Oggi a Genova 

Sicurezza, fronte comune contro la manifestazione: «No a ronde, paura e cittadini messi gli uni contro gli altri»

Associazioni, circoli e gruppi politici della Bassa Valbisagno prendono le distanze dall’appuntamento di piazza Martinez. Nel documento si chiede un modello fondato su servizi, illuminazione, cultura, prevenzione e presidio sociale del territorio

La manifestazione per la sicurezza convocata per sabato 25 luglio alle 21 in piazza Martinez apre un nuovo fronte politico e associativo nel quartiere. Una vasta rete di realtà della Bassa Valbisagno ha diffuso un documento congiunto per annunciare la propria distanza dall’iniziativa e per proporre un’idea alternativa di sicurezza, fondata non sulle ronde o sulla contrapposizione tra cittadini, ma sul rafforzamento delle istituzioni, dei servizi pubblici e del tessuto sociale.

Nel comunicato i firmatari partono da una premessa precisa: dietro la manifestazione potrebbero esserci persone realmente preoccupate o spaventate da episodi di microcriminalità avvenuti nel quartiere. Ma, secondo le associazioni, sarebbe necessario comprendere chi stia effettivamente organizzando e dirigendo l’appuntamento, quali obiettivi abbia e chi intenda rappresentare.

Il timore espresso nel documento è che possa ripetersi uno schema già visto a Sestri Ponente, dove una protesta nata attorno al tema della sicurezza è stata accompagnata da tensioni e aggressioni ai danni di cronisti e fotoreporter impegnati a documentare l’iniziativa. Le realtà firmatarie sostengono che anche nel caso di piazza Martinez potrebbero esserci esponenti politici intenzionati a utilizzare il disagio dei residenti per costruire una mobilitazione di carattere repressivo e divisivo.

La sicurezza, si legge nel documento, non può essere considerata proprietà esclusiva di una parte politica. È un diritto che appartiene a ogni cittadina e cittadino e deve essere affrontato senza trasformare la paura in uno strumento di propaganda o in un’occasione per alimentare ostilità verso altri gruppi sociali.

Secondo i firmatari, il Municipio Bassa Valbisagno dispone già di istituzioni radicate sul territorio, di una rete associativa ampia e attiva e di numerose realtà commerciali che contribuiscono ogni giorno a mantenere vivi i quartieri. Sono questi presìdi, insieme al controllo istituzionale e alla presenza quotidiana di chi vive e lavora nella zona, a costituire la prima barriera contro degrado, isolamento e marginalità.

Da qui la netta contrarietà a qualunque ipotesi di ronde spontanee organizzate da gruppi di cittadini. Il comunicato pone una domanda diretta: chi sceglierebbe le persone chiamate a svolgere quei controlli e sulla base di quali criteri? Per le associazioni, gruppi autorganizzati senza mandato pubblico non possono sostituirsi alle forze dell’ordine, agli enti locali o ai servizi territoriali.

«No all’uso della forza quando devono prevalere intelligenza e integrazione», è il principio richiamato nel documento. La sicurezza, secondo questa impostazione, non coincide soltanto con un aumento dei controlli, ma con la capacità di prevenire le condizioni che rendono più fragile un quartiere.

I firmatari indicano quindi un modello costruito attorno a strade meglio illuminate, spazi pubblici curati e progettati con attenzione, attività culturali ed educative accessibili, servizi pubblici funzionanti e numeri di emergenza realmente operativi. A questi elementi si aggiungono telecamere diffuse e costantemente monitorate, negozi di prossimità, sedi associative e luoghi capaci di favorire relazioni e socialità.

L’idea di fondo è che un territorio frequentato, illuminato, vissuto e attraversato da relazioni stabili sia anche un territorio più sicuro. Il mantenimento del tessuto economico e sociale viene indicato come uno strumento di prevenzione più efficace rispetto a interventi sporadici o iniziative nate sull’onda dell’emotività.

Nel documento viene affrontata anche la scelta della data. Il 25 luglio coincide con la ricorrenza della pastasciutta antifascista, legata al gesto della famiglia Cervi, che nel 1943 offrì pasta agli abitanti di Campegine per celebrare la caduta e l’arresto di Benito Mussolini. Per i firmatari, convocare proprio quel giorno una manifestazione che temono possa essere orientata da ambienti della destra assume un significato provocatorio.

Le associazioni precisano tuttavia di non voler organizzare una contromanifestazione. L’obiettivo dichiarato non è contrapporre una piazza a un’altra, ma continuare il lavoro quotidiano nel quartiere, insieme ai residenti e alle realtà già attive sul territorio.

Il riferimento politico e culturale indicato nel comunicato è la Costituzione, interpretata come base di una sicurezza fondata sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla convivenza democratica, sulla libertà individuale, sulla dignità umana e sulla legalità.

La presa di posizione riunisce soggetti molto diversi tra loro. Tra le associazioni e le realtà territoriali figurano l’Anpi di San Fruttuoso, il circolo Arci Zenzero, l’associazione Senza Paura, il circolo Acli Achille Grandi, il Centro Terralba, Teatro Garage, il collettivo Mettiamoci la Voce, l’associazione Gli Altri, Auser Genova, Legambiente Liguria, Arci Quezzi Alta, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia di Quezzi e Tutori Riuniti Liguria.

Sul piano politico hanno aderito il gruppo consiliare del Partito Democratico della Bassa Valbisagno, le articolazioni territoriali del Pd di San Fruttuoso e Quezzi, il gruppo consiliare di Alleanza Verdi e Sinistra, quello del Movimento 5 Stelle, il gruppo della Lista Civica della Bassa Valbisagno e la Lista Salis.

La manifestazione di sabato si inserisce così in un dibattito ormai apertamente diviso tra due impostazioni. Da una parte chi chiede una presenza più visibile delle forze dell’ordine e iniziative pubbliche capaci di dare voce alla paura dei residenti. Dall’altra chi teme che quella mobilitazione possa scivolare verso una logica di contrapposizione, individuando nemici interni anziché affrontare le responsabilità istituzionali e le carenze strutturali.

Il punto di convergenza resta il riconoscimento dell’esistenza di un problema. A dividere è il metodo. Per le realtà firmatarie, la risposta non può essere affidata a gruppi spontanei né a formule emergenziali, ma deve passare da investimenti durevoli, servizi efficienti e una rete sociale capace di impedire che intere zone vengano lasciate sole.


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