Blueprint, Renzo Piano: “Mi faccio da parte, bisogna dare spazio ai giovani. Si bandiscano subito concorsi specifici”

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di Monica Di Carlo


<Tutto il documento è stato fatto un po’ meno di anno fa. Non è troppo. Con tutto quello che è successo, i cambiamenti, tutto quello che è accaduto in città, in nemmeno un anno arrivare all’accettazione di questo documento… Non diciamo che è stato lungo, diciamo che è stato riflettuto. E mi piace l’idea che uno ci pensi bene su prima di accettare. Perché questo significa che è stato guardato con attenzione e questo significa che sono ancora più forti le chances che venga rispettato nel tempo. Quindi, vi sono grato> lo ha detto ieri Renzo Piano nell’occasione della donazione del Blueprint alla città di Genova.
L’archistar ha poi declinato le necessità di cui ha tenuto conto nell’elaborazione del Blueprint: <Non è nemmeno un progetto, non esageriamo – ha spiegato -. È una specie di uovo di Colombo. Bisognava risolvere necessità impellenti, una è quella delle riparazioni navali. Quella che continuano a parlare “L’isola delle riparazioni”, molo Giano, insomma, è l’area più straordinaria nel Mediterraneo. Quando nel Mediterraneo, e forse non solo, qualcuno vuole fare una cosa che nessuno sa fare, guardate che viene a Genova, vi assicuro. Lo faccio anche io quando devo fare un pezzo strano, che nessuno sa fare, vado a Genova. A Genova c’è di tutto, come si dice. Perché è un porto. Ma guardate che nelle riparazioni navali c’è di tutto, in sapienza. Proprio perché per secoli è stato il luogo dove si poteva trovare tutto. Genova è un centro di capacità straordinarie. Una delle necessità era questa: dare unità all’isola delle Riparazioni navali. Fare in maniera che potesse lavorare a pieno. Adesso è spezzettata, non ha spazi esterni. È una fabbrica che non riesce a funzionare bene. L’altra, l’ho già detto al Sindaco, è l’area della Fiera. Non è che la Fiera sia in crisi, il mondo cambia. L’attività nautica legata alla fieristica, ma anche semplicemente la nautica. È ancora fiorentissima. Quando nel mediterraneo uno cerca un porto sicuro, dove fare manutenzione come si deve, viene a Genova. Quindi è vero che Genova si colloca geograficamente, storicamente. Io lo dico sempre. Guardate la carta geografica dell’Europa, guardatevela bene. Scoprirete che Genova è quasi al centro dell’Europa, pur essendo ancora sul mare. Questa idea di prendere l’occasione e trasformare. Certamente non far soffrire la Fiera, ma trasformarla in qualcosa che diventi il centro nautico più importante del Mediterraneo e lo resti. E anche questa una necessità. E poi c’è una necessità che non si può chiamare “necessità”, ma è una cosa giusta: bisogna dare il mare a Genova. È cominciato con l’Expo colombiana. Piccola parentesi: l’unica expo in cui non si è sprecato niente è proprio quella di Genova. Noi siamo genovesi, non si spreca niente, com’è noto. Quindi, non abbiamo buttato via niente. Abbiamo ridato il mare a un pezzo piccolo, quello del Porto Antico. Provate a immaginare cosa succederebbe se quella passeggiata, quel rapporto con l’acqua, continuasse. Da porta Siberia continuasse e venisse avanti per due chilometri e mezzo e raggiungesse la Foce. Oppure, fatelo alla rovescia. Provate a immaginare che corso Italia, arrivato alla Foce, non si fermi lì, ma continui, lungo l’acqua, fino a raggiungere il centro storico. Questo, ho capito, non si può chiamare “bisogno”, ma questa è la bellezza di Genova. Questo è il destino di Genova: ritrovare, e non sono cose solo poetiche, hanno a che fare con il tema dell’identità di una città, la bellezza di una città, che è essenziale, l’affetto per la città. E, allora, riportare l’acqua dove già c’era. Perché lo sanno tutti, lì c’era l’acqua. Quindi riportarla con una sequenza di darsene. Sono 50 metri, non sono canali piccoli. Riportare l’acqua dove c’era>.
Piano ha anche risposto al quesito più ricorrente a proposito del Blueprint:  <Piccolo dettaglio: poi si dirà “Sì, ma i soldi… chissà?”. Tenete presente che riportare dove l’acqua già c’era è molto più facile che portare la terra dove c’è il mare – ha spiegato -. C’è una differenza fondamentale. Se tu fai una diga su 30 o 20 metri di fondale è un discorso completamente diverso da scavare 5 metri dove c’è già l’acqua. Lo faccio anche io il sabato mattina questo. Lo si fa, lo abbiamo fatto a Oslo, lo abbiamo fatto in altri progetti d’acqua. Per questo, questo progetto costa intorno i 150 milioni, ma di cui la metà ci sono già, sono quelli che ci può metterci il porto. Non stiamo parlando di un progetto megalomane, folle. Tantomeno di un progetto che può portare via fondi da progetti più importanti. Noi stiamo parlando di un progetto relativamente piccolo e comunque già finanziato per metà. L’altra metà è quella che chiamiamo la modifica della zona della Fiera. Bisogna demolire i padiglioni che non servono più, che non sono ovviamente il padiglione “S”, e costruire gli stessi metri quadrati, anzi, un po’ meno. In termini di volumi costruiamo un terzo, perché quelli che ci sono, sono capannoni alti 9-10 metri. Si porta l’acqua e si alleggerisce. Quanto al rischio che sia una bieca operazione immobiliare: toglietevelo dalla testa. Nessuno qui ha nemmeno lontana idea di questo. Di questi 48 mila metri quadrati solo 12 mila sono di tipo commerciale, ma non è certo un centro commerciale. È un commercio diffuso, che ha a che fare semplicemente con l’affaccio sul porto. 12 mila sono residenziali, 24 mila sono terziario. Quelli che ci sono, sono tre volte di più. Questo progetto non ha nulla a che fare con l’utopia. È per quello che lo abbiamo chiamato “blueprint”, che poi è come si chiamano i disegni quasi esecutivi. Quando si pensa di costruire le cose. si fanno i “blueprint”. Quindi, non è un sogno>.
<A questo punto – ha concluso Piano – io mi potrei anche fare da parte, ma non per disinteresse. Abbiamo detto che una delle cose fondamentali di questa idea è che non venga tradita nello spirito. Ci faccio conto. L’altra è che entrino in gioco talenti giovani: bisogna fare dei concorsi, bisogna cominciare subito. Non generali, ma nello specifico. L’Italia e Genova sono piene di talenti giovani. Non è una cosa “politicamente corretta”, ci credo davvero. Il primo passo è la demolizione del Nira e la costruzione della Torre Piloti, che è l’ingresso al porto>.

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