San Francesco di Castelletto, la chiesa che non c’è più ma non scompare

sfjdi Monica Di Carlo

La chiesa che non c’è più non scompare. Ha lasciato, infatti, molte tracce di sè. Ci sono i bronzi del Giambologna della tomba Grimaldi conservati nell’ex convento dei Gesuiti, oggi palazzo dell’Università, in via Balbi 5; c’è quello che resta del gruppo marmoreo della tomba Margherita di Brabante, moglie del re del Lussemburgo, morta di peste proprio a Genova fra 13 e 14 dicembre 1311, quando aveva solo trentasei anni; ci sono alcune delle colonne ormai parte di un edificio ottocentesco, ci sono due ali dello strabiliante chiostro divise in due diversi edifici (uno è la scuola Daneo); ci sono i resti di una tomba nel percorso dei musei di Strada Nuova, ci sono ancora i toponimi (via ai quattro canti di San Francesco e salita San Francesco) che sono sopravvissuti, come ricorda Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio e appassionato di storia, all’enorme edificio da cui hanno preso il nome. La chiesa e il monastero di San Francesco si trovavano sotto il Castelletto (anche quello scomparso, lasciando il nome alla spianata rimasta dopo la sua demolizione e al quartiere). Era rivestita di marmo chiaro e pietra di promontorio. Era lunga 76 metri e larga 25.
Il convento fu fondato nel 1230, solo quattro anni dopo la morte di San Francesco e due anni dopo la sua canonizzazione. Nel 1250, quando fu iniziata la costruzione, papa Innocenzo IV concesse il permesso per le sepolture, e molti genovesi ricchi scelsero per questo San Francesco come loro ultima dimora. Tra questi, Andrea Fieschi, un fratello del papa e importante benefattore per il programma di costruzione dell’edificio religioso.
Nel 1311 la chiesa acquisì un elemento distintivo in più. La statua funeraria di Margherita di Brabante è dell’importante scultore Giovanni Pisano che la realizzò tra il 1312 e il 1313. Il sepolcro (che doveva essere alto più di dieci metri) ci è pervenuto gravemente mutilato. Subì un primo danneggiamento tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, quando, a causa della demolizione dell’abside, ne furono ridotte le parti componenti per trasferirlo nel transetto, che vennero poi definitivamente disperse dopo il 1789, con la laicizzazione della chiesa, allorché tutto il suo patrimonio scultoreo fu venduto o distrutto. Si deve allo scultore Santo Varni il rinvenimento, nel 1874, dei noti frammenti dell’”Elevatio animae” nella villa Brignole Sale di Voltri. All’inizio degli anni Ottanta del Novecento, alcuni studiosi ne individuarono altri pezzi (la Giustizia, la testa della Temperanza, un dolente e la Vergine col bambino), oggi tutti conservati nel Museo di S. Agostino a Genova.
Cinquant’anni anni dopo, fu sepolto lì anche Simon Boccanegra, prima doge di Genova. Il volto della statua (decisamente meno pregevole rispetto a quella di Margherita e senza quella tridimensionalità, quel movimento che caratterizzavano) è stato realizzato utilizzando la maschera funeraria in cera, realizzata subito dopo la morte, ed è dunque proprio quello del doge.
Il punto debole di chiesa e convento era la posizione vulnerabile, vicino alla fortezza di Castelletto, tanto che tra il 1505 e il 1537 i frati abbandonarono San Francesco per paura di un attacco.
Truppe imperiali saccheggiarono la chiesa nel 1522. Verso la metà del sedicesimo secolo i frati cominciarono la ristrutturazione. L’abbellimento degli interni procedette lentamente fino a quando fra Giovanni Battista Fornari si mise alla guida dei cantieri. Fu in questo periodo, esattamente nel 1579, che il Giambologna ricevette l’incarico per la Cappella Grimaldi. Nel frattempo, Strada Nuova (oggi via Garibaldi), divenne una strada residenziale alla moda per la nobiltà genovese.
Ansaldo Grimaldi, uno dei più grandi soci del Banco di San Giorgio, fece donazioni consistenti al monastero che a sua volta promise una messa ogni anno e per sempre in occasione del suo compleanno, il 20 novembre. Nel 1579, Luca Cambiaso completò l’Ultima Cena che era stata commissionata da Francesco Grimaldi per il refettorio del monastero.
Circa due secoli dopo, sotto il governo napoleonico, i francescani furono soppressi come tutti gli ordini. La chiesa e il convento furono espropriati dal governo e la chiesa fu gradualmente spogliata da marmi, bronzi, e dipinti. Il processo di demolizione fu completato nel 1820. Suddiviso in lotti, lo spazio venne diversamente destinato: parte del convento – tra cui due bracci del chiostro – vennero inglobati in edifici di civile abitazione, mentre della chiesa vennero distrutte due navate (per realizzare il giardino a monte di Palazzo Bianco e per riquadrare Palazzo Tursi). La terza fu inglobata in un edificio adibito ad affitto. I resti sono ora visibili dal giardino retrostante Palazzo Bianco, in particolare le colonne e parte delle arcate che dividevano la navata centrale da quella sinistra, mentre resti di una cappella sepolcrale sotterranea sono visibili nel passaggio di collegamento tra Palazzo Bianco e Palazzo Tursi, nell’ambito del percorso dei Musei di Strada Nuova.

Ecco video che racconta la storia della chiesa e mostra tutto quello che resta ancora in città del convento francescano e che si può ancora vedere.

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