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Genova dimentica l’uomo che cambiò lo skyline della città mettendo i merli alle torri

Celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della morte in Portogallo, a Pavone e a Torino, dove le iniziative sono promosse anche dal Politecnico. A Genova, invece, niente.

D'Andrade_nel_Castello_di_Pavonedi Monica Di Carlo

A volerla semplificare molto, anzi moltissimo, è stato l’uomo che ha cambiato lo skyline della città mettendo i merli ghibellini alle torri (Embriaci, di Porta Soprana, di Porta dei Vacca), mettendo anche il “cappelluccio” piramidale al campanile di San Donato che ha poi ispirato il Matitone, curando la costruzione di Castello D’Albertis. Così, quando si arriva dal mare, le prime cose che si vedono sono proprio la sua “firma”. Nonostante questo, Alfredo D’Andrade (il suo vero nome era Alfredo Cesare Reis Freira de Andrade), di cui ricorre il centenario della morte (avvenuta il 30 novembre 1915 nella casa di via Peschiera, quando da due anni era cittadino italiano), viene celebrato nel suo paese natale, il Portogallo, a Torino, ma non sotto la Lanterna.
D’Andrade arriva a Genova giovanissimo a metà Ottocento, insieme al fratello Julio, assecondando una tradizione familiare. Il padre Antonio José lo spedisce qui per introdurlo al mondo degli affari. All’epoca, la nostra città era una scuola d’economia marittima. Lavora presso i fratelli Baratta, corrispondenti commerciali dei de Andrade. Visita diverse città d’Italia, si ammala e torna in patria, ma torna, riparte e torna ancora. Nel 1861 frequenta i corsi di prospettiva e architettura dell’Accademia Ligustica. Entra a far parte del gruppo dei pittori detti “i Grigi”, che dipingevano dal vero paesaggi naturali e intendevano richiamarsi ad una rappresentazione diretta del modello, sulle orme del realismo francese ed erano in contrasto con l’accademismo tradizionale. Presso l’Accademia ligustica è conservato un quadro di D’Andrade dal titolo “Il ritorno dai campi”.Nel 1864 si iscrive al corso di anatomia dell’Accademia Ligustica. In estate raggiunge Carlo Pittara a Rivara, luogo di riunione di pittori paesaggistici. Un suo lavoro ad acquarello, Loggia del Palazzo Cambiaso, viene premiato con una medaglia d’argento dell’Accademia Ligustica. Il padre gli concede di disporre del lascito testamentario del nonno Bento (Benedetto) e il permesso di trasferirsi stabilmente in Italia. Nel 1865 si trasferisce definitivamente in Italia, insegnando ornato e dedicandosi al rilievo di edifici storici. Grazie a queste attività, matura una profonda conoscenza degli edifici di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, dimostrando particolare interesse per quelli del periodo medievale. Diviene Sovrintendente alle Belle Arti di Liguria e Piemonte e dirige tutti i restauri di chiese e castelli effettuati sino al 1915 in queste regioni, tra cui quello della strabiliante Sacra di San Michele, oggi monumento simbolo del Piemonte. Costruisce il Borgo Medievale di Torino, al Parco del Valentino, in seno all’Esposizione generale italiana del 1884. Il Borgo costituisce una delle sue opere di maggiore rilievo ed è per questo che viene ricordato a Torino. Nel frattempo, si era trasferito a Sori e aveva sposato Costanza Brocchi, la quale, nel 1885, aveva acquistato il castello di Pavone Canavese. dove ora entrambi riposano.
Tra le tante cose fatte in Italia,

  • La Porta Soprana nella cerchia delle Mura del Barbarossa (romanico, XII secolo)
  • palazzo San Giorgio (XIII secolo)
  • Chiesa di San Donato (romanico, XII secolo)
  • Chiesa di Santo Stefano (romanico, XI secolo, e successive aggiunte gotiche); il restauro di questa fu ultimato da Carlo Ceschi e fu vanificato dal bombardamenti della seconda guerra mondiale, dopo la quale la chiesa fu ricostruita e recuperata.
  • Chiesa di San Bartolomeo di Promontorio a Sampierdarena (romanico, XII secolo)
  • Ruderi del Monastero di Valle Christi Rapallo (Genova) (gotico, XIII secolo)

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Ecco De Andrade all’interno di Porta Soprana, che liberò dagli edifici e dall’intonaco che la soffocavano.

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All’epoca, Porta Soprana si apriva su vico dritto Ponticello, delimitato dalle case. Tra le due torri, sul camminamento, era stato realizzato un edificio che per qualche tempo fu casa del boia (i condannati a morte passavano proprio lì sotto andando verso l’esecuzione) e che fu abbattuto dallo stesso D’Andrade.

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Mise mano anche alla chiesa di San Donato aggiungendo elementi, come il protiro sulla facciata, ispirato a quello di San Lorenzo. Per aggiungere, aggiunse un bel po’, confrontando e ricostruendo secondo come erano fatte altre chiese. Interventi che oggi, presumibilmente, farebbero inorridire qualsiasi storico, ma che all’epoca erano arricchimento “in stile”. Poi, cominciò a “pensare” il campanile, che all’epoca si presentava così.

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Lo alzò, aggiunse l’ultimo ordine di pentafore (di cui non esiste alcuna rilevanza archeologica), cambiò diverse volte idea sul tetto fino ad aggiungere la cuspide.

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Da notare quanto il “Matitone” di Sampierdarena sia simile alla torre nolare di San Donato.

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Intervenì anche su Palazzo San Giorgio e, per la precisione su tutta la parte più antica e sulle principali sale, fra cui, come la denominò lo stesso d’Andrade, la scenografica Sala del Capitano del Popolo. Rimodellò l’intera ala medioevale in maniera, anche questa volta, largamente interpretativa: vennero eliminati alcuni dei corpi di fabbrica aggiunti in varie epoche e riportato alla luce il paramento originale, liberandolo dagli intonaci che vi erano stati aggiunti. Questa opera di restauro, in sintonia con il gusto neo-gotico dell’epoca, evidenziò i caratteri medievali dell’edificio, sia pure in maniera un po’ forzata, accentuando il dualismo tra l’antica sede del comune, rivolta verso la città, e la parte rinascimentale dell’edificio, rivolta verso il porto, emblema stesso della repubblica aristocratica e dei suoi traffici marittimi. Anche il restauro degli ambienti interni più rappresentativi (Sala del Capitano, Sala dei Protettori, Manica Lunga) rispecchiò il gusto dell’epoca; queste sale sono infatti solo ricostruzioni ipotetiche del palazzo medievale, come sono state immaginate dal D’Andrade, che fece ampio ricorso agli azulejos della tradizione genovese e portoghese. Genova e il Portogallo all’epoca erano legati dai traffici marittimi.

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Lavorò per il capitano D’Albertis alla costruzione della dimora di Montegalletto, realizzata con un gusto del collage architettonico in grado di mescolare castelli valdostani e palazzi fiorentini. Il castello si richiama prevalentemente allo stile medioevale non disgiunto dal revival in auge nell’Ottocento e riguardante l’architettura neogotica e appunto neomedioevale. Fu edificato dagli ingegneri Graziani e Francesco Parodi, con gli scultori Allegro e Marc’Aurelio Crotta (per la parte decorativa) e con la supervisione dell’architetto Alfredo d’Andrade sui resti delle antiche fortificazioni trecentesche e poi rinforzate nel XVI secolo (la torre a pianta quadrata era stata sostituita dal bastione cinquecentesco).

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Non bisogna dimenticare che D’Andrade arrivava dal Portogallo, dove nel 1840, a Sintra, era stato costruito il “Palacio da Pena”, ancora più onirico di castello D’Albertis , in cui “convivono” vari stili: gotico, manuelino, arabo, rinascimentale, barocco.

Sintra, Portugal, Palacio da Pena

Alla fine di ottobre, il centenario della morte dell’architetto, artista restauratore è stato celebrato con un convegno al consolato italiano di Oporto e, quindi, a Lisbona, al Museu Nacional de Arte Antiga, dove ci sono riversi reperti genovesi, tra i quali una bellissima sedia-trono. Le celebrazioni lusitane sono state organizzate in collaborazione col Politecnico di Torino. Nel capoluogo piemontese e nel castello di Pavone, D’Andrade sarà ricordato i prossimi 20 e 21 novembre, a cura del Comitato Alfredo de Andrade e, ancora una volta, del Politecnico.
L’I.C.S. International Communication Society in collaborazione con Il Comitato europeo Alfredo d’Andrade, nell’ambito del programma europeo “Il Filo di Arianna” organizza il festival “il Piemonte dopo l’Expo – Ripartire dall’identità europea dell’architetto Alfredo d’Andrade per la valorizzazione del territorio”. Come filo conduttore, il Comitato scientifico dell’Associazione I.C.S. in collaborazione con enti pubblici e privati, ha individuato il Medioevo Revival, del quale rimangono testimonianze in tutta Europa, e Alfredo D’Andrade, uno degli esponenti eccellenti di tale corrente di pensiero che ha permeato la cultura in tutte le sue accezioni. Questo il link al programma http://www.confindustriacanavese.it/aic/it/Dettaglio-News.aspx?id=1092
A Genova, invece, niente.

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