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«Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Sì, per tutti, ma non è di tutti»: Silvia Salis scuote piazza Matteotti

Nel suo discorso, la sindaca richiama alla memoria antifascista, rende omaggio alle partigiane e avverte: libertà e pace non sono conquiste garantite per sempre. «L’antifascismo e la Liberazione non sono anacronistici. Sono un patrimonio per cui vale la pena lottare ogni giorno»

«Ciao Genova, come sei bella oggi». La sindaca Silvia Salis ha aperto così, in piazza Matteotti, il suo discorso per il 25 Aprile, scegliendo subito un registro personale, quasi intimo, prima di entrare nel cuore politico e storico della Festa della Liberazione. «È un onore e permettetemi di dire anche una profonda commozione essere qui davanti a voi oggi, con questa fascia tricolore. Essere la sindaca di questa città è un privilegio ogni giorno, ma oggi lo è un po’ di più». Parole, accolte dagli applausi fragorosi della piazza, che hanno collocato il suo intervento dentro una doppia cornice: da una parte l’emozione istituzionale del primo cittadino, dall’altra il peso simbolico di una città che nella Resistenza ha scritto una delle pagine decisive della storia italiana.

Il primo passaggio forte è stato il ringraziamento rivolto a chi combatté il nazifascismo. Silvia Salis ha ricordato «tutte le partigiane e tutti i partigiani che ci hanno permesso di essere qui oggi» e «chi ha fatto sì che Genova diventasse medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza». La sindaca ha poi richiamato uno dei tratti più identitari della memoria cittadina: «Grazie a chi ci ha consegnato un orgoglio unico, essere la città in cui l’intero corpo d’armata tedesco si è reso al popolo e al Comitato di Liberazione Nazionale, prima ancora dell’arrivo degli alleati». In quel passaggio, il 25 Aprile non è stato presentato come una data rituale, ma come una radice civile: «La libertà non è arrivata come una concessione dall’alto, ma come una conquista per cui, nel momento più buio della storia, questa città ha saputo lottare insieme. E quando una città decide di salvarsi da sola cambia per sempre la sua coscienza».

Da qui la frase destinata a diventare il cuore politico del discorso: «È per onorare tutto questo che non possiamo, non dobbiamo avere paura di dire che il 25 aprile è la festa della Liberazione. Sì, per tutti, ma non è di tutti». Silvia Salis ha insistito su una distinzione netta, respingendo l’idea di una ricorrenza neutra o svuotata del suo significato antifascista. «Non può essere la festa di chi sceglie la parte sbagliata della storia. Non può essere la festa di chi usa la forza per schiacciare i popoli indifesi o di chi sostiene chi lo fa. Non può essere la festa di chi fa del sopruso e della sopraffazione del più debole il suo stile di vita. Non può essere la festa di chi stupra, picchia e insulta le donne». È stato uno dei passaggi più duri dell’intervento, nel quale la memoria della Resistenza è stata collegata direttamente al presente, alla violenza, alla sopraffazione e alla responsabilità di prendere posizione.

Ampio spazio è stato dedicato alle donne della Resistenza e alla conquista del voto femminile, di cui a giugno ricorreranno gli ottant’anni. «La lotta partigiana è anche una storia femminile», ha detto la sindaca, ricordando le madri costituenti Angela Bottelli e Angiola Minella. Di Angela Bottelli ha sottolineato l’impegno «per abbattere l’ultimo muro del pregiudizio, quello che impediva alle donne l’accesso alla magistratura». Di Angiola Minella ha ricordato il ruolo nel porre «al centro della nostra Carta i diritti dell’infanzia e la tutela della maternità», partendo dalla convinzione che «una democrazia potesse dirsi tale solo se capace di proteggere i più fragili e dare dignità al lavoro di cura». Per Silvia Salis, raccontare queste figure significa «tramandarle ai giovani», sottraendole a un oblio che troppo spesso ha relegato le donne ai margini della narrazione pubblica.

Il discorso ha poi riportato in primo piano la storia di Alice Noli, giovane di Campomorone, operaia in una pelletteria e partigiana. «Alice lavorava in una pelletteria e scelse di essere in prima linea nella Resistenza. Nella terra difficile, tra la Val Polcevera e i monti, spese tutta se stessa per mantenere i contatti e rifornire i compagni. La guerra era fatta anche di questo, non solo di scontri a fuoco». Arrestata nell’ottobre del 1944, Noli fu messa davanti a una scelta: salvarsi denunciando gli altri o tacere. Salis ha scandito quel momento con parole essenziali: «Le offrirono di risparmiarle la vita in cambio dei nomi dei compagni. Alice non parlò. Scelse il silenzio, per non tradire se stessa e l’idea di un futuro libero. Fu fucilata il 14 ottobre del 1944». Poi il passaggio più significativo: «Ma la sua morte non fu una fine, fu un inizio».

Da quel sacrificio nacque infatti la brigata Alice Noli, che la sindaca ha definito «un’esperienza straordinaria, unica, composta esclusivamente da donne partigiane, circa 180 donne». C’erano donne molto anziane e ragazze giovanissime, accomunate dalla stessa scelta di lotta. Silvia Salis ha ricordato che «queste donne non si limitarono all’assistenza» e che con la loro azione «hanno dimostrato che la libertà non nasce mai da un gesto individuale, ma da una responsabilità condivisa». Il richiamo è andato anche all’8 marzo 1945, quando, in una Genova ancora occupata, diffusero «20mila volantini di propaganda della Resistenza» e realizzarono «oltre 500 scritte sulla strada». Per la sindaca, quei messaggi «non erano soltanto messaggi politici», ma un modo per affermare «noi ci siamo».

Il racconto si è fatto poi denuncia della rimozione subita dalle donne dopo la Liberazione. Silvia Salis ha ricordato che «dopo la liberazione, qualcuno provò a rimetterle in ombra», tentando di lasciarle ai margini anche nei cortei. Il riferimento è andato al primo maggio genovese, quando alle partigiane sarebbe stato detto: «Non è opportuno che sfiliate in corteo con i pantaloni, potreste sembrare delle prostitute». La risposta attribuita alle partigiane genovesi guidate da Vincenza Musso, detta Tamara, è diventata uno dei passaggi più applauditi: «Se serve, cuciremo le gonne per il corteo, ma nessuno osi toccare le armi che abbiamo tolto ai fascisti con le nostre mani». In quella frase, ha commentato la sindaca, «c’è tutto: la pretesa di un’uguaglianza piena, non concessa ma guadagnata sul campo, la fierezza di chi ha lottato al pari degli altri per la Liberazione».

La parte conclusiva del discorso ha riportato il 25 Aprile nel dibattito pubblico di oggi. Silvia Salis ha contestato chi considera l’antifascismo un tema superato: «Prima dicevano che parlare di antifascismo, celebrare ed esaltare la Resistenza era divisivo. Ora addirittura è diventato anacronistico». Poi la domanda politica: «Sarà un caso che queste considerazioni arrivino sempre da quella parte politica che vuole mettere sullo stesso piano chi è morto per conquistare la libertà e chi ha ucciso per reprimerla?». Il messaggio è stato rafforzato dal richiamo al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Libertà e pace non sono elementi dati per acquisiti una volta per tutti. Sono beni resi fragili dalla dissennatezza e che richiedono consapevolezza e impegno».

Per Silvia Salis, dunque, il 25 Aprile non è soltanto memoria, ma un esercizio quotidiano di responsabilità civile. «L’antifascismo e la Liberazione non sono anacronistici. Sono un patrimonio per cui vale la pena lottare ogni giorno». E ancora: «Non basta dire che la Festa della Liberazione è tutti i giorni. Bisogna avere il coraggio di essere partigiani ogni giorno. Di scegliere sempre da che parte stare». La chiusura, in piazza Matteotti, ha riportato il discorso alla città e alla sua identità: «E Genova lo sa fare. Viva Genova antifascista. Viva la Resistenza».


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