Ex Ilva, stop agli impianti. La versione dell’azienda: «Decisivi i vincoli giudiziari e i tempi della produzione»

Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria spiega le ragioni della fermata temporanea, che coinvolge anche Genova e Novi Ligure. L’azienda guarda ora all’udienza in Cassazione del 20 ottobre

La fermata temporanea degli impianti non sarebbe una scelta industriale autonoma, ma l’esito dei vincoli giudiziari e delle condizioni operative che, secondo Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, non consentono di proseguire la produzione. È questa la posizione illustrata dall’azienda dopo la decisione di interrompere le attività, con effetti anche sugli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, che dipendono dall’acciaio prodotto a Taranto.

La società ricostruisce l’origine della vicenda nel decreto del Tribunale di Milano del 27 luglio e nelle successive disposizioni della Corte d’Appello, che hanno fissato un limite di 90 giorni per la continuità produttiva. L’amministrazione straordinaria afferma di aver cercato di mantenere in attività gli impianti entro quella scadenza e di aver presentato due ricorsi per ottenere margini di prosecuzione. Il secondo, con cui era stato chiesto di mantenere almeno i forni in riscaldo fino alla pronuncia della Cassazione, è stato respinto il 5 ottobre.
A pesare, sostiene l’azienda, sono anche i tempi di approvvigionamento e di lavorazione delle materie prime. Gli ordini destinati alla produzione, se non trasformabili entro il 25 ottobre, finirebbero in magazzino senza poter essere utilizzati entro il periodo di continuità consentito. Secondo l’amministrazione straordinaria, acquistare e stoccare materiali non lavorabili in tempo significherebbe impiegare risorse a carico dei creditori senza una prospettiva produttiva immediata.
La sospensione a Taranto avrebbe conseguenze dirette sugli impianti a valle di Genova e Novi Ligure, che non dispongono di un’area a caldo autonoma e dipendono dalle forniture dello stabilimento pugliese. L’azienda ritiene che l’acquisto di bramme sul mercato non possa risolvere nell’immediato il problema: tra ordine e consegna possono passare mesi e il materiale deve rispettare i requisiti qualitativi richiesti dai clienti.
Acciaierie d’Italia sostiene di aver esplorato le strade disponibili per scongiurare la fermata, ricorrendo agli strumenti giudiziari e valutando alternative produttive. Ora l’attenzione è rivolta all’udienza in Cassazione del 20 ottobre: l’auspicio dell’amministrazione straordinaria è che la decisione possa evitare la chiusura definitiva degli impianti. L’azienda chiede inoltre che il confronto pubblico tenga conto, insieme alle ricadute industriali, dei vincoli giudiziari e finanziari che regolano la procedura.
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