Addio a Massimo Terrile, il magistrato instancabile che cercò la verità sul ponte Morandi

Dopo la morte del pubblico ministero Giovanni Arena, un altro lutto scuote il palazzo di giustizia: Massimo Terrile, in pensione dal 2024 dopo 44 anni di servizio, fu una delle figure centrali dell’inchiesta sul crollo del ponte Morandi

La Procura di Genova viene colpita da un secondo lutto in poche ore. Dopo la scomparsa del pubblico ministero Giovanni Arena, è morto anche Massimo Terrile, magistrato tra i più conosciuti e rispettati del palazzo di giustizia genovese, andato in pensione nel novembre 2024 dopo 44 anni di servizio. Due morti ravvicinate, entrambe pesantissime per gli uffici giudiziari, che lasciano colleghi, personale amministrativo, avvocati e cronisti davanti a un senso di vuoto raro, quasi irreale.

Massimo Terrile aveva 72 anni e fino all’ultimo tratto della sua carriera era rimasto una presenza quotidiana, quasi strutturale, al nono piano del tribunale, quello della Procura. In molti, nei mesi precedenti al pensionamento, avevano sperato che una proroga legislativa gli consentisse di restare ancora al lavoro oltre il limite dei 70 anni. Non accadde. Nel 2024 lasciò la toga, dopo una vita professionale lunghissima, costruita con un metodo severo, una preparazione riconosciuta anche da chi lo temeva in udienza e una dedizione che nel tempo era diventata parte della sua stessa immagine pubblica.

Chi ha attraversato per anni i corridoi della Procura lo ricorda come un magistrato difficile da non trovare. C’era nei giorni feriali, nelle ore lunghe del pomeriggio, spesso anche la sera. C’era talvolta nelle domeniche mattina, quando il palazzo di giustizia sembrava svuotato e dai corridoi arrivava soltanto l’eco dei passi. Dal suo ufficio poteva uscire un sottofondo di musica classica, mentre lui lavorava alla tastiera con la scrivania ordinata, pochi segni esteriori e molti fascicoli da governare. Era un modo di stare dentro il mestiere senza enfasi, con una disciplina quasi assoluta.
Il suo nome resta legato in modo particolare all’indagine sul crollo del ponte Morandi, una delle più grandi e difficili mai affrontate dalla magistratura genovese. Il 14 agosto 2018, quando Genova fu travolta dalla tragedia durante una giornata di temporale e vigilia di Ferragosto, Terrile era di turno in Procura. Da quel momento entrò nel cuore di un’inchiesta enorme, fatta di macerie fisiche e documentali, consulenze tecniche, responsabilità societarie da ricostruire, atti da incrociare e interrogatori da condurre con la precisione richiesta da una vicenda destinata a segnare la storia della città.
Mentre l’allora procuratore capo Francesco Cozzi teneva i rapporti con i mezzi di informazione arrivati in massa al palazzo di giustizia, Massimo Terrile lavorava sul versante investigativo insieme al collega Walter Cotugno e alla guardia di Finanza. Le giornate successive al crollo furono una corsa dentro una materia sterminata: organigrammi, manutenzioni, relazioni tecniche, catene decisionali, atti societari, perizie. In quel contesto Massimo Terrile mostrò una delle caratteristiche che gli venivano riconosciute più spesso: la capacità di restare dentro la complessità senza perdere ordine, lucidità e misura.
La notizia della sua morte è arrivata quando il palazzo di giustizia non aveva ancora assorbito quella di Giovanni Arena, morto a 63 anni per una malattia che non gli ha lasciato scampo e salutato poche ore prima in una chiesa di Boccadasse piena. Due figure diverse, due storie professionali distinte, ma entrambe profondamente radicate nella Procura genovese. La loro scomparsa quasi simultanea ha trasformato il dolore in uno choc collettivo, perché in ventiquattr’ore Genova ha perso due magistrati che avevano attraversato anni importanti della giustizia cittadina.
C’è poi una coincidenza personale che rende ancora più amaro il momento. Terrile è morto pochi giorni prima dell’arrivo a Genova della figlia Valentina Terrile, magistrata in trasferimento da Pavia. Sarebbe stato un passaggio di continuità familiare e professionale, il ritorno di un cognome già legato in modo forte al palazzo di giustizia genovese. Il destino lo ha trasformato invece in un dettaglio doloroso, uno di quelli che restano attaccati alla memoria di una comunità.
Con Massimo Terrile scompare un magistrato che ha incarnato una certa idea del servizio pubblico: studio, presenza, sobrietà, tenacia. La città lo ricorderà per l’inchiesta sul ponte Morandi e per il contributo dato alla ricerca delle responsabilità su una delle ferite più profonde della sua storia recente. Chi lo ha conosciuto nel lavoro quotidiano conserverà anche l’immagine di un uomo riservato, rigoroso, spesso immerso nei fascicoli, capace di abitare la Procura non come un semplice luogo di lavoro, ma come una responsabilità da onorare fino all’ultimo giorno.
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