Villa San Teodoro rinasce dopo anni di abbandono: a Sampierdarena una casa per ricominciare

Lo storico edificio di via Dino Col è stato trasformato in un polo sociale per persone senza dimora e nuclei fragili. Oltre 2,4 milioni di euro tra fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e risorse comunali per creare un centro diurno, sei appartamenti dedicati all’Housing First e nuovi servizi aperti al quartiere


Da immobile inutilizzato a luogo nel quale ricostruire una vita. Villa San Teodoro riapre le porte a Sampierdarena con una funzione completamente nuova: offrire accoglienza, ascolto e percorsi concreti verso l’autonomia alle persone che vivono condizioni di grave fragilità.

Lo storico edificio di via Dino Col 13 è stato inaugurato questa mattina dopo un articolato intervento di recupero. Il progetto è stato finanziato con oltre 1,4 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ai quali il Comune di Genova ha aggiunto un ulteriore milione di euro.
L’investimento complessivo supera quindi i 2,4 milioni e ha consentito non soltanto di mettere in sicurezza e ristrutturare la villa, ma anche di trasformarla in una moderna stazione di posta e in un presidio sociale aperto al territorio.
Il nuovo polo nasce per rispondere alle esigenze immediate di chi non dispone di una casa o attraversa una fase di profonda marginalità. L’obiettivo, tuttavia, non è limitarsi a offrire un riparo temporaneo. Accanto all’accoglienza trovano spazio orientamento, accompagnamento educativo, sostegno nella gestione della vita quotidiana e progetti personalizzati per recuperare stabilità e indipendenza.
Una struttura aperta anche al quartiere
Villa San Teodoro non sarà un luogo isolato dal resto di Sampierdarena. Il progetto prevede attività condivise con scuole, associazioni, gruppi sportivi e realtà del volontariato, nella convinzione che l’inclusione non possa essere costruita soltanto all’interno dei servizi sociali.
Laboratori, incontri e iniziative culturali dovranno favorire relazioni tra le persone accolte e la comunità locale. Tra le attività programmate figurano un orto sociale, il “pranzo in villa”, percorsi di educazione digitale, cantoterapia e atelier espressivi.
La struttura vuole così diventare un punto di riferimento non soltanto per chi riceve assistenza, ma per l’intero quartiere: uno spazio capace di contrastare la solitudine, creare occasioni d’incontro e prevenire isolamento e conflittualità.
«La marginalità non può essere una condizione che le istituzioni si limitano ad amministrare o contenere», ha dichiarato la sindaca Silvia Salis. «Il nostro compito è costruire insieme alle persone le condizioni per uscire dalla difficoltà, rispettandone i tempi e le diverse fragilità».
Secondo la sindaca, la casa deve essere considerata il punto di partenza di un percorso e non il premio finale da ottenere dopo avere superato ogni problema. «Qui le persone troveranno accoglienza, ma anche gli strumenti necessari per recuperare autonomia, relazioni e stabilità».
Sei appartamenti e i primi sette ospiti
La parte residenziale comprende sei appartamenti destinati ai percorsi di Housing First. Il modello parte dal riconoscimento della casa come diritto e come condizione essenziale per affrontare gli altri aspetti della fragilità: salute, lavoro, gestione economica e relazioni sociali.
Attualmente negli alloggi sono già ospitate sette persone. Ognuna viene accompagnata da operatori ed educatori nella costruzione di un progetto individuale, con interventi calibrati sulla propria storia e sui propri bisogni.
Gli appartamenti condivisi diventano così luoghi nei quali sperimentare la gestione della casa, il rispetto degli spazi comuni, l’organizzazione delle spese e la convivenza. Non semplici stanze, ma ambienti educativi nei quali imparare nuovamente ad assumersi responsabilità e a programmare il futuro.
È previsto anche un ulteriore alloggio in coabitazione con una capienza massima di sei persone. I primi ingressi dovrebbero avvenire a breve. Anche in questo caso gli ospiti saranno seguiti costantemente da professionisti, con l’obiettivo di prepararli a una futura sistemazione autonoma.
Il centro diurno e il primo ascolto
Il centro diurno è già operativo e può essere utilizzato ad accesso libero. Chi entra trova uno spazio protetto e non giudicante nel quale raccontare la propria situazione e ricevere una prima valutazione dei bisogni.
Il colloquio iniziale prende in considerazione diversi aspetti: la condizione abitativa, lo stato di salute, l’eventuale disponibilità di un lavoro o di un reddito e il possesso dei documenti necessari per accedere ai servizi.
Gli operatori possono poi accompagnare concretamente le persone verso mense, dormitori, strutture sanitarie e uffici pubblici, aiutandole nella prenotazione degli appuntamenti e nella gestione delle pratiche amministrative.
Nei casi più complessi viene costruito, insieme ai servizi sociali, un percorso personalizzato di case management. L’assistenza viene quindi coordinata evitando che la persona sia costretta a muoversi da sola tra uffici, enti e prestazioni differenti.
Dalla riqualificazione alla nuova funzione sociale
Il cantiere ha comportato interventi strutturali, impiantistici e di adeguamento degli spazi. L’immobile è stato reso sicuro sotto il profilo statico e sismico, oltre che accessibile e adatto alle nuove funzioni assistenziali.
«Restituiamo a Sampierdarena un edificio completamente sicuro e saniamo una ferita urbana rimasta aperta per anni», ha spiegato l’assessore ai Lavori pubblici, alle Manutenzioni e all’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza Massimo Ferrante.
L’assessore ha sottolineato che l’intervento non si è limitato alla ristrutturazione materiale. «Abbiamo rifunzionalizzato gli ambienti e trasformato un potenziale elemento di degrado in una risorsa stabile e duratura per tutta la città».
La riapertura della villa rappresenta quindi anche un’operazione di rigenerazione urbana: un bene pubblico abbandonato viene recuperato e destinato a un servizio che punta a incidere direttamente sulla qualità della vita del quartiere.
Un welfare oltre il dormitorio
L’assessora comunale al Welfare Cristina Lodi ha evidenziato il superamento della tradizionale logica assistenziale. Villa San Teodoro non sarà un dormitorio nel quale trascorrere una notte e tornare il giorno successivo nella stessa situazione.
«Attiviamo una risposta innovativa, che integra i servizi diurni con percorsi reali di stabilità e autonomia», ha spiegato Cristina Lodi. «Alle persone più fragili non offriamo soltanto un tetto protetto, ma strumenti e dignità per ricostruire la propria indipendenza».
Il lavoro sarà svolto in collaborazione con il Terzo settore, le reti sanitarie e i servizi territoriali. Ogni percorso dovrà tenere insieme abitazione, salute, inclusione, relazioni e capacità di organizzare la quotidianità.
Villa San Teodoro diventa così uno dei tasselli della strategia cittadina contro la grave marginalità. Un progetto nel quale il recupero di un edificio coincide con il tentativo di recuperare storie personali spezzate.
Dietro le porte appena riaperte non ci saranno soltanto posti letto e uffici. Ci saranno persone chiamate a riprendere in mano il proprio tempo, a ricostruire legami e a provare, con il sostegno della comunità, a immaginare nuovamente un futuro.
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