Civ, Tursi inventa il patentino di fedeltà: prima la richiesta di epurazioni, poi il tavolo del dialogo. Il “Metodo Tursi” per giocarsi il consenso è servito


Una lettera dell’assessora Beghin suggeriva di verificare, sostituire o accompagnare alla porta i presidenti dei Centri integrati di via troppo critici verso la Giunta e impegnati apertamente in politica. Dopo la rivolta di Confcommercio e Confesercenti, il Comune scopre improvvisamente il valore del confronto e promette di riscrivere il protocollo. Il guaio vero è il metodo, che non si riduce a questo incidente diplomatico né riguarda solo l’assessora al commercio, ma sembra una regola del Palazzo di via Garibaldi. Sulle barricate, ormai, ci sono categorie economiche e sindacati

Prima si prende carta intestata e si invita a controllare se i presidenti dei Centri integrati di via siano sufficientemente collaborativi, possibilmente docili e soprattutto poco inclini a criticare la Giunta. Poi, quando commercianti e associazioni fanno notare che forse l’amministrazione non può scegliersi gli interlocutori come fossero soprammobili, si convoca un tavolo per spiegare che era tutto un grande fraintendimento. A Palazzo Tursi il dialogo funziona così: non previene gli incendi, arriva con il secchiello quando il palazzo è già pieno di fumo.

Il caso
La protagonista dell’ultima impresa diplomatica è l’assessora comunale al Commercio Tiziana Beghin, firmataria (e chissà se sola autrice) di una comunicazione che, sotto l’elegante intestazione della collaborazione istituzionale, entrava con la delicatezza di un ariete nella vita interna dei consorzi che, ricordiamolo, sono imprese. Qualcuno si sognerebbe mai di indicare apertamente da poltrone politiche chi debba sedere alla presidenza o nel consiglio di Esselunga, di Stellantis e Exor per continuare a beneficiare di eventuali contributi o agevolazioni statali? La libertà di pensiero, parola e opinione e la facoltà di impegnarsi in politica sono tutte garantite dalla Costituzione. Inevitabile leggere la lettera e spalancare le mascelle nella più evidente manifestazione di stupore.
La lettera, poi, non si limitava a raccomandare correttezza, equilibrio o separazione tra ruoli politici e associativi. Suggeriva di verificare la posizione dei presidenti, valutare dimissioni o sostituzioni e riferire all’assessorato gli eventuali provvedimenti adottati. Insomma, non proprio un invito a prendere un caffè e discutere serenamente dei saldi estivi.
Il ragionamento aveva una sua impeccabile semplicità amministrativa. Poiché i Centri integrati di via ricevono patrocini, contributi e autorizzazioni dal Comune, chi li presiede dovrebbe mantenere un rapporto di fiducia con gli uffici e possibilmente evitare attacchi pubblici alla sindaca Silvia Salis o agli assessori. Tradotto dal burocratese: se l’amministrazione apre il rubinetto dei contributi, sarebbe opportuno non lamentarsi troppo della qualità dell’acqua.
La comunicazione chiedeva alle associazioni di accertare eventuali comportamenti considerati lesivi, di prendere in considerazione le dimissioni dei presidenti politicamente esposti e di informare tempestivamente il Comune sulle decisioni assunte. Un modello di autonomia particolarmente – diciamo così – innovativo, nel quale i consorzi scelgono liberamente i propri rappresentanti, purché la scelta riceva l’implicito bollino di gradimento dell’assessorato.
L’acqua calda e la doccia fredda
Che nei Centri integrati di via vi siano persone politicizzate non richiedeva esattamente una commissione d’inchiesta. Accade da sempre e su entrambi i versanti, tra centrodestra e centrosinistra. Scoprirlo ora è come scoprire l’acqua calda. Presidenti, commercianti e dirigenti possono avere tessere, simpatie, incarichi passati e opinioni presenti. La vera scoperta sarebbe trovare un organismo cittadino frequentato soltanto da individui privi di qualsiasi idea politica, magari selezionati in laboratorio.
È invece del tutto sensato chiedere a chi guida un consorzio di non confondere la rappresentanza di commercianti diversi con la propria militanza personale. Ma dovrebbe spettare agli associati, agli statuti e agli organismi interni stabilire quando il confine viene superato. Se a decidere chi è troppo politico interviene l’assessorato che distribuisce contributi e autorizzazioni, il confine non viene chiarito. Al contrario, si infila in un discorso politicamente molto pericoloso.
I Centri integrati di via, del resto, non sono sezioni decentrate di Palazzo Tursi, né comitati elettorali con le luminarie natalizie anche se, in verità, alcuni a volte lo sono sembrati. Sono consorzi costituiti da imprese, con organi propri e rappresentanti scelti secondo regole interne. Il Comune può valutare i progetti, controllare come vengono spese le risorse pubbliche assegnate, pretendere rendicontazioni e negare fondi quando mancano i requisiti. Stilare una classifica informale dei presidenti abbastanza mansueti da meritare la collaborazione pubblica è un’attività molto più creativa e decisamente meno rassicurante. Una doccia fredda.
Rabbia e preoccupazione delle categorie
Confcommercio Genova ha quindi chiesto un incontro urgente, ricordando che i suoi 55 Centri integrati di via raccolgono centinaia di piccoli imprenditori. Gente che, spesso gratuitamente, organizza manifestazioni, cura le strade, promuove i quartieri, sostiene le botteghe e prova a tenere accese le insegne. Non proprio una rete clandestina impegnata a rovesciare l’ordine costituito, anche se qualcuno potrebbe avere pronunciato una frase poco entusiasta sulla Giunta.
Il presidente di Confcommercio Genova Alessandro Cavo ha rivendicato l’autonomia dei consorzi e dei loro rappresentanti, sostenendo che il lavoro associativo debba essere giudicato sui risultati e non sul colore politico. Una posizione sorprendentemente radicale: valutare chi guida un Centro integrato di via in base a ciò che fa per le imprese, invece che alla quantità di applausi riservata all’amministrazione.
Il concetto espresso da Confcommercio è persino difficile da fraintendere. I commercianti si occupano di sviluppo economico, sicurezza, attrattività e promozione delle strade. Il Comune giudica la bontà dei progetti, verifica l’uso delle risorse e misura le ricadute sul territorio. Le opinioni personali restano personali. Un sistema forse meno avvincente di una selezione politica dei presidenti, ma apparentemente più compatibile con l’autonomia associativa.
L’associazione ha anche chiesto alle forze politiche di lasciare i consorzi fuori dalle guerre di partito. Le botteghe hanno bisogno di finanziamenti, meno burocrazia, iniziative e clienti. Del certificato di buona condotta nei confronti della Giunta, invece, sembrano poter fare tranquillamente a meno.
Confesercenti Genova ha scelto toni più istituzionali, ma il messaggio del presidente Massimiliano Spigno è arrivato comunque senza bisogno di sottotitoli. Basta polemiche e richiami, occorre tornare a discutere di progetti, risorse e territori. Le associazioni di categoria, ha ricordato, dovrebbero essere interlocutrici centrali dell’amministrazione, non pubblico pagante convocato dopo lo spettacolo per esprimere un’opinione sulla sceneggiatura.
Massimiliano Spigno ha chiesto di rinnovare il protocollo d’intesa, chiarendo ruoli, responsabilità e strumenti. Un’esigenza che, in una città amministrata attraverso il confronto, sarebbe stata affrontata prima di inviare lettere con richieste di dimissioni. Ma evidentemente il metodo preventivo è stato ritenuto troppo convenzionale.
Confesercenti propone che anche le eventuali criticità interne ai Centri integrati di via vengano affrontate attraverso il dialogo con le associazioni. Una procedura lenta, noiosa e scarsamente spettacolare, ma con il curioso vantaggio di evitare comunicati infuocati, accuse di ingerenza e riunioni d’emergenza per riparare ciò che si poteva non rompere.
Alla fine il tavolo è arrivato. Come spesso accade, non per progettare il futuro, ma per bonificare il presente. Ora il Comune promette di rivedere il protocollo e di restituire serenità ai rapporti con le categorie. Una soluzione condivisibile, anche se resta il dubbio che sarebbe stato più semplice aprire il confronto prima di suggerire alle associazioni quali presidenti tenere e quali accompagnare cortesemente verso l’uscita.
Il grande rammendatore Terrile mette l’ennesima toppa all’ennesima gaffe
Il tavolo, alla fine, è arrivato. All’incontro hanno partecipato la sindaca Silvia Salis, il vicesindaco Alessandro Terrile, l’assessora Tiziana Beghin, Confcommercio e Confesercenti. L’amministrazione ha riconosciuto che la lettera aveva prodotto fraintendimenti e tensioni non opportuni e ha manifestato la disponibilità a rivedere il protocollo.
La formula dei “fraintendimenti”, come spesso accade, ha il pregio di distribuire equamente la responsabilità tra chi ha scritto un documento e chi lo ha letto. Eppure, quando una lettera invita a valutare le dimissioni dei presidenti che criticano la Giunta, il margine interpretativo non sembra vastissimo. Si può discutere sull’opportunità politica, sulla forma e sulla proporzione della risposta, ma è difficile sostenere che i destinatari abbiano immaginato dal nulla il contenuto.
Confcommercio ha preso atto delle precisazioni della sindaca Silvia Salis, senza però archiviare la vicenda come un semplice equivoco. La nota viene ancora definita inopportuna e lesiva dell’autonomia dei Centri integrati di via. L’associazione parteciperà quindi alla revisione del protocollo chiedendo garanzie precise sulla tutela dei dirigenti, sul rispetto delle rappresentanze e sull’esclusione di future interferenze istituzionali.
La collaborazione con il Comune resta considerata strategica, ma viene subordinata al rispetto reciproco. Un concetto apparentemente elementare che ora dovrà essere trasformato in regole scritte, forse per evitare che alla prossima critica pubblica qualcuno torni a confondere il finanziamento di un progetto con una licenza di fedeltà amministrativa.
A tentare l’affannosa ricucitura è intervenuto ancora una volta il vicesindaco Alessandro Terrile, ormai frequentemente impegnato a disinnescare beghe con categorie, organizzazioni sindacali e corpi intermedi. È ormai una specie di rammendatore istituzionale che per spirito di servizio interviene quando lo strappo è già visibile e la protesta è già partita.
Il nodo politico va oltre la singola lettera. Associazioni datoriali e sindacati, comprese organizzazioni non certo ostili all’area politica della maggioranza, hanno più volte contestato alla Giunta il metodo della mancata consultazione. Nessuno sostiene che l’amministrazione debba consegnare le proprie decisioni alle categorie o trasformare ogni tavolo in un diritto di veto: è un metodo che in passato non ha dato buoni frutti per la città. Ma consultare non significa obbedire.
L’annosa buona prassi, quantomeno formale, salverebbe da polemiche e crisi di relazione. Eppure…
Significa però informare gli interlocutori, ascoltarne le osservazioni e provare a prevedere le conseguenze di un provvedimento prima di presentarlo come fatto compiuto. È una procedura antica, non particolarmente rivoluzionaria e persino economica: costa meno di una crisi istituzionale, richiede meno comunicati e riduce il numero di riunioni convocate per spiegare che non si intendeva dire ciò che era stato scritto.
La vicenda si chiude, per ora, con la promessa di una profonda revisione del protocollo. Le associazioni chiedono che i Centri integrati di via rimangano strumenti delle imprese e dei territori, non organismi sottoposti a un controllo politico sulla rispettabilità dei propri dirigenti. Il Comune assicura dialogo e collaborazione.
Resta da capire se il nuovo metodo comincerà prima della prossima lettera o, come da tradizione recente, immediatamente dopo. Perché il metodo di Palazzo Tursi non può essere più scambiato per inesperienza, ormai è il filo rosso delle relazioni dell’amministrazione con aziende e genovesi. Potrebbe raccogliere facilmente applausi a scena aperta e invece inciampa in quella che è ormai una prassi che rischia di inimicargli categorie, sindacati e cittadini. Sembra quasi che il Palazzo di via Garibaldi si stia impegnando con la massima dedizione a pestare calli, come se gli amministratori non dovessero presentarsi tra quattro anni alle urne comunali se vorranno continuare il loro impegno, come se i partiti non dovessero già il prossimo anno andare alle elezioni politiche e, nel 2029, a quelle regionali.
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