Dal 25 Aprile a migranti e sociale, Benedetta Tobagi: «Oggi la cura dei vulnerabili è considerata sovversiva». J’accuse contro la politica xenofoba

Dal palco della manifestazione in piazza Matteotti, la storica e scrittrice lega Resistenza, voto alle donne, Costituzione e difesa dei più fragili, attaccando chi non riconosce e non si riconosce nella matrice antifascista della Repubblica. Un’orazione civile che parla al presente: guerre, migranti, diritti sociali e antifascismo
Dal palco della manifestazione del 25 Aprile in piazza Matteotti, Benedetta Tobagi (figlia Walter, il giornalista noto per la cronaca politica e sindacale sul Corriere della Sera ucciso a Milano nel 1980 da un commando della “Brigata XXVIII marzo”, un gruppo terroristico di estrema sinistra) ha scelto di non consegnare alla piazza una commemorazione chiusa nel passato, ma un’orazione civile tutta proiettata sull’oggi. La storica e scrittrice, indicata come oratrice ufficiale della cerimonia genovese per la Liberazione, ha costruito il suo intervento intorno a un filo preciso: senza le donne la Resistenza non sarebbe stata possibile, senza la Resistenza non ci sarebbe stata la Repubblica, senza la Costituzione antifascista non esisterebbe quel progetto di giustizia sociale che oggi, tra guerre, disuguaglianze e migrazioni, resta ancora da completare.

L’avvio è stato affidato a una lettera dell’aprile 1945, ricondotta alla partigiana Teresa Mattei, poi più giovane eletta all’Assemblea costituente. Benedetta Tobagi ha ricordato quel testo scritto «appena mezz’ora dopo aver sentito alla radio che gli insorti di Milano sono stati liberati dai patrioti», sottolineando una parola non casuale: «I patrioti erano allora e resteranno sempre i partigiani, anche se da destra cercano di rubare loro questa parola». Da quella lettera emergeva il senso di chi si trovava «immerso nel finale della storia» senza ancora sapere che quel finale sarebbe diventato una festa nazionale celebrata ogni anno. Ma soprattutto emergeva, secondo Tobagi, il nesso tra la lotta partigiana, la nascita della Repubblica e l’ingresso delle donne nella cittadinanza piena.

Il primo punto dell’orazione è stato netto: «Senza le donne la Resistenza non si sarebbe potuta fare. Punto». Non un contributo laterale, non una collaborazione di supporto, non il ruolo ancillare a cui per decenni una certa retorica ha provato a relegarle. La storica ha definito le donne «il sistema circolatorio» della Resistenza, richiamando le parole dell’ex partigiana Teresa Vergalli: «Senza le donne non si poteva fare niente. Le donne erano la radio, la portaerei, l’infermiera, il dottore. Le donne erano il tutto». In quel passaggio la piazza ha ritrovato una delle chiavi del discorso: cambiare sguardo sulla Resistenza significa riconoscere alle donne non una presenza decorativa, ma una funzione decisiva, materiale, politica, clandestina e militante.
La parte più attuale dell’intervento è arrivata quando Benedetta Tobagi ha legato la Resistenza femminile alla cura dei vulnerabili. Le donne, ha spiegato, furono trascinate in prima linea dalla guerra, dai bombardamenti, dalla fame, dalla distruzione delle case, ma scelsero di non restare soltanto vittime. «Scelgono di non girare la testa davanti all’orrore e aspettare che passi la tempesta, scelgono di rendersi protagoniste attive». Da qui il salto al presente, con un messaggio politico attuale dall’alto peso specifico: «Fra le molte cose che la Resistenza delle donne ci insegna c’è il valore rivoluzionario della cura dei vulnerabili, perché oggi lo sappiamo purtroppo: è considerata sovversiva la difesa e la cura dei migranti, e anche portare il cibo a carcerati, segregati, massacrati ormai è considerato sovversivo». È stato il passaggio più politico e sociale dell’orazione, quello in cui la memoria del 25 Aprile ha incontrato le rotte migratorie, le guerre contemporanee, le marginalità, la solidarietà criminalizzata o guardata con sospetto.
Il ragionamento è proseguito dentro la storia di Genova, città di porto, fabbriche, carruggi e cantieri. Benedetta Tobagi ha ricordato come la Resistenza qui si sia diffusa in modo «massiccio e capillare» proprio perché il porto aveva un valore strategico enorme. In questa rete entrano le donne operaie, le ragazze dei gruppi di azione patriottica, le staffette e le militanti capaci di usare contro il nemico anche i pregiudizi sessisti. L’esempio più forte è stato quello di Mirella Alloisio, partigiana genovese che a 17 anni trasportava documenti nella cartella scolastica e lavorava nella segreteria operativa clandestina del Comitato di liberazione nazionale ligure. Tobagi ha ricordato il suo modo di passare i controlli: metteva sopra i documenti libri di latino e filosofia, confidando nel fatto che i fascisti li considerassero materie ostiche e lasciassero correre. «Ricordatevelo la prossima volta che vi dicono che la cultura non serve a niente», ha commentato.
Nel discorso sono tornate anche Vincenzina Musso, nome di battaglia Tamara, e Alice Noli, già ricordata dalla sindaca Silvia Salis. La prima, legata al Campasso e alla Resistenza genovese, fu una delle figure femminili della brigata garibaldina Alice Noli; la seconda divenne simbolo del sacrificio delle partigiane liguri. La scrittrice ha aggiunto un dettaglio durissimo sulla repressione e sul disprezzo subiti dalle donne: di Alice Noli, ha ricordato, uno squadrista disse che avrebbe potuto salvarsi «se fosse stata un po’ più sottomessa». È la stessa logica, ha spiegato, con cui tante donne vennero accusate di essersela cercata, invitate a stare a casa o marchiate come «le puttane dei partigiani». Ma la Resistenza offrì loro anche «un’occasione eccezionale»: uscire dalle gabbie sociali, fare ciò che veniva considerato da uomini, combattere, comandare, sentirsi finalmente persone intere.
A dare corpo a questa liberazione personale e politica è arrivata la frase di Rosa Biggi, nome di battaglia Nuvola: «Per la prima volta io mi sono sentita qualcuno». Benedetta Tobagi l’ha usata come chiave universale, non soltanto femminile: «Possiamo realizzarci davvero, possiamo trovare un sé nel momento in cui andiamo oltre l’orticello della nostra vita e del nostro interesse, impegnandoci nel mondo con e per gli altri». La Resistenza, dunque, non come eroismo astratto, ma come uscita da sé, assunzione di responsabilità, costruzione di una comunità.
Da qui Benedetta Tobagi è arrivata al grande progetto politico dei Gruppi di difesa della donna, nati nel novembre 1943. Non bastava partecipare alla lotta in modo operativo: quelle donne volevano cambiare il futuro. «Vogliono portare la donna su un piano di parità politica, economica e giuridica con l’uomo», ha detto, ricordando che già allora si parlava di parità salariale, tutela delle lavoratrici, istruzione dei bambini più poveri. La conquista del voto femminile, in questa lettura, non fu un dono calato dall’alto, ma il frutto di una mobilitazione dal basso che partiva dalla Resistenza e arrivava alla Repubblica. Proprio il lavoro delle donne antifasciste, ha sottolineato Tobagi, portò alla cittadinanza piena e poi alla battaglia per poter essere non solo elettrici, ma anche elette.
Il passaggio sulla Costituzione ha riportato al centro l’articolo 3 e l’impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano libertà e uguaglianza. La storica ha spiegato che quel progetto resta «un bellissimo progetto non ancora effettivamente realizzato» e ha invitato a non leggere questa incompiutezza soltanto con amarezza. La democrazia, ha detto, è «fatica, impegno costante, costruzione, manutenzione», non un bene acquisito una volta per sempre. È qui che il 25 Aprile diventa qualcosa di più della memoria: una pratica quotidiana, una responsabilità da esercitare nei conflitti del presente, contro «la guerra di aggressione», contro «la legge dei più forti», contro le nostalgie autoritarie e contro chi prova a svuotare la Repubblica della sua matrice antifascista.
La chiusura è stata tutta genovese. Benedetta Tobagi ha definito «un simbolo davvero potente» l’immagine di Genova che si libera da sola, con le truppe naziste costrette ad arrendersi direttamente ai partigiani e non agli alleati. «Ci ricorda che non siamo impotenti», ha detto. «Noi siamo parte di una storia più grande, una storia luminosa, che ci precede, ci attraversa, ci sostiene, può camminare sulle nostre gambe». Poi il richiamo ad Ada Gobetti, che dopo la Liberazione parlava dell’inizio di «un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta». Per Tobagi, quella battaglia è ancora aperta: nei diritti sociali, nella cura dei migranti, nella difesa della democrazia, nella lotta contro le disuguaglianze e nella necessità di fare del 25 Aprile non una parentesi annuale, ma un impegno quotidiano.
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