Febbre per tre settimane, poi la scoperta: parassita provoca un ascesso di nove centimetri al fegato

Un paziente, un uomo di età adulta, è guarito al Galliera dopo 14 giorni di ricovero grazie a un drenaggio mini-invasivo e a una terapia mirata. L’infezione potrebbe essere rimasta silenziosa per circa dieci anni

Per tre settimane ha dovuto convivere con febbre alta, una stanchezza sempre più pesante e un dolore insistente al fianco destro. Gli antibiotici non davano risultati e il suo stato di salute non migliorava. Soltanto gli esami eseguiti all’ospedale Galliera hanno permesso di scoprire la causa: nel fegato si era formato un ascesso di circa nove centimetri provocato da un parassita.

Il paziente, un uomo di età adulta senza particolari patologie precedenti, è arrivato al pronto soccorso lo scorso 12 agosto. La tomografia computerizzata dell’addome ha mostrato una vasta raccolta infetta a livello epatico, rendendo necessario il ricovero nel reparto di Malattie Infettive.

Per svuotare l’ascesso, gli specialisti di Radiologia Interventistica hanno evitato un intervento chirurgico maggiore e scelto una procedura meno invasiva. Attraverso un drenaggio hanno raggiunto la raccolta e ne hanno rimosso il contenuto, sul quale sono stati successivamente effettuati gli esami di laboratorio.
La risposta decisiva è arrivata dalla Microbiologia del Galliera. Le analisi molecolari hanno rilevato la presenza dell’Entamoeba histolytica, parassita responsabile dell’amebiasi, un’infezione generalmente associata alle aree tropicali.
Risalire alla diagnosi era tutt’altro che semplice. L’ultimo viaggio dell’uomo in un’area considerata a rischio risaliva infatti a circa dieci anni prima. Un intervallo tanto lungo da rendere meno immediato il collegamento fra i sintomi attuali e quella permanenza lontana nel tempo.
Il risultato è stato poi confermato dalla Microbiologia Universitaria. A quel punto i medici hanno potuto prescrivere una terapia specifica contro il parassita, ottenendo un miglioramento rapido e costante. Dopo 14 giorni di ricovero, il paziente è guarito senza dover affrontare un’operazione chirurgica maggiore.
«La stretta integrazione tra Malattie Infettive, Radiologia Interventistica e Microbiologia ci ha consentito di raggiungere una diagnosi non immediata e di scegliere un trattamento efficace e poco invasivo», spiegano gli specialisti del Galliera.
Il caso mostra quanto possano essere preziosi anche dettagli della storia clinica apparentemente remoti. Un viaggio compiuto dieci anni prima si è rivelato la traccia necessaria per riconoscere un’infezione rara e restituire in pochi giorni la salute al paziente.
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