Pegli abbraccia Monica Montefalcone e Giorgia Sommacal: «La morte non cancella il loro sorriso»

Chiesa di San Francesco d’Assisi gremita e centinaia di persone anche sul piazzale per l’ultimo saluto alla docente dell’Università di Genova e alla figlia, morte durante un’immersione alle Maldive. Nell’omelia l’arcivescovo Marco Tasca ha richiamato la forza della speranza: «Nessuno è chiamato ad attraversare da solo la sofferenza»

Pegli si è fermata nel silenzio più difficile, quello che arriva quando una comunità intera non trova parole abbastanza grandi per contenere il dolore. Questa mattina la chiesa di San Francesco d’Assisi era gremita per i funerali di Monica Montefalcone e della figlia Giorgia Sommacal, morte insieme durante un’immersione nelle grotte subacquee delle Maldive. Dentro e fuori dalla chiesa si sono raccolte almeno 1.500 persone, una folla composta e commossa, fatta di familiari, amici, studenti, colleghi, professori, compagni di vita e di studio, cittadini che hanno sentito il bisogno di esserci anche solo per stringersi attorno a Carlo Sommacal e al figlio Matteo.

I due feretri di legno chiaro, coperti di fiori bianchi, erano separati da una fotografia di Monica e Giorgia insieme davanti al mare. Quel mare che per Monica era stato ricerca, passione scientifica, missione professionale e amore per la vita. Quel mare che per la famiglia e per chi le conosceva resterà da oggi un luogo doppio: bellezza e ferita, memoria e domanda, presenza e assenza.

Accanto alle bare c’erano i fiori, il vessillo dell’Università di Genova, gli studenti della professoressa, gli amici di Giorgia Sommacal, i colleghi del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, i professori Giorgio Bavestrello e Stefano Vanin, Carlo Nike Bianchi, maestro e riferimento scientifico di Monica Montefalcone, il rettore Federico Delfino e il vicesindaco Alessandro Terrile. Ma più dei ruoli, in chiesa, pesavano i legami: quelli costruiti in famiglia, all’università, in parrocchia, nei gruppi di amici, sui campi di calcio, nelle aule, nei viaggi, nelle giornate ordinarie che diventano preziose solo quando non possono più tornare.
All’inizio della cerimonia, Pierino Cattaneo, già parroco di San Francesco di Pegli, ha parlato con la voce di chi quella famiglia l’ha accompagnata per anni. Ha ricordato l’incontro con Monica Montefalcone e Carlo Sommacal durante la preparazione al matrimonio, celebrato il 19 dicembre 2004, il battesimo di Giorgia e Matteo, il cammino di fede della famiglia, il servizio di Monica come catechista, l’impegno nel gruppo famiglie e come ministro straordinario della Santa Comunione. Non un ricordo formale, ma un racconto intimo, attraversato da un senso di responsabilità e di inadeguatezza davanti a una tragedia che, ha spiegato, accende in tutti la stessa domanda: perché?
Cattaneo ha tratteggiato Monica Montefalcone come una biologa marina di respiro internazionale, una donna capace di unire studio, fede, ricerca e cura per il creato. La sua passione per il mare e per gli ambienti marini, ha ricordato, era quasi una missione. Con il suo sorriso aveva formato e contagiato centinaia di giovani aspiranti biologi marini. Poi ha parlato di Giorgia Sommacal, definendola nella memoria familiare la “coccolona” del papà, una ragazza dolce, generosa, capace di mettere gli altri prima di sé, vicina alla laurea in Ingegneria Biomedica e innamorata della vita, dei viaggi, degli affetti autentici.
Sul braccio di Monica, ha ricordato l’ex parroco, era tatuata una frase del Salmo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me». Oggi quella “valle oscura” è diventata immagine concreta del dolore di una famiglia e di una comunità. Ma il sacerdote ha provato a consegnare alla chiesa non una spiegazione, impossibile davanti a una perdita così, bensì una traccia di fede: la vita dei credenti, ha ricordato, non è tolta ma trasformata.
L’arcivescovo Marco Tasca, che ha officiato la lunga funzione, ha raccolto quello stesso filo nell’omelia. Ha detto che la comunità si era riunita prima di tutto per far sentire la propria vicinanza a Carlo Sommacal, Matteo Sommacal, Federico Colombo e a tutti i familiari di Monica Montefalcone e Giorgia Sommacal. «Nessuno è chiamato ad attraversare da solo la sofferenza», è stato il cuore del suo richiamo. Poi ha indicato la frase che più di tutte ha segnato la celebrazione: la morte non ha l’ultima parola.
«Pensiamo al sorriso di Monica e Giorgia», ha detto Tasca. Un sorriso che, nella lettura cristiana consegnata dall’arcivescovo, la morte non può cancellare. I ricordi belli, ha spiegato, restano nel cuore di chi rimane. La speranza cristiana, ha aggiunto, non è un semplice augurio che le cose possano andare meglio, ma una certezza fondata sulla promessa del Signore. Non parole facili, non una consolazione rapida, ma una strada da percorrere dentro il dolore, chiedendo, come ha detto l’arcivescovo, più fede e più coraggio.
La parte più lacerante della mattinata è arrivata con le parole di chi Giorgia Sommacal l’aveva amata nel futuro che immaginava con lei. Federico Colombo, il fidanzato, è salito al pulpito con la voce spezzata. «Non dovevamo salutarci così», ha detto. Ha parlato dell’ultima volta in cui si erano visti, di quella frase semplice diventata senza saperlo un ultimo saluto, dell’attesa che resta sospesa, della presenza di Giorgia nelle piccole cose che nessuno nota. «Tu eri casa», ha detto, ricordando una sensazione rara, la fine della paura del futuro, l’immagine di lei in abito bianco, il sogno di vederla sorridere davanti a Dio, il gesto di cercargli la mano senza bisogno di parole.
Nel suo saluto c’era il dolore di un amore spezzato ma anche la promessa di restare. Federico ha ricordato le giornate organizzate in base alle partite dell’Inter, «l’unica cosa che poteva batterti», e con tenerezza ha promesso che, la prossima volta che si sarebbero rivisti, avrebbe cambiato squadra per stare più tempo con lei. Si è rivolto anche a Monica, ricordandola come una donna che lo aveva accolto, sopportato e amato, con quelle attenzioni semplici che vanno dritte al cuore, come chiedergli se avesse mangiato. Poi ha parlato a Carlo, ricordando la fiducia ricevuta quando gli aveva chiesto di prendersi cura di Giorgia. «Da oggi la tua famiglia sarà la mia», ha detto.
Anche due amiche di Giorgia hanno trovato la forza di parlare davanti alla chiesa piena. Una l’ha cercata nel mare, seduta idealmente su uno scoglio, perché quel mare, ha detto, le somigliava: bello, luminoso, forte e testardo. L’altra ha ricordato l’incontro nato sui campi di calcio, l’entusiasmo di Giorgia Sommacal quando parlava di Federico, l’ultima uscita insieme, l’orgoglio con cui parlava del lavoro della madre. Nei loro ricordi non c’era retorica, ma la concretezza dell’amicizia: i gesti, le passioni, le confidenze, i momenti che adesso diventano eredità.
Alla fine della funzione, preceduti dall’arcivescovo Marco Tasca, i feretri di Monica Montefalcone e Giorgia Sommacal hanno lasciato la chiesa tra i fiori bianchi e il silenzio della folla. Sul piazzale alcuni ragazzi hanno intonato una canzone di saluto e si sono raccolti attorno a Matteol, in uno di quei gesti che non risolvono il dolore ma impediscono alla solitudine di prendere tutto lo spazio.
È stato il funerale di una madre e di una figlia, ma anche l’addio a due modi diversi e complementari di abitare la vita. Monica Montefalcone, studiosa del mare, docente, guida per tanti giovani, donna di fede e di comunità. Giorgia Sommacal, ragazza piena di futuro, studentessa, amica, figlia, sorella, fidanzata, presenza luminosa nelle parole di chi l’ha salutata. La tragedia delle Maldive ha spezzato due vite e devastato una famiglia. Questa mattina Pegli ha provato a fare l’unica cosa possibile: stare accanto, ricordare, piangere insieme e consegnare al silenzio, alla fede e all’amore ciò che nessuna parola può davvero spiegare.
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