1630-1656: la peste flagella Genova

Uno degli eventi più devastanti della Genova moderna, appena uscita dal medioevo, fu il diffondersi della terribile epidemia della peste. Il drammatico contagio avvenne due volte nel giro di venticinque anni nel 1630 e nel 1656 e provocò la morte di più di centomila persone.

Inutile dire che la medicina allora si basava ancora, in buona parte, su ipotesi ben lontane dalla verità scientifica accadeva così che credenze popolari, superstizione e rimedi veri e propri si mescolassero tragicamente i primi invalidando la qualità dei secondi in un macabro crescendo di orrore e di morte.

La testimonianza scritta che ci è stata tramandata dal fisico Bartolomeo Alizeri che operava come medico all’ospedale Pammatone che scrisse un libro nel 1721 intitolato “Della Peste, cioè della sua natura e dei rimedi per la preservazione e la cura” è chiara e esemplare dell’impotenza degli uomini di fronte all’epidemia. Secondo l’Alizeri la peste poteva essere annunciata da dei segni premonitori che potevano manifestarsi in diversa maniera: un terremoto, un’eclissi e una cometa così come l’aumento dei topi e delle rane per le strade della città. Se i bambini giocando mettevano in scena un funerale, il macabro presagio non poteva che annunciare l’avvicinarsi dell’epidemia.

Era a quel punto che si mettevano in atto i provvedimenti per limitare il fenomeno. Venivano chiuse e bloccate tutte le vie di comunicazione collegate alle zone dei focolai da dove partiva l’epidemia. Tutti gli oggetti provenienti da quella zona venivano distrutti con il fuoco, le monete depurate con profumi e aceto. Il destino dei pubblici profumieri era segnato: la loro azione era richiesta negli ospedali o ovunque vi fossero persone che avevano contratto il morbo, molti di loro perivano nell’esercizio delle loro funzioni. Francesco Maria Antero, agostiniano scalzo da San Bonaventura nel suo libro “Li lazzaretti della città di e riviere di Genova” descrive scenari degni delle bolge dantesche: “Oh eterno Dio chi vide mai spettacoli più horrendi? Tu odi le querele dei miseri pazienti che non chiedono più strapunte o lunezuoli, non più rinfreschi e cordiali non unguenti e medicine, piangono, gemono e urlano per l’horror dei fracidi e fetenti cadaveri”.

L’Alizeri forniva anche preziosi consigli per le persone maggiormente esposte al rischio del contagio (dottori, profumieri, preti, infermieri) consigliando una casacca di tela e una maschera a becco contenente sostanze odorose (rosmarino, ruta, salvia e altre erbe), la famosa maschera dai tratti per nulla rassicuranti che si può ancora oggi osservare in alcuni quadri dell’epoca. La dieta consigliata era quella di pesce, perché secondo Aristotele gli animali marini erano immuni al contagio. E’ in questa epoca che vengono apprestati i truogoli in piazza Santa Brigida un’operazione finanziata dalla famiglia Balbi affinchè alla povera gente non mancasse, in assenza di ogni altro tipo di conforto, almeno l’acqua fresca.

Un’altra opera ben più imponente venne realizzata proprio a tutela dei più indigenti per una città funestata da queste epidemie. La decisione di costruire una struttura che ospitasse i poveri arrivò dopo una precedente ondata di questa terribile malattia avvenuta nel 1539. L’idea era quella di concentrare le persone indigenti in una unica località garantendo loro l’essenziale per sopravvivere e potendo così avere anche il controllo della situazione cittadina. Il progetto finanziato da dai nobili e filantropi Emanuele Brignole e Oberto Torre che scelsero la località Carbonara tra il Carmine e Castelletto, fuori dalle mura della città ma ragionevolmente vicina. Nasceva così il progetto di quello che verrà poi conosciuto universalmente in città come l’“Albergo dei poveri”.

Nel 1655 erano appena iniziati gli scavi quando scoppia l’epidemia che ferma i lavori. La peste falcidia la popolazione genovese, lo stesso Brignole si prodiga a curare i malati e trasportare i corpi mettendo a repentaglio la sua stessa vita. Si calcola, secondo le stime degli annalisti di allora, che sotto l’albergo siano sepolti 10 mila cadaveri, una parte delle vittime dell’epidemia. Quando si riprende a lavorare per l’Albergo la popolazione genovese è scesa da 90 mila a 10 mila abitanti. Brignole rifinanzia il progetto e la strttura prende forma servendo a numerosi scopi. Nel 1684 durante il bombardamento su Genova voluto dal Re Sole ospita la giunta di guerra e il Minor Consiglio. L’albergo verrà utilizzato anche come prigione in particolare per le prostitute.

Il Brignole, che morì nel ’78 lasciò metà del suo capitale per terminare l’opera e volle essere sepolto proprio lì: Scrisse: “Il funerale si faccia con umiltà, si vestirà il cadavere con l’abito dei poveri, cioè la divisa dei ricoverati, lo si interrà nella chiesa vicino all’altare maggiore dalla parte dove sogliono scendere i poveri nel salone delle loro devozioni, affinchè le spoglie giacciano sempre sotto i piedi di quelli tanto amati nella vita”.

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