Il falò di San Giovanni, il fuoco antico che ogni anno riaccende la notte di Genova. Folla in piazza Matteotti per il tradizionale appuntamento

Dal solstizio d’estate alla festa del patrono, il rito del fuoco attraversa secoli di tradizioni popolari, devozione religiosa e memoria cittadina. In piazza Matteotti, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, Genova rinnova uno dei suoi appuntamenti più simbolici. La Fondazione Amon, che ha ideato e porta avanti in Ghost Tour (questa è la 30ª edizione), anche questa sera partecipatissimo, si occupa del falò dal 1992, in collaborazione col Comune

C’è una notte, a Genova, in cui il fuoco non è soltanto spettacolo. È rito, memoria, passaggio di stagione, gesto collettivo. Il falò di San Giovanni, acceso nella notte tra il 23 e il 24 giugno, porta con sé una storia molto più antica della festa moderna che oggi anima piazza Matteotti. È una tradizione che tiene insieme il calendario cristiano, i riti legati al solstizio d’estate e quel fondo di mistero popolare che da sempre accompagna le notti più brevi dell’anno.

San Giovanni Battista è il patrono di Genova dal 1327, quando la Repubblica lo proclamò ufficialmente protettore della città, affiancandolo a San Giorgio e San Lorenzo e stabilendo una processione annuale. Ma il rapporto tra Genova e il Battista era già più antico: la devozione cittadina era cresciuta nei secoli precedenti, legata anche alle reliquie e al ruolo del Santo nella protezione della comunità e del mare. Da allora, la festa del 24 giugno non è mai stata soltanto una ricorrenza religiosa. È diventata una data identitaria, uno dei momenti in cui la città si riconosce nei propri simboli.

Il falò appartiene alla vigilia, alla soglia. Non è il giorno pieno della celebrazione liturgica, ma la notte che lo precede, quella in cui il sacro e il popolare si sfiorano. Le radici del rito affondano nei fuochi solstiziali, accesi in molte parti d’Europa per salutare l’inizio dell’estate, propiziare fertilità, protezione e rinascita, allontanare il buio, le paure, gli spiriti maligni, la cattiva sorte. Con il cristianesimo, quei fuochi sono stati assorbiti dentro la festa di San Giovanni Battista, nato secondo il calendario liturgico il 24 giugno, pochi giorni dopo il solstizio.
A Genova questa sovrapposizione ha trovato un terreno naturale. Città di mare, di vicoli stretti, di alture, di chiese, di leggende e di passaggi improvvisi tra luce e ombra, la Superba ha conservato nel tempo il fascino della notte di San Giovanni come notte di devozione e di mistero. Un tempo i fuochi ardevano in più luoghi, nelle piazze, nei quartieri, sulle alture, accompagnando una festa che mescolava preghiera, comunità e credenze popolari. Il fuoco aveva un valore purificatore: bruciava simbolicamente ciò che doveva essere lasciato alle spalle e apriva la stagione nuova.
La tradizione genovese del falò si lega anche all’alloro, pianta carica di significati simbolici. L’alloro richiama vittoria, protezione, purificazione, ma nella dimensione popolare diventa soprattutto materia viva del rito: foglie e rami raccolti per alimentare il fuoco, per produrre fumo, profumo, crepitio, presenza. Il grande cumulo che viene preparato prima dell’accensione non è quindi soltanto combustibile. È parte della scena rituale, il corpo materiale di una tradizione che si costruisce prima ancora che la fiamma salga.
Nel tempo la festa si è trasformata. I falò diffusi hanno lasciato il posto a un appuntamento più organizzato e controllato, inserito nelle celebrazioni cittadine. Oggi il cuore della notte è piazza Matteotti, dove il falò viene acceso davanti a cittadini, turisti, famiglie e partecipanti agli eventi collegati alla vigilia del patrono. La dimensione spontanea di un tempo ha ceduto spazio alla sicurezza, ai piani di gestione, ai transennamenti, agli orari ufficiali. Ma il significato profondo resta riconoscibile: una città che si raduna intorno al fuoco alla vigilia della festa più sua.
Negli ultimi 34 anni anni, grazie alla Fondazione Amon che collabora col Comune, il falò è diventato anche il punto culminante della notte del Ghost Tour (realizzato da 30 anni a questa parte), il percorso tra storie, leggende, fantasmi, palazzi e angoli del centro storico a cui collaborano associazioni, figuranti e guide turistiche. Non è una semplice sovrapposizione turistica. La notte di San Giovanni si presta naturalmente a questo immaginario: è una notte di confine, in cui il calendario religioso incontra antiche credenze, il solstizio lascia tracce nella cultura popolare e il centro storico diventa palcoscenico di racconti che appartengono alla memoria urbana. Il fuoco, alla fine del percorso, chiude idealmente il viaggio nel buio.
La forza del falò di San Giovanni sta proprio nella sua doppia natura. Da una parte è una cerimonia pubblica, con saluti istituzionali e organizzazione comunale. Dall’altra conserva qualcosa di arcaico, quasi istintivo. Davanti al fuoco non serve conoscere tutta la storia della tradizione per capirne il senso. Le fiamme raccolgono gli sguardi, illuminano le facciate, trasformano per qualche minuto la piazza in uno spazio sospeso. Il rito funziona perché parla una lingua semplice e antichissima: la luce contro il buio, il calore contro la paura, la comunità contro la dispersione.
Il giorno successivo, il 24 giugno, la festa assume il volto solenne della celebrazione religiosa e civica, con la Cattedrale di San Lorenzo, le reliquie, la processione, il rapporto tra il patrono e la città. La notte precedente, invece, resta il territorio del fuoco. È il momento in cui Genova si prepara alla festa lasciando emergere la parte più popolare e simbolica della propria tradizione. Non c’è contraddizione tra i due piani: la devozione al Battista e i riti del solstizio si sono intrecciati nei secoli, dando forma a una festa che appartiene tanto alla Chiesa quanto alla città.
Per questo il falò di San Giovanni continua a richiamare persone. Non solo perché è scenografico, non solo perché segna l’inizio dell’estate, non solo perché è inserito in un programma di eventi. Continua a funzionare perché restituisce a Genova un gesto collettivo raro: ritrovarsi nello stesso luogo, alla stessa ora, davanti allo stesso simbolo. In una città spesso divisa tra quartieri, traffico, salite, mare e periferie, il fuoco di piazza Matteotti diventa per una notte un centro comune.
Ogni anno, quando il cumulo di alloro viene preparato e la piazza comincia a riempirsi, Genova ripete un gesto che viene da lontano. Lo fa con strumenti moderni, dentro regole moderne, in una città moderna. Ma il cuore del rito resta antico: accendere il fuoco nel punto più breve della notte, salutare l’estate, onorare il patrono e ricordare, anche senza dirlo, che le tradizioni sopravvivono quando riescono ancora a parlare al presente.
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