8 settembre 1779, il diavolo a Murta

Di Black Giac

Murta
è un piccolo paese nell’immediato entroterra genovese. Nel 1778 era un grappolo di case intorno alla chiesa. La comunità, composta per lo più da contadini, viveva secondo i ritmi delle stagioni e le giornate si assomigliavano un po’ tutte, fatte di piccoli rituali, antichi gesti ripetuti ogni giorno. A Murta viveva l’abate Bartolomeo Maggiolo, di “onorata famiglia polceverasca” brava persona, dai modi cortesi e semplici di una volta, una guida autorevole per quelle persone. L’abate però un giorno si alzò dal letto che non era più se stesso. Si impiegò qualche giorno perché dalla sua vita riservata emergessero le stranezze dei modi ma non ci volle molto perché la voce cominciasse a girare per il paese e per la vallata: l’abate era impazzito. Urla improvvise, parole senza senso, farneticazioni. Fu così che i suoi superiori decisero di ricoverarlo all’”ospedale de’ pazzerelli” il manicomio che a Genova allora si trovava nella zona dell’attuale centro cittadino tra via Maragliano e via Fiume. Passò qualche tempo ma le cure somministrate al religioso non sortivano alcun effetto anzi, la sua follia aumentava. Dopo un altro consulto le autorità ecclesiastiche decisero di ricoverarlo in un ambiente a lui familiare e un po’ appartato, nella zona della Chiappetta presso Murta.

I sintomi della pazzia dell’abate destavano perplessità e preoccupazione tra i religiosi. I sintomi di una certa irrequietezza erano aggravati da sproloqui in cui l’abate si esprimeva in perfetto latino, greco, francese, citava poesie e considerazioni filosofiche alte e astruse. L’elemento di preoccupazione consisteva nel fatto che l’abate normalmente parlava genovese ed era un uomo molto semplice del tutto estraneo agli argomenti e alle lingue con cui ora con veemenza intratteneva i suoi spauriti confratelli.

Il timore che ogni giorno veniva rafforzato dalle condizioni dell’abate era quello che tra una canonica e l’altra si sussurrava tra i religiosi: il povero malcapitato era preda di una possessione demoniaca.

L’arcivescovo Giovanni Lercari inviò a Murta diversi sacerdoti per esaminare le condizioni del religioso e accertarsi il più possibile dell’ipotesi che stava prendendo corpo. Il racconto contenuto nel libro “I misteri di Genova” di Michelangelo Dolcino prende da qui in poi un tono un po’ farsesco ma l’episodio avrebbe dei fondamenti di verità edulcorati dal tempo e dall’ovvia sensibilità religiosa. La vicenda, quindi, prese una brutta piega e il racconto tra verità e fantasia narra che il demone che aveva posseduto l’abate si rivelasse: il suo nome era Asmodeo e la colpa dell’uomo per quella empia possessione sarebbe stata il tradimento, avvenuto due volte, ai voti di farsi cappuccino, ovvero, di accettare una condizione di vita più povera e severa nelle condizioni. I diversi esorcisti mandati dall’arcivescovo fallivano nel loro scopo, irrisi dal demone che parlava per paradossi e arguzie. Rivelò che se ne sarebbe andato soltanto “il giorno che non ha notte” e una risata demoniaca uscì dalla bocca dell’incolpevole abate.

Un vero e proprio “pool” di esorcisti era riunito intorno all’arcivescovo per cercare di risolvere una situazione preoccupante. La decifrazione delle frasi che uscivano dalla bocca del povero religioso era difficilissima, parole oscure in lingue sconosciute inoltre le condizioni fisiche dell’uomo peggioravano di giorno in giorno e si temeva per la sua stessa vita oltre che per l’anima. Capitava che ogni tanto si comprendessero frasi all’apparenza senza senso ma che attiravano l’attenzione dei religiosi una di queste fu “Io temo soltanto il custode delle capre”.

Una farneticazione che però sembrava far trasparire un punto debole dell’invincibile diavolo. A qualcuno venne in mente che nel monastero dei Minori Conventuali della Chiappetta, non molto distante da Murta dimorava un frate, noto esorcista di origine savonese, che era stato avvisato del problema e che rappresentava una delle ultime speranze per venire a capo del problema. Il sacerdote aveva un cognome molto particolare: si chiamava padre Becco.

Il frate si preparò per settimane tra digiuni e preghiere per arrivare all’improbo compito. L’8 settembre del 1779, a ben più di un anno dalle prime avvisaglie di questa possessione avvenne l’esorcismo nella chiesa della Chiappetta e il povero abate fu finalmente libero. Si comprese anche il significato della frase di Asmodeo: “Temo il giorno che non ha notte” perché l’8 settembre è il giorno dedicato alla natività della Vergine Maria. Qui finisce la storia di Dolcino asciugata anche della sua inimitabile ironia. Ovviamente, ciascuno è libero di pensarla come crede ma i numerosi riferimenti storici mi hanno convinto a raccontarla con distacco e semplicità pur nella dignità di un’antica storia che nonostante tutto valeva la pena conoscere, dedicata al povero abate Bartolomeo Maggiolo che un 8 settembre di tantissimi anni fa rinsaviva dopo tante sofferenze.

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