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L’incredibile storia degli alieni a Torriglia

di Black Giac
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P.F.-Zanfretta
Torriglia, entroterra di Genova, statale 45. L’8 dicembre 1978 fa freddo, molto freddo ma quella mattina chi si affaccia dalla finestra nota uno strano andirivieni di auto, molte dei carabinieri, che risalgono la strada che porta alla piccola frazione di Marzano. Il Secolo XIX spiega i fatti con un titolo che non lascia spazio a fraintendimenti: “Incontri ravvicinati a Torriglia”. La notizia è incredibile e lascia perplessi i molti che scorrono le righe dell’articolo tra le facili battute e i sospetti che il giornalista quella sera avesse bevuto qualcosa in più per il freddo che oltre a scaldarlo avrebbe sciolto un po’ troppo le briglie della fantasia. Eppure che si volesse credere o no, la notte tra il 6 e il 7 dicembre qualcosa a Marzano era successo veramente. La ricostruzione dei carabinieri della Stazione di Torriglia, gente concreta non particolarmente incline a farsi suggestionare, è laconica e rigorosa nei fatti. Nella notte tra il 6 e il 7 dicembre un metronotte dell’Istituto di Vigilanza “Valbisagno”impegnato nel consueto giro di controllo presso alcune costruzioni residenziali nella località Marzano viene ritrovato sotto choc. Le spiegazioni di Pier Fortunato Zanfretta, all’epoca ventiseienne, uomo tranquillo e con la testa a posto, ai colleghi e ai carabinieri che lo soccorrono lasciano tutti a bocca aperta. Così riporta il giornalista Rino Di Stefano nel suo libro il caso Zanfretta le prime parole del metronotte su quella terribile notte:  «Mentre facevo il giro di controllo di villa “Casa Nostra” (uno dei tanti villini della zona, disabitati d’inverno, dove i genovesi vanno a trascorrere la bella stagione) noto delle luci, penso a dei ladri. Mi nascondo ed estraggo la pistola per fronteggiare gli intrusi, mentre con l’altra mano impugno una torcia. A quel punto sento un rumore alle mie spalle, mi volto e trovo davanti a me questa orribile creatura, poco più indietro ne scorgo un’altra. Vengo rapito e trasportato sul loro disco volante. Lì dentro mi tengono per due ore e mezza; vengo sottoposto a delle analisi. Pur senza avvertire dolori, vengo trapassato da sei lunghi aghi di vetro, ai fianchi, alle gambe e al torace; vedo distintamente il mio sangue scorrere all’interno di questi aghi trasparenti, passare attraverso una misteriosa macchina, per poi rientrare nel mio corpo. A compiere l’operazione, intorno a me, c’erano quattro esseri». E’ incredibile. Eppure qualcosa del racconto dello sfortunato metronotte torna nelle ricerche intorno alla villa dove sarebbe avvenuto l’incontro ravvicinato del terzo tipo. Gli uomini dell’Arma individuano un’impronta nella zona retrostante la villa «come il segno lasciato da un elicottero, comunque qualcosa di grosso che si è appoggiato sul prato». Poco distante, i giornalisti e i fotografi notano «un segno semicircolare, molto ben delineato di circa tre metri di diametro. Lo spessore dell’impronta misura una profondità di 15 centimetri». Non solo. In poco tempo vengono raccolte ben 52 testimonianze di persone che testimoniano di aver visto un oggetto luminoso volare sopra Torriglia quella notte e lo stesso Zanfretta racconta di aver visto un disco volante talmente grande da oscurare l’orizzonte. Tra i testimoni “a prova di bomba” di quella sera un brigadiere della Guardia di Finanza, Salvatore Esposito, particolarmente spaventato da quello che gli è capitato: si trovava nei pressi del garage di casa sua, intento a sollevare la saracinesca. Improvvisamente venne investito da una luce che illuminò a giorno. Credendo che un amico avesse acceso i fari abbaglianti della sua auto, lo invitò, seccato, a spegnerli. Quando si voltò vide, però, che i fari non erano accesi e che l’amico, con gli occhi sbarrati, guardava verso il cielo. Sopra di loro stazionava un enorme disco volante che proiettava una luce intensissima verso il basso. Il brigadiere rimase paralizzato dalla paura. Si riprese solo dopo qualche secondo, quando il disco si allontanò con un guizzo.

La storia degli incontri ravvicinati del metronotte genovese era appena cominciata. La notte tra il 27 e il 28 dicembre 1978 si verifica il secondo episodio. Alle 22.05, Zanfretta, tornato nel frattempo  in servizio dopo essersi ripreso dalla precedente esperienza, si dirige con la sua Fiat 127 verso Torriglia per la consueta perlustrazione. Intorno alla mezzanotte chiede aiuto via radio: «Sono avvolto da una fitta nebbia, non vedo più nulla, ho perso il controllo della guida…l’auto procede da sola e sta acquistando velocità». Dopo qualche minuto, il secondo, allarmante, messaggio: «La macchina si è fermata, vedo una grande luce. Ora esco». Dalla centrale operativa dell’Istituto di Vigilanza partono immediatamente i soccorsi. Due auto, la Beta 29 del brigadiere Emanuele Travenzoli e la Beta 70 del metronotte Raimondo Mascia, vengono inviate con urgenza sulle tracce del collega. Clima pessimo e notte da lupi. La pioggia è scrosciante, la temperatura sottozero.

Zanfretta viene ritrovato sulle alture del Passo della Scoffera, non molto distante dal luogo del primo incontro. La scena che si presenta ai soccorritori è da brividi: la Fiat 127 è in mezzo alla strada con le luci accese, mentre Zanfretta, impaurito dai fari delle auto in arrivo, fugge terrorizzato. Lo inseguono e lo bloccano. Per riportarlo in sé lo scuotono con forza. «Dicono che mi vogliono portare via», ripete il metronotte, tremando e piangendo. ‘Cosa ne sarà dei bambini?’. Nonostante la pioggia e il freddo intenso la divisa di Zanfretta è asciutta come se fosse stata esposta a qualche fonte di calore; il volto è arrossato e bollente. I metronotte che lo soccorrono rilevano, nei pressi della sua auto, alcune orme ancora fresche impresse nel fango. Sono di dimensione spropositata, lunghe oltre 50 centimetri e larghe circa 20. I carabinieri, che conducono le indagini agli ordini del brigadiere Antonio Nucchi, notano diverse tracce, uguali a quelle trovate la prima volta sul retro della villa. Questa volta nessuno è disposto a negare che in quella zona si è verificato qualcosa di anomalo.

Zanfretta a questo punto diventa un caso: umano, giornalistico, scientifico. Il metronotte nelle interviste racconta qualcosa di ancora più dettagliato rispetto ai suoi rapitori: le creature alte circa tre metri, con la pelle ondulata, come se fosse grasso o tuta molle, comunque grigia si chiamerebbero “Dargos” e verrebbero da un’altra galassia, da un pianeta chiamato “Titania”in cerca di un altro luogo dove continuare a vivere perché il loro sarebbe morente. Con lui e tra di loro, aggiunge ancora il metronotte, comunicavano telepaticamente. Nonostante tutte le testimonianze e un passato irreprensibile Zanfretta sente intorno a sé scetticismo e sfiducia. Teme di perdere il lavoro e prova allora un estremo tentativo per essere creduto: accetta di farsi ipnotizzare e che la seduta possa essere ripresa dalle telecamere di TVS la televisione del Secolo XIX allora molto seguita in Liguria. Anche sotto ipnosi Zanfretta ripete correttamente tutte le tappe del suo calvario fantascientifico. Ma lo scetticismo resta, gli viene tolto il porto d’armi, la vita è completamente stravolta da questa vicenda e allora il metronotte decide di non raccontare più la storia dei suoi rapimenti che in tutto sono 11 e terminano nel 1981. Negli ultimi incontri, racconta Zanfretta gli viene affidata dai “Dargos” una sfera che lui custodisce in un posto imprecisato dell’appennino ligure. Nessuno ha mai visto questo oggetto che secondo il metronotte potrebbe essere una specie di radiofaro. Si tratta del racconto più nebuloso di questa fantastica storia perché nessuno oltre a lui ha le prove minime, sia pure indirette, di questa sfera. C’è solo un particolare che Zanfretta ricorda con una certa apprensione: La sfera ha dodici iscrizioni intagliate ma di queste solo undici sono accese. Undici come i suoi incontri ravvicinati e questo, dice ancora oggi il simpatico metronotte, vuol dire che qualcosa deve ancora succedere. “Ti terrò informato” mi ha detto l’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono. Ovviamente ci conto Pier Fortunato…

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