La lunga scia di sangue del “Travoltino della Valpolcevera”

Un lunga scia rossa di sangue che attraversa i decenni. Per raccontare la storia di Maurizio Minghella uno dei più feroci serial killer liguri occorre attraversare un trentennio macabro di orrori e anche di gravi errori giudiziari. Per il momento dobbiamo fare un passo indietro nel tempo, risalire al 1978, a Bolzaneto, un tempo meta di villeggiatura per gli aristocratici genovesi e progressivamente diventato sobborgo industriale della grande Genova. Maurizio Minghella nasce qui nel 1958, ha quattro fratelli, quando ha sei anni la madre si lascia con il marito e successivamente trova un compagno che sprofonda la vita della famiglia in un abisso di terrore. Il patrigno picchia tutti, bambini e madre, per lui Maurizio sin da bambino cova un odio mortale.

A scuola Maurizio va male, ha seri problemi di apprendimento, non riesce a superare la seconda elementare, accompagnati da una profonda incapacità a rapportarsi con i compagni è violento e manesco. Cresce nella strada tra piccoli lavoretti da garzone come piastrellista e nelle numerose officine della zona ma ben presto la sua principale attività diventa quella dei furti di moto e auto. E’ un grande appassionato di musica e delle discoteche, all’epoca imperversano le note dei Bee Gees tratte dalla colonna sonora del film “La febbre del sabato sera” con John Travolta, la figura in cui Maurizio concentra tutto il suo bisogno di modelli e sicurezze tanto da essere chiamato “Il travoltino della Valpolcevera”. Maurizio ama le donne e nonostante tutte le sue carenze, i suoi problemi e le sue insicurezze viene ricambiato. Nella pista da ballo si presenta sempre con una ragazza diversa e sfreccia su e giù per la Valpolcevera sempre con una nuova fiamma accanto. Le auto, però, sono tutte rubate.

Maurizio non è fortunato. Suo fratello si schianta in moto e l’episodio lo turba profondamente e quando si sposa con la quindicenne Rosa anche lei turbata da mille problemi, dopo poco tempo, la ragazza muore per una overdose di psicofarmaci. Non sappiamo cosa scatta nella mente di Maurizio o forse semplicemente il mostro covato e generato da un’infanzia nutrita di volenza e orrore scaturisce e matura nella sua completa estrinsecazione. Il 18 aprile del 1978 viene trovato da alcuni pastori il corpo orrendamente violato di Anna Pagano, una tossicodipendente di 20 anni che si procura i soldi per la droga prostituendosi.  La ragazza prima di morire viene seviziata, sul suo corpo, con una penna a biro in una goffa manovra di depistaggio, Minghella scrive: “Bricate rose”. La fotografia agghiacciante aprirà le pagine di tutti i giornali. Il macabro percorso di Maurizio però è solo all’inizio. Tre mesi più tardi, l’8 luglio il copro senza vita di una donna di 23 anni, Giuseppina Jerardi, viene ritrovato su un’automobile, che risulterà poi rubata, abbandonata nella periferia del ponente. Il raptus a questo punto chiede tappe più strette e ravvicinate nel tempo: il 18 luglio è la volta di una ragazza di 14 anni Maria Catena Alba trovata nuda e legata ad un albero. E’ stata strangolata con una rudimentale “garrota” la stessa sorte che toccherà a Maria Strambelli 23enne barese, da poco arrivata a Genova e ritrovata dopo tre giorni dalla sua scomparsa in un bosco, sempre nella periferia nord occidentale genovese. Genova, stravolta dalla violenza terroristica, è attonita di fronte a questo mattatoio senza senso, la definizione “serial killer” doveva essere ancora inventata e negli Stati Uniti imperversava nello stesso periodo Ted Bundy, il primo riconosciuto serial killer contemporaneo ma nulla si sapeva in Italia di questo genere di violenza, del raptus omicida prolungato e seriale, dell’ossessione calibrata e feroce. Probabilmente lo stesso Minghella ascolta la tv e legge i giornali, l’intensificazione dei controlli da parte della Polizia e le pattuglie lungo la Valpolcevera lo inducono a fermarsi. Solo per qualche mese. Nei primi giorni di dicembre viene trovato nei pressi della ferrovia Genova-Milano, il corpo senza vita di Wanda Scerra, 19 anni, anche lei orribilmente seviziata prima di essere strangolata. E’ l’ultima vittima di questa prima fase della storia omicida di Maurizio.

Gli inqurenti hanno da già da qualche giorno individuato questo giovane dalla caratterialità critica, violento e con precedenti penali. Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre Minghella viene arrestato. Molti indizi portano a lui, la penna a biro del primo delitto, un paio di occhiali trovati sulla scena dell’omicidio di Maria Catena Alba, la perizia calligrafica confrontata alle parole scritte sul corpo di Anna Pagano.

Dopo qualche interrogatorio Maurizio cede ma confessa solo due omicidi, quello della Strambelli e quello della Scerra ma nel 1981 viene condannato a 131 anni di carcere per i cinque omicidi. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro, Minghella continua a dichiararsi innocente. Don Andrea Gallo si occupa del suo caso e chiede la revisione del processo, nel 1995 quando Maurizio ha 37 anni viene trasferito nel carcere delle Vallette di Torino. In regime di semilibertà entra nella comunità di Don Ciotti, lavora dalle 17 alle 22, entrando e uscendo dal carcere, come falegname.

Qui inizia la seconda storia criminale di Maurizio Minghella. Dal marzo del 1997 Torino viene percorsa dall’ondata di sangue di una serie di omicidi che hanno per vittime delle prostitute, tutte strangolate dopo essere state seviziate. Loredana Maccario, 53 anni, Fatima H’Didou, 27 anni, Gina Cosimo, 67 anni, Fiorentina “Tina” Motoc, 27 anni. Sino al 2001 il killer agisce indisturbato soddisfacendo la sua sete di sangue sino a quando, grazie a delle tracce di Dna lasciate sulla scena dell’ultimo delitto viene identificato e nuovamente bloccato. Minghella non ha più alibi e neppure reticenze: ora è solo con il mostro sanguinario che lo possiede. Tenta l’evasione due volte, nel 2001 e nel 2003 quando per qualche ora riesce ancora ad assaporare la libertà prima di essere, definitivamente, incarcerato. Nonostante sia sospettato di aver ucciso dieci donne nel periodo torinese Maurizio viene condannato solo per la morte di tre delle sue vittime, la Motoc, la Guido e la H’Didou. Il più feroce serial killer ligure, secondo solo a Donato Bilancia nel computo degli omicidi ma con l’aggravante di essersi approfittato della fiducia di chi lo aveva aiutato, oggi è rinchiuso nel carcere di Poggioreale a Napoli.

Nel suo passato oltre agli omicidi per cui è stato condannato restano ombre e misteri. Le vittime che lui ha dichiarato di non aver ucciso, quelle per cui non c’è la prova della sua firma e altre ancora che viceversa sono rimaste senza un colpevole incombono su questa figura come una lugubre tragedia moderna quando si coniò il termine “serial killer”.

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