Cultura - 

World Press Photo torna a Genova dal 25 settembre: a Palazzo Ducale arriva la foto dell’anno e il mondo entra negli occhi della città

Porterà a Palazzo Ducale le immagini premiate nel più importante concorso internazionale di fotogiornalismo. In mostra anche lo scatto vincitore di Carol Guzy, dedicato alla stretta anti immigrazione negli Stati Uniti

Genova si prepara ad accogliere di nuovo uno degli appuntamenti internazionali più forti e riconoscibili nel campo del fotogiornalismo. Dal 25 settembre 2026 la World Press Photo Exhibition tornerà infatti a Palazzo Ducale, negli spazi della Loggia degli Abati, riportando nel cuore della città una selezione di immagini che raccontano guerre, migrazioni, crisi climatiche, tensioni politiche e storie umane spesso rimaste ai margini dello sguardo pubblico. La mostra, organizzata da Cime, ambassador italiano della fondazione World Press Photo di Amsterdam, in collaborazione con Fondazione Palazzo Ducale Genova, segna così il ritorno a Genova per il secondo anno consecutivo.

Il fulcro dell’edizione 2026 sarà anche quest’anno la fotografia premiata come World Press Photo of the Year, appena proclamata e firmata da Carol Guzy per il “Miami Herald”. Lo scatto, intitolato “Separati dall’Immigration and Customs Enforcement”, documenta la reazione di una donna durante l’arresto del marito in un edificio federale di New York, dentro uno dei pochi spazi statunitensi accessibili ai fotografi in un contesto così delicato. L’immagine, centrata sulla violenza delle politiche anti immigrazione negli Stati Uniti, racconta una vicenda familiare ma allo stesso tempo spalanca una questione globale, facendo emergere in un solo fotogramma dolore, precarietà e resistenza.

Accanto alla foto vincitrice arriveranno a Genova anche le due immagini finaliste del concorso 2026. Una è “Aid Emergency in Gaza” di Saber Nuraldin, realizzata per Epa Images, che mostra la disperazione dei palestinesi durante l’assalto a un convoglio umanitario nella Striscia di Gaza. L’altra è “The Trials of the Achi Women” di Victor J. Blue, pubblicata dal “New York Times Magazine”, e restituisce la lunga battaglia delle donne Maya Achi, vittime di stupro etnico durante la guerra civile in Guatemala, che dopo decenni hanno trovato la forza di denunciare i responsabili. Sono immagini diversissime, ma tutte e tre indicano chiaramente la linea della mostra: non una semplice esposizione estetica, ma un attraversamento delle ferite aperte del presente.

La tappa genovese si inserisce in un contesto internazionale segnato da una crescente pressione sulla libertà di stampa. Il comunicato della mostra ricorda infatti che nel 2025 sono stati uccisi 129 giornalisti, il dato più alto mai registrato da quando il Comitato per la protezione dei giornalisti monitora queste statistiche da oltre trent’anni. È anche per questo che la rassegna assume un valore che va oltre la dimensione culturale: vedere queste immagini, oggi, significa misurarsi con il costo umano dell’informazione e con il rischio crescente corso da chi continua a documentare il mondo nei suoi punti più incandescenti.

La forza della World Press Photo sta da sempre in questo doppio movimento: mostrare i grandi eventi e, insieme, restituire le storie minuscole e personali che quei grandi eventi travolgono. L’edizione 2026 del concorso ha coinvolto sei regioni del mondo, dall’Africa all’Europa, dalle Americhe all’Asia-Pacifico e Oceania fino all’Asia occidentale, centrale e meridionale, e ha selezionato le opere premiate tra 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi. Le immagini sono state valutate in forma anonima, sulla base della qualità visiva, dell’impianto narrativo e dell’attenzione alla pluralità degli sguardi.

C’è poi un dato che racconta bene l’identità attuale del premio: 31 dei 42 vincitori vivono nella stessa area del mondo che hanno fotografato. È un elemento non secondario, perché rafforza l’idea di un fotogiornalismo meno estrattivo e più radicato nei territori, capace di raccontare conflitti, disastri ambientali, proteste e ricostruzioni anche attraverso voci interne alle comunità coinvolte. In questo senso la mostra che arriverà a Genova non proporrà soltanto immagini celebri o spettacolari, ma una geografia del presente costruita con uno sguardo spesso vicino, intimo, partecipe.

Per Palazzo Ducale e per la città si tratta di un appuntamento che consolida il rapporto con una delle esposizioni fotografiche più note al mondo. Per il pubblico genovese, invece, sarà l’occasione di ritrovarsi davanti a fotografie che non chiedono soltanto di essere guardate, ma di essere lette, sopportate, capite. Ed è proprio qui che la World Press Photo continua a fare la differenza: nell’obbligare chi osserva a non voltarsi dall’altra parte.


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