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Via Lugo, lo “smistamento” di San Teodoro. La storia del ghetto che diventò quartiere

Un presidio della polizia municipale, la sede dell’associazione “Matermagna”, il polo di educativa territoriale “Centro West”: tutto troverà posto da oggi (l’inaugurazione organizzata da Comune e Municipio Centro Ovest è fissata per le 11,30 mentre gli spazi saranno aperti dal pubblico con laboratori e attività per i bimbi dalle 14,30) in via Lugo 16/18, a San Teodoro. Pochi di quelli che parteciperanno, probabilmente, sanno cosa era via Lugo e per quale motivo fu costruita negli anni Cinquanta del secolo scorso. Nemmeno gli abitanti di San Teodoro, fatta eccezione per i più anziani, ricordano come è nato quell’insediamento arrampicato sulla collina, dietro a Villa Rosazza. Tutti, ancora oggi, lo chiamano “lo Smistamento”, ma pochissimi ricordano il perché. Abbiamo chiesto al giornalista Michele Giordano (che nella seconda metà degli anni ’70 partecipò attivamente alla trasformazione di quel ghetto in un quartiere e ne narrò la storia, le miserie e la rivalsa in un libro edito dal sindacato inquilini Sunia) di raccontarlo. Le immagini e gli articoli, tratti dal libro il cui titolo è proprio “Via Lugo da ghetto a quartiere”, sono visibili in formato grande cliccandoci sopra.

 

michele-giordanodi Michele Giordano

L’avevano battezzato, i politici DC anni 50 «Centro alberghiero di smistamento» di via Lugo, con una definizione più consona a un ufficio postale che non a una residenza per esseri umani. Una sorta di ostello finalizzato a fornire una prima assistenza d’emergenza, che non doveva superare i 180 giorni, ai tanti emigrati postbellici in precarie situazioni economiche provenienti soprattutto dal sud Italia. Eppure c’è chi, in via Lugo, c’è restato trent’anni! Cinque palazzoni bollati, con la fantasia di un tacchino, A, B, C, D ed E, e progettati, con buone intenzioni non esaudite, dall’ingegner Angelo Sibilla (quello gambizzato l’11 luglio ’77 dalle BR).

via-lugo-plastico

Sibilla, infatti, nonostante la sua concezione progettuale dell’insieme sia oggi superata, aveva, ad esempio, aperto finestre sul lato mare (vista incantevole sul porto) che non vennero mai realizzate.

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(Le finestre rimaste cieche e aperte solo negli anni ’70)

Gli edifici erano collegati da un lungo e lugubre corridoio che avrebbe dovuto essere preposto ai servizi (anche questi mai realizzati) e che presto divenne invece un cupo luogo di malefatte.

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In realtà, gli ospiti dovevano attenersi a un regolamento di stampo carcerario: per poter accedere al proprio alloggio, ispezionabile dalle autorità senza preavviso, bisognava mostrare una tessera personale al vigile che piantonava l’ingresso (nella foto sotto).

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Gli anziani, ghetto nel ghetto, erano confinati nei due edifici laterali, A ed E; i gabinetti erano in comune; per farsi la doccia occorreva pagare un extra; la mobilia, in metallo, era “ancorata” al pavimento; era vietato ospitare chiunque, anche i parenti che, comunque, oltre il tramonto, non potevano neppure fare una visita ai congiunti.

Il degrado all'interno di un appartamento

(Il degrado all’interno di un appartamento)

Si procedette così, per inerzia, fino ai primi anni 70 quando, spinto dai venti sessantottini, un primo gruppo di “esterni”, sia si sinistra sia di area cattolica, pur con diverse visioni dell’approccio al sociale, cominciò a frequentare il Centro e a combattere, a fianco del neonato (’73) Comitato Inquilini, per cambiare le cose.

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Quando arrivai in via Lugo, intorno al ’76, esisteva già un bel contingente di operatori ai quali mi aggregai puntando sulle mie specifiche aree di competenza, legate all’architettura (stavo per laurearmi). Non posso citare tutti, anche perché molti nomi non li ricordo (sono passati quarant’anni…). E mi scusino i non citati. Fra gli amici più cari, c’era Angelo Gualco, psicologo e allora anche fotografo, che diverrà anni dopo, per un periodo, direttore del Massoero; Anna Baraggioli, fra le più attive e combattive che adesso si occupa di comunità alloggio insieme con Rino Ponte; Giorgio Rebolini, medico, Roberto Della Vecchia, geriatra. Poi, i politici, che appoggiavano la lotta per trasformare il ghetto in dignitose unità abitative: mi vengono in mente Ezia Gavazza, già docente di Storia dell’Arte e consigliera del defunto PCI, Mario Calbi e Domenico Delfino, assessori, il primo ai Servizi Sociali e il secondo al Patrimonio, della giunta Cerofolini. E ancora l’allora segretario del Sunia (il sindacato inquilini) Celio Ciliberto e il suo fido Dellepiane.

Fu proprio il Sunia a spingermi a realizzare (finanziandolo grazie a una delibera di giunta) il libro “Via Lugo, da ghetto a quartiere” scritto in collaborazione con l’amico Luciano Mazzarello e corredato dalle belle immagini di Angelo Gualco.

 

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Luciano, laureatosi con me, divenne un architetto “vero” (non come me che scelsi la strada del giornalismo). Lui ed io proponemmo, inoltre, al Politecnico di Torino, dove ci siamo laureati (l’Università di Genova nella persona del professor Gandolfi, snobbò la nostra idea…) una tesi su via Lugo. Una delle prime proposte di autoprogettazione mai realizzate in Italia: gli inquilini, intervistati a tappeto, fornivano le loro idee di casa (come la vorrebbero, cosa non va ecc.) e noi riportavamo le esigenze in un progetto redatto con metodologie informatiche che qui non riporto per non annoiare il lettore. Fatto sta che, quando, finalmente, nel 1980, il Comune dette l’ok (e i soldi) per i lavori di totale ristrutturazione dei cinque edifici (compreso l’abbattimento del simbolico corridoio), tenne in conto i suggerimenti degli inquilini che noi avevamo trasmesso all’assessore Delfino.

L'abbattimento del corridoio di via Lugo

L’abbattimento del corridoio di via Lugo

Il sindaco Vittorio Pertusio aveva dichiarato nel ’52: «Trovo che questa stazione (sic) di smistamento è una cosa che non farà che onorare Genova per averla fatta…». Si sbagliava. Ma, fortunatamente, qualcuno ha rimediato al disastro. Trent’anni dopo.

 

— LE FOTO
“Un regolamento che offende la dignità umana”

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I bambini, le bocciature, i pidocchi, il razzismo

I bambini dello smistamento erano vittima del razzismo, erano emarginati a scuola anche dagli insegnanti e venivano accusati di portare i pidocchi in classe. Il tema di un tredicenne: <La maestra guardava solo i ragazzi che non abitavano in via Lugo>

Le persone e il comitato degli inquilini

Il recupero

 

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