Rifugiate di via Digione, tutte ripartite per Roma

SAN TEODORO ALLA PROVA DELL’ACCOGLIENZA, I PROBLEMI DEL QUARTIERE, LA GESTIONE DEI PROFUGHI
Parla il pastore evangelico Daniele Marzano
Via Digione
Le donne etiopi che erano state alloggiate nella “Chiesa cristiana evangelica della Riconciliazione” di via Digione se ne sono andate. Hanno deciso di raggiungere i loro parenti a Roma. A spiegarlo è il pastore della chiesa, Daniele Marzano, che nei giorni scorsi ha anche scritto una lettera agli abitanti del palazzo e alle persone che erano scese in strada per protestare quando era arrivato il pullmino che aveva condotto le straniere dalla Fiera a San Teodoro. È sempre lui a spiegare perché le donne, quella sera, hanno tentato di fuggire. In realtà non si trattava di una fuga vera e propria perché, come tutti i rifugiati, sono libere di andare dove credono. Tutto è nato per un difetto di informazione generale. Gli agenti di polizia municipale (una sola auto di scorta) erano stati informati solo del fatto che dovevano scortare il pullman. Nessun interprete aveva spiegato alle donne dove sarebbero state portate, anzi, alle etiopi – secondo quanto hanno riferito loro stesse al pastore evangelico – era stato detto che sarebbero state portate nella Capitale, dove avrebbero potuto ricongiungersi a padri, mariti e fratelli. Quando hanno capito che dovevano scendere in via Digione, dopo qualche chilometro, invece di affrontare il viaggio per Roma sono state prese dal terrore. Nella loro terra, purtroppo, non esiste sicurezza, soprattutto per le donne. Hanno temuto di essere state rapite, hanno avuto paura di violenze. Certo, sarebbe stato tutto molto più facile se la vicenda fosse stata gestita diversamente. “Dalla Questura mi è arrivata l’indicazione di lasciarle andare dove volessero – prosegue Marzano -. Sette sono andate via da sole, per le altre abbiamo pagato noi il biglietto del treno per Roma”. Ad aiutare la comunicazione è stata una persona che abita in zona e che conosce la lingua delle donne. In un secondo tempo è arrivata un’interprete che ha consentito di chiarire ogni cosa. Certo è che in molti si fanno domande su come tutta la cosa è stata gestita. Gli abitanti della zona, ma anche il pastore.

10553950_10203896598788351_5300957132022662290_oIn una lettera che ha scritto al condominio si legge:

Vorrei subito porgere le scuse della Chiesa Cristiana Evangelica della Riconciliazione a tutti Voi per la gestione di tutta questa situazione. Certamente – e col senno di poi – avremmo chiesto alle Forze dell’Ordine coinvolte (e alla Questura stessa che ha coinvolto la nostra Chiesa) di gestire la situazione in un modo completamente diverso. I tempi strettissimi per predisporre ogni cosa hanno imposto a tutti di muoversi molto velocemente e alcuni dettagli importanti non sono stati valutati adeguatamente. Per questo vorrei offrire a tutto il condominio le scuse più sentite.

Il pastore dà anche la propria versione dei fatti.

Verso le 19:00 circa di ieri sera (30 giugno n. d. r.) sono stato raggiunto da una richiesta specifica della Questura di Genova dove ci veniva chiesta la disponibilità immediata a ospitare n° 7 persone profughe arrivate da poco a Genova e stazionanti presso la struttura del Palasport in zona Foce. A questa richiesta la Chiesa si è subito attivata per predisporre nella stessa serata di ieri gli aspetti pratici di questa temporanea accoglienza (vitto, un posto per dormire, e altri generi di prima necessità). Ieri, verso le ore 20:30 agenti della polizia municipale, al seguito di un mezzo dell’Amt (in realtà era di Atp) sono arrivati in via Digione con n° 10 donne etiopi di origine cristiana; le quali, per una serie di stress accumulatisi in questo periodo e di paure infondate (temevano che le volessimo imprigionare e approfittare di loro), hanno cominciato a mostrare segni di panico sfociato in quello scompiglio che diversi di voi avete testimoniato direttamente. Dopo circa 30-45 minuti di tentativi per riportare la calma nel gruppo di donne – grazie anche all’intervento della Polizia, Vigili Urbani, alcuni gentilissimi condomini del civ. 8 e vari membri della Chiesa Evangelica – si è riusciti a convincerle a entrare nei locali della Chiesa. Da quel momento in poi, è regnata la calma tra di loro. Hanno potuto mangiare, lavarsi e dormire nei giacigli che abbiamo provveduto loro. Abbiamo notato che sono persone rispettose, ordinate (ci hanno spontaneamente aiutato a pulire e riordinare il locale dopo il pasto) ma anche sconvolte e molto confuse a seguito di tutte le vicende che hanno vissuto in questi ultimi giorni o mesi.

Infine, Daniele Marzano spiega perché la Chiesa evangelica ha deciso di accettare le migranti.

Vorrei anche esprimerVi il sentimento che ci ha spinti come Chiesa a dire “SI” alla richiesta della Questura. Seguendo l’insegnamento di Gesù nella Bibbia (che potrete trovare in rosso alla fine di questo scritto) a nostro parere non avrebbe potuto esserci un “NO”, a meno che la richiesta d’aiuto fosse stata totalmente e evidentemente sproporzionata rispetto alle nostre forze, capacità e risorse. In tal caso avremmo richiesto alla Questura di rivolgersi ad altre strutture più adeguate.
D’altro canto vorrei anche precisare che la nostra Chiesa Evangelica (composta da realtà multietniche ben integrate tra loro) è da anni molto attenta alle situazioni di disagio presenti nella città di Genova aiutando tanto le persone di nazionalità Italiana quanto quelle provenienti da altri Paesi.

Il pastore spiega che, al netto delle proteste di alcuni, diversi condomini si sono prodigati per dare una mano. Sulla pagina Facebook di San Teodoro si può leggere una fitta discussione degli abitanti. Il giorno dopo l’arrivo delle migranti, in piazza Sopranis c’era una fitta discussione. Da una parte quelli che richiamavano al dovere di ospitalità in una zona che, diversi decenni fa, ha saputo accogliere gli immigrati dal sud Italia, dall’altra coloro che segnalamo un degrado sociale molto forte, dovuto al fatto che ci sarebbero troppi italiani e stranieri senza lavoro in zona e sostengono che non ci sarebbe più posto per alcuno. Le più arrabbiate, per l'”opzione accoglienza zero”, erano due anziane, una delle quali non ha ancora abbandonato il marcato accento della sua regione di provenienza, probabilmente non memore di quando ad essere vittima di razzismio erano i suoi conterranei. Sulla pagina Facebook di San Teodoro si leggono più che altro commenti antirazzisti e tesi alla solidarietà o, piuttosto, alla critica di chi la solidarietà non sa dove stia di casa. Ci sono anche segnali di profondo disagio rispetto all’attuale situazione. Eccone alcuni.

 

Una volta via Digione era abitata da portuali comunisti che si auto tassavano per solidarietà con i vietnamiti aggrediti dall’imperialismo USA. sembra passato un secolo…
Eh già, un tempo eravamo comunisti, c’era Batini, la solidarietà. Ora vince Salvini. Egoismo e rancore.

All’epoca, nel quartiere, c’era lo smistamento. Arrivavano immigrati dal sud. Alcuni erano delinquenti. Altri avevano abitudini non consone con quelle dei “nativi”. Ci sono stati periodi di intolleranza. Certo, se il vicino di sopra butta la spazzatura dal sesto piano… (succedeva) qualche segno di non gradimento si dà. Per qualche anno c’erano annunci di offerte di affitto, ma non a meridionali. Poi c’è stata pienissima integrazione. Succederà lo stesso anche con gli altri. Ma è normale che chi abita nel quartiere non abbia voglia di vedersi svaligiare l’appartamento (è successo a mia sorella in via Faenza) e altre cosette del genere. Anche ai comunisti non piace essere derubati, vivere nello sporco, etc. Non di discriminano le persone, si condannano i comportamenti. Io sono razzista: non tollero i razzisti. Però questo non significa che chiunque può fare quel che gli pare, e danneggiarmi, e io non posso dir niente perché altrimenti sono razzista. Non mi importa affatto il colore della pelle, mi interessano i comportamenti. Se qualcuno, con la sua libertà, vuole limitare la mia, mi ribello.

 

L’altro giorno, in piazza Sopranis, c’era poi chi, senza sbilanciarsi troppo sulla questione-rifugiati, raccontava di problemi reali del quartiere. Un carabiniere in pensione, ad esempio, spiegava di intere famiglie senza lavoro che non riescono a pagare il mutuo e l’amministrazione e rischiano di finire per strada e delle prostitute che nottetempo esercitano tra le aiuole. Il quartiere è stato fatto oggetto di recupero, con l’ex fabbrica del ghiaccio demolita e sostituita da un condominio con tanto di supermercato. Molti dei palazzi che fino a 10 anni fa erano una fila di ammassi grigi i cui intinaci rischiavano di crollare da un momento all’altro sono stati ritinteggiati. La prima moschea di Genova, presente una quarantina di anni fa, non c’è più, nonostante la presenza di magrebini e africani si sia moltiplicata. È vero che via Venezia è stata completamente rifatta e che la frana di via Digione (nel 1969 morirono 19 persone) è stata finalmente messa in sicurezza. Al suo posto, ora, ci sono un parcheggio e una palestra i cui lavori sono appena terminati, anche se la gente della zona dice che la copertura riflettente infastidisce chi abita a ridosso e sottolinea che l’edificio è ancora circondato da transenne e ne chiede la rimozione.

Via Digione

È anche vero, però, che in zona hanno aperto night club, un genere di attività che non porta mai buone frequentazioni, e che in via Venezia ci sono tre negozi che vendono elettrodomestici usati che la gente della zona è convinta siano abusivi. In altre parole, la “presenza lampo” delle straniere ha fatto emergere disagi e problemi del quartiere che, rispetto a qualche decennio fa è certamente migliorato, ma probabilmente, secondo gli abitanti, non con lo stesso passo col quale altre zone della città sono state rilanciate. A complicare tutto c’è la crisi economica che fa mancare il pane a italiani e stranieri e diventa motivo di tensione.

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