La memoria che brucia ancora: Massimo Bisca porta in piazza Matteotti le voci dei deportati, delle partigiane e dei ragazzi caduti per la libertà

Nel discorso del 25 Aprile, il presidente provinciale Anpi lega Resistenza, Costituzione, pace, lavoro e diritti, ricordando donne, operai deportati e giovani caduti per la libertà

Il 25 Aprile in piazza Matteotti è stato anche il giorno della memoria raccontata senza retorica, con i nomi, i volti, le frasi rimaste addosso a chi le ha ascoltate. Il presidente provinciale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia Massimo Bisca ha costruito il suo intervento partendo da storie precise, da donne e uomini incontrati davvero, da testimonianze che non appartengono soltanto agli archivi, ma alla vita quotidiana di una città cresciuta accanto ai protagonisti della Resistenza.

Il primo nome evocato è stato quello di Adele Rossi, figura attraverso cui Massimo Bisca ha riportato la piazza dentro il dolore delle deportazioni e della guerra partigiana. «Prima le hanno deportato un padre che era nelle Squadre di azione patriottica a Rivarolo. Poi sua madre, deportata anche lei, ma a Ravensbrück, dove si facevano gli esperimenti sulle donne», ha ricordato. E poi il dettaglio più duro, quello della madre che scopre la morte della figlia soltanto al ritorno dal campo: «Lei ha scoperto che sua figlia era morta in combattimento in Val Trebbia, quando è tornata a piedi dal campo nel settembre del 1945». Nel racconto di Massimo Bisca, quella donna non è rimasta una figura lontana. «Io quella signora l’ho conosciuta», ha detto, ricordando una risposta data davanti a una scolaresca: «Dovevo vivere per mia figlia». Una frase breve, ma capace di spiegare più di molte ricostruzioni cosa significasse sopravvivere al lager, alla perdita, alla distruzione, continuando però a tenere acceso un legame con il futuro.

Da quella memoria personale, Massimo Bisca ha allargato il discorso a una generazione intera. «Perché vi racconto questo? Perché quelle donne e quegli uomini, ma quelle donne in particolare, la mia generazione le ha conosciute a fianco a casa», ha detto. La Resistenza, nelle sue parole, non è stata solo un capitolo dei libri di storia, ma una presenza nei quartieri, nei portoni, nelle famiglie, nelle piazze. Ha citato Vincenza Bozzo, ricordando il Campasso e le donne che, prima del 30 giugno 1960, distribuirono un volantino con una frase chiara: «Mai più i fascisti a Genova». Quel ricordo ha riportato la piazza anche alle giornate della rivolta antifascista genovese contro il congresso del Movimento sociale italiano, quando la memoria della Liberazione tornò a essere mobilitazione civile.
Nel suo intervento, Massimo Bisca ha legato quel passaggio alla figura di Sandro Pertini, ricordando il discorso del 28 giugno 1960 in piazza della Vittoria. «Con mia mamma e con mio padre ci portarono noi bambini in piazza della Vittoria ad ascoltare il discorso di Sandro Pertini», ha raccontato. «Non capivamo tutto, ma le nostre madri ci dissero: imparate da quelle cose che dice quel signore lì». Da qui l’affondo polemico contro chi ha contestato la cittadinanza onoraria all’ex presidente della Repubblica: «Ma è mai possibile che ci sia ancora uno o qualcuno che trova da ridire se si dà la cittadinanza onoraria a Sandro Pertini? È mai possibile che trovi da ridire?». La domanda, più che cercare una risposta, ha segnato un confine politico e morale: per Massimo Bisca, mettere in discussione il riconoscimento a Sandro Pertini significa non comprendere fino in fondo il ruolo dell’antifascismo nella storia repubblicana.
Il presidente provinciale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia ha poi richiamato il contributo delle donne nella lotta e nella difesa dei diritti. «Ricordiamocelo, prima della guerra furono tante donne a volere il fascismo fuori dai diritti dei lavoratori», ha detto, sottolineando che in Liguria molte furono processate dal Tribunale speciale. Anche in questo passaggio il discorso non ha separato la Resistenza dalla questione sociale: pane, pace e lavoro non sono rimasti slogan del passato, ma parole che tornano nel presente. «Quell’8 marzo quel volantino che si dava aveva un titolo: pane, pace e lavoro. Dovremmo ridistribuirgli adesso quel volantino con quel titolo», ha detto Massimo Bisca, collegando direttamente la memoria partigiana ai diritti contenuti nella Costituzione.
Il passaggio sulla pace ha portato il discorso fuori dalla sola dimensione commemorativa. Massimo Bisca ha richiamato le guerre contemporanee, la vendita delle armi, l’indifferenza selettiva verso le vittime e la necessità di non considerare la solidarietà un gesto facoltativo. Ha citato Papa Francesco e una frase diventata simbolo del suo magistero contro i conflitti: «La guerra ingrassa solo chi produce e chi vende le armi». Poi ha aggiunto una critica netta all’ipocrisia con cui spesso si guarda ai popoli colpiti dalla guerra: «Se i bambini sono biondi con gli occhi azzurri va benissimo, ma se sono ventimila che vogliono una casa a qualcuno dà fastidio». Un passaggio duro, che ha riportato il 25 Aprile al suo significato più concreto: stare dalla parte di chi subisce la violenza, non soltanto quando è comodo o vicino.
La parte finale dell’orazione ha dato voce agli operai deportati e ai giovani morti nella Liberazione di Genova. Massimo Bisca ha ricordato un operaio deportato a 18 anni, incontrato all’Ansaldo, che gli aveva trasmesso una lezione semplice e radicale: «Dietro il filo spinato ci dicevamo: se ce la facciamo dobbiamo tornare a casa e fare di tutto perché nessuno più possa decidere al posto nostro, ma insieme dovremo decidere il futuro del Paese». È qui che il discorso ha trovato il suo nucleo costituzionale: la libertà come partecipazione, come diritto a decidere insieme, come rifiuto di ogni potere imposto dall’alto.
Infine, il ricordo di Luciano Melis, «un ragazzo di 14 anni e mezzo morto proprio il 25 aprile a mezzogiorno vicino a Palazzo Bombrini». Massimo Bisca lo ha citato accanto a una frase che, nelle sue parole, circolava anche nella scuola apprendisti: «Dobbiamo darci da fare perché finalmente prevalga la forza del diritto contro il diritto della forza». È stata la chiusura ideale del discorso: il 25 Aprile come festa, certo, ma soprattutto come impegno a difendere «quei sogni e quei progetti che sono contenuti nella Costituzione antifascista nata dalla Resistenza». Per questo, ha concluso, «continueremo a lottare ogni volta che sarà necessario per difendere quei sogni e quei progetti». Poi il saluto finale, netto e senza ambiguità: «Viva il 25 aprile».
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