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Giacomo Montanari: «Genova diventi una grande esposizione di se stessa»

La mostra dedicata a van Dyck ha chiuso con 73 mila ingressi e diventa il punto di partenza per ripensare musei, promozione culturale e rapporto con il turismo. Per l’assessore comunale, la cultura deve migliorare la vita dei cittadini e non ridurre Genova a una città da consumare: le grandi mostre devono rafforzare i musei permanenti: ««La cultura deve migliorare la vita dei cittadini, non spolpare la città»

Settantatremila visitatori in quattro mesi. È il risultato con cui Palazzo Ducale ha chiuso “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la grande esposizione allestita dal 20 marzo al 19 luglio nell’Appartamento e nella Cappella del Doge. Curato da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, il percorso ha riunito sessanta opere in dieci sezioni, con prestiti arrivati da alcuni dei principali musei e collezioni internazionali. Un progetto costruito attorno al viaggio europeo di Anton van Dyck, dal periodo giovanile ad Anversa al lungo soggiorno italiano, con Genova al centro, fino alla corte inglese.

La chiusura della mostra non è però soltanto il momento dei numeri e dei ringraziamenti. Per l’assessore comunale alla Cultura Giacomo Montanari rappresenta l’occasione per interrogarsi sul modello culturale che Genova vuole costruire: quale funzione debbano avere le grandi esposizioni, come debbano dialogare con i musei civici, quale equilibrio sia necessario tra rigore scientifico e capacità di coinvolgere un pubblico più ampio e, soprattutto, in che modo cultura e turismo possano produrre valore senza trasformare la città in un bene da consumare.

Assessore, partiamo dal dato più immediato: 73 mila visitatori. Che cosa rappresenta questo risultato per Palazzo Ducale e per Genova?

«La mostra su Van Dyck è stata innegabilmente un grande successo dal punto di vista del pubblico. Ottenere oggi un numero così elevato di visitatori con un’esposizione dedicata all’arte antica, per quanto prestigiosa e importante, è un traguardo invidiabile. Non dobbiamo dimenticare che non si trattava di una mostra costruita attorno a un linguaggio immediatamente popolare o a un fenomeno di consumo culturale già consolidato. Era un progetto scientifico complesso, con opere di grandissima qualità e un impianto capace di parlare anche a un pubblico preparato ed esigente».

«Il merito va innanzitutto alle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, che hanno realizzato un lavoro di livello internazionale. Va poi riconosciuto il ruolo di Palazzo Ducale e quello degli uffici comunali, che hanno sostenuto con continuità il progetto e una campagna di comunicazione molto ampia, sviluppata sia sul piano nazionale sia su quello internazionale. Il risultato ci dice che Genova possiede la credibilità, le competenze e la forza necessarie per produrre grandi esposizioni anche nel settore dell’arte antica».

Il successo di pubblico dimostra quindi che una mostra scientificamente rigorosa non deve necessariamente rivolgersi a una nicchia?

«Esattamente. Una delle indicazioni più importanti lasciate da questa esperienza è proprio questa. Non dobbiamo contrapporre qualità scientifica e capacità di attrazione. Una mostra costruita con rigore, con opere originali e prestiti straordinari può raggiungere un pubblico numeroso, diventando al tempo stesso uno strumento di conoscenza e un ambasciatore della città».

«Naturalmente dobbiamo essere consapevoli del fatto che operazioni di questa dimensione sono molto complesse. Richiedono investimenti, rapporti internazionali, assicurazioni, trasporti, allestimenti e una struttura organizzativa imponente. È difficile immaginare che possano coprire autonomamente tutti i costi soltanto attraverso la bigliettazione, anche quando riescono a ottenere numeri rilevanti e a intercettare sponsorizzazioni».

«Per questa ragione bisogna lavorare su una programmazione equilibrata. Le esposizioni scientifiche, costruite con opere di grande qualità e rivolte anche a un pubblico più selezionato, devono convivere con proposte culturali capaci di raggiungere una platea più larga. Sono due lati della stessa medaglia. Non si tratta di scegliere tra cultura alta e cultura popolare, ma di costruire un sistema nel quale linguaggi differenti si sostengano reciprocamente, anche sotto il profilo economico».

Il parametro decisivo, dunque, non può essere soltanto quello dei biglietti staccati.

«Il numero degli ingressi è importante e sarebbe sbagliato sottovalutarlo. Ma una grande mostra non può essere valutata soltanto contando quante persone hanno varcato la soglia. “Van Dyck l’Europeo” ha dimostrato che un progetto culturale di qualità può trasformarsi in un attivatore molto più ampio».

«L’esposizione ha raccontato Genova attraverso uno dei protagonisti della pittura europea. Ha mostrato il ruolo che la città ebbe nella formazione e nell’affermazione di Anton van Dyck, ha acceso l’attenzione sui palazzi, sulle collezioni e sulle opere ancora conservate sul territorio. In questo modo la mostra non è rimasta chiusa nelle sale di Palazzo Ducale, ma ha indicato un itinerario ideale attraverso tutta la città».

La stessa impostazione era stata dichiarata all’apertura del progetto: il percorso temporaneo avrebbe dovuto invitare il pubblico a proseguire la visita nei Palazzi dei Rolli e nei Musei di Strada Nuova, seguendo le tracce lasciate dal pittore durante il soggiorno genovese.

Per la promozione della mostra è stato utilizzato anche un contributo dell’imposta di soggiorno. Che ruolo ha avuto quell’investimento?

«È stato determinante. Parliamo di circa 450 mila euro destinati alla promozione della mostra e, attraverso di essa, della città. È stato possibile grazie a un lavoro comune che non ha coinvolto soltanto il settore Cultura, ma anche il Turismo, con un impegno molto forte dell’assessora Tiziana Beghin e del tavolo dell’imposta di soggiorno».

«La mostra è stata individuata come l’elemento trainante di una campagna che non promuoveva soltanto un evento espositivo. Attorno a “Van Dyck l’Europeo” è stata costruita una narrazione capace di coinvolgere le attività culturali, turistiche ed economiche della città. Questo cambia completamente il significato dell’investimento: non stiamo finanziando esclusivamente la pubblicità necessaria a vendere un biglietto, ma utilizziamo un progetto di qualità come strumento di dialogo tra Genova, il suo patrimonio e il pubblico nazionale e internazionale».

«Una mostra di questo livello diventa un ambasciatore. Può attrarre una persona a Palazzo Ducale, ma poi quella persona visita un museo, entra in un palazzo storico, scopre una chiesa, resta più giorni, percorre quartieri che non conosceva e incontra una città molto più vasta dell’evento che l’ha portata qui. È questa la promozione integrata alla quale dobbiamo puntare».

La grande esposizione temporanea deve quindi diventare una porta d’ingresso al patrimonio permanente?

«Questa è una delle sfide principali. Genova non può ragionare soltanto per eventi delimitati nel tempo, per quanto prestigiosi. Le mostre aprono e chiudono, mentre il patrimonio della città resta. Dobbiamo cominciare a immaginare Genova come una grande esposizione di se stessa, mettendo in dialogo il territorio, i musei civici, i palazzi, le collezioni, gli spazi monumentali e i luoghi meno conosciuti».

«Un investimento realizzato su una mostra temporanea produce effetti durante un periodo definito. Un investimento destinato ai musei civici, alla loro conservazione, al riallestimento, alla ricerca e all’accessibilità continua invece a generare valore nel tempo. Questo non significa rinunciare alle grandi esposizioni. Significa usarle anche per accendere i riflettori sul patrimonio permanente».

«La ricaduta è più difficile da misurare rispetto al numero immediato degli ingressi, ma esiste. Un visitatore può arrivare per Van Dyck e scoprire i Musei di Strada Nuova. Può entrare a Palazzo Ducale per una mostra e comprendere che la città possiede collezioni capaci di giustificare da sole un viaggio. La sinergia tra evento temporaneo e sistema museale deve restare costantemente attiva».

Proprio i Musei di Strada Nuova hanno ottenuto le tre stelle della Guida Michelin. Quanto pesa questo riconoscimento?

«È un risultato di enorme importanza, perché tre stelle significano che un luogo “vale il viaggio”. È il riconoscimento di una qualità straordinaria, non soltanto delle opere conservate, ma dell’insieme formato da storia, architettura, autenticità, gestione e accoglienza. La mostra su Van Dyck e le collezioni permanenti appartengono allo stesso racconto: una sostiene la conoscenza dell’altra».

«Naturalmente, i riconoscimenti non possono essere considerati acquisiti per sempre. Le tre stelle si conquistano, ma devono anche essere mantenute. Questo richiede investimenti, manutenzione, ricerca, capacità di accogliere il pubblico e una struttura scientifica all’altezza». La Guida Michelin ha attribuito nel maggio 2026 il massimo riconoscimento turistico ai Musei di Strada Nuova, definendoli un complesso che merita da solo il viaggio.

Lei insiste molto sulla struttura scientifica dei musei. Qual è la situazione del corpo curatoriale comunale?

«L’amministrazione vuole valorizzare il più possibile i curatori e le professionalità scientifiche. Non parliamo soltanto delle persone incaricate di conservare fisicamente le opere. I curatori studiano le collezioni, costruiscono le strategie di valorizzazione, valutano prestiti, acquisizioni e donazioni, progettano le attività future e individuano gli strumenti necessari alla manutenzione del patrimonio».

«Negli ultimi anni il sistema ha dovuto affrontare pensionamenti molto importanti. Penso a Piero Boccardo, Lorena Pessa e Francesca Serrati, che hanno guidato a lungo settori decisivi delle collezioni civiche. Quando escono professionalità di questo livello si aprono lacune che non possono essere ignorate. La governance scientifica pubblica deve essere inattaccabile, perché è il punto dal quale deve partire qualsiasi ragionamento serio sui musei».

«In questi mesi sono stati realizzati tre innesti nel corpo curatoriale e l’obiettivo è arrivare a un quarto attraverso un bando da pubblicare entro il 2026. Tra gli inserimenti più significativi c’è quello di Barbara Viale per la Galleria d’Arte Moderna e le Raccolte Frugone. Stiamo inoltre lavorando affinché Ilda Ricaldone, compatibilmente con le procedure necessarie, possa occuparsi del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce».

Perché la presenza di una figura specificamente competente nell’arte contemporanea è così importante per Villa Croce?

«Perché un museo non si valorizza attraverso dichiarazioni generiche. Villa Croce riceve proposte di collaborazione, richieste progettuali e offerte di donazione. Ognuna di queste opportunità deve essere esaminata da una persona competente, capace di valutarne la qualità e la coerenza con la collezione».

«Spesso si dice che Villa Croce dovrebbe essere maggiormente valorizzato, che dovrebbe fare di più o seguire determinate direzioni. Ma il primo passo concreto è dotare il museo di una professionalità scientifica adeguata. Senza un curatore competente non è possibile costruire una programmazione, sviluppare le relazioni internazionali, lavorare sulla collezione permanente o decidere responsabilmente quali proposte accogliere».

Il museo, temporaneamente chiuso per lavori di accessibilità e adeguamento, fa parte del polo comunale dedicato all’arte moderna e contemporanea. L’amministrazione ha indicato per la riapertura l’obiettivo dell’autunno 2026, accompagnato da una nuova programmazione e dalla valorizzazione della collezione permanente.

Il prossimo rafforzamento scientifico riguarderà invece l’arte antica?

«L’obiettivo è individuare una persona che possa rafforzare il polo civico dell’arte antica, anche in vista della completa riapertura di Sant’Agostino. I tempi di queste operazioni sono inevitabilmente lunghi, ma dobbiamo prepararci. Sant’Agostino è un museo complesso e importante, che dovrà tornare pienamente nel sistema culturale cittadino».

«Più in generale, abbiamo bisogno di nuove forze per sostenere una rete articolata, che comprende realtà come i Musei di Strada Nuova, i Musei di Nervi e Sant’Agostino. Non basta riaprire una porta o completare un cantiere. Occorre avere persone in grado di studiare, programmare, costruire relazioni e dare continuità alla valorizzazione».

Dopo il successo di “Van Dyck l’Europeo”, quale dovrebbe essere il posizionamento di Genova?

«Genova deve confermarsi come meta culturale. Tengo molto a questa definizione: non semplicemente una meta turistica, ma una meta culturale. Significa che il viaggio nasce dalla possibilità di conoscere un luogo, la sua storia, le sue collezioni, la sua identità e le sue trasformazioni».

«Il turismo culturale non può essere ridotto all’obiettivo di incamerare il maggior numero possibile di visitatori. Dobbiamo portare le persone a conoscere la città, favorire un impatto educativo, chiedere rispetto per i luoghi e trasformare la presenza dei visitatori in un motore di sviluppo positivo. Il beneficio deve ricadere prima di tutto sui cittadini».

Che cosa accade quando questa ricaduta non arriva?

«Il rischio è quello di un modello estrattivo. Se il benessere prodotto dai flussi viene assorbito da due o tre grandi operatori, mentre sul territorio restano soltanto costi, congestione e problemi, la città viene impoverita. È come trattare un luogo alla maniera di un giacimento: si estrae valore fino a quando è possibile, poi, una volta consumato il bene, ci si sposta altrove».

«Questo modello ha già prodotto conseguenze negative in diverse città italiane e noi dobbiamo evitarlo. La cultura può generare economia, lavoro e attrattività, ma deve farlo migliorando la qualità della vita urbana. Deve rafforzare i servizi, sostenere le attività diffuse, aumentare la consapevolezza dei cittadini e lasciare sul territorio strumenti duraturi».

«Una mostra come quella dedicata a Van Dyck indica una strada diversa. Porta persone a Genova attraverso la qualità, le invita a comprendere il rapporto tra l’artista e la città e le accompagna verso un patrimonio che non è artificiale né costruito esclusivamente per il consumo turistico. È una proposta che nasce dall’identità stessa di Genova».

In questa idea di città-museo rientra anche il cimitero monumentale di Staglieno?

«Certamente. Uno dei passaggi importanti compiuti dall’amministrazione è stato cominciare a riconoscere Staglieno non soltanto come cimitero, ma come bene culturale e museale. Il suo valore era noto da tempo, ma serve una precisa scelta amministrativa per inserirlo pienamente nella programmazione culturale, studiarlo, valorizzarlo e renderlo parte integrante del racconto della città».

«Lo stesso vale per il patrimonio riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, per i Palazzi dei Rolli, per le collezioni civiche e per gli altri luoghi diffusi. Non possiamo promuoverli soltanto verso l’esterno. Prima di tutto dobbiamo fare in modo che i cittadini ne comprendano il valore».

Perché la consapevolezza dei cittadini è così decisiva?

«Perché soltanto ciò che viene riconosciuto dalla comunità può avere una permanenza reale sul territorio. Se lavoriamo avendo come unico interlocutore il turista, rischiamo di costruire iniziative che si esauriscono una volta terminata la campagna promozionale. Se invece i cittadini comprendono il valore del patrimonio e le ricadute positive della sua valorizzazione, quel lavoro diventa stabile».

«La mostra su Van Dyck, la promozione integrata della città e un’offerta turistica fondata sui contenuti culturali rappresentano la direzione giusta. Consentono di lavorare a un’altra velocità, senza separare cultura, territorio e sviluppo economico, ma anche senza subordinare la cultura alle sole esigenze del mercato».

Che cosa resta, allora, dopo la chiusura delle sale?

«Resta la dimostrazione che Genova può trovarsi al centro di dinamiche nazionali e internazionali. Resta un pubblico che ha scoperto o riscoperto il rapporto tra Anton van Dyck e la città. Resta il lavoro scientifico delle curatrici, resta la rete costruita con i musei prestatori e resta una maggiore consapevolezza delle nostre possibilità».

«Ringrazio Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen per il grande lavoro svolto. A Palazzo Ducale auguro altri cento Van Dyck, naturalmente non come ripetizione di una formula, ma come capacità di produrre progetti ambiziosi, rigorosi e capaci di parlare al mondo».

La sfida indicata da Giacomo Montanari comincia dunque proprio nel momento in cui l’ultima opera lascia Palazzo Ducale. Trasformare il successo di una mostra in un sistema permanente, capace di unire grandi eventi, musei civici, competenze scientifiche e luoghi diffusi. Non una città utilizzata come scenario per attirare visitatori, ma una città che riconosce il proprio patrimonio, lo mette in relazione e lo utilizza per produrre conoscenza, lavoro e benessere condiviso.


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