilona”, un’altra “Balorda” e poi c’era la “Balordetta”, la “Stella” il “Canto” e così via. ricordi tramandati da chi, e poteva considerarsi fortunato, usciva da lì vivo e tutto intero.

Perché oltre alla “corda” tra le punizioni esemplari inflitte vi erano le mutilazioni. La regola barbara prevedeva una pena così tremenda anche per “reati” non particolarmente gravi, almeno ai nostri occhi. Chi bestemmiava  ed era recidivo correva il rischio di farsi tagliare la lingua, ai “lenoni” ovvero agli sfruttatori della prostituzione potevano essere tagliate le dita, chi poi vendeva cibo avariato o bevande drogate potevano essere tagliati il naso e le orecchie e addirittura cavati gli occhi.

 

Il Palazzetto era anche perfettamente organizzato per le esecuzioni capitali. Il condannato trascorreva le sue ultime ore in una cappella e quindi veniva accompagnato nella sala delle esecuzioni dove veniva decapitato. Questo se aveva ottenuto che la sua esecuzione non fosse eseguita in un luogo pubblico.

 

Oggi si può passare davanti a quel portone per recarsi in una delle deliziose trattorie aperte recentemente in zona, se ci capita pensateci un momento a questa storia, avere la testa sul collo e tutto il resto al suo posto vi sembrerà per un attimo meno scontato di quello che è.

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