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Spiagge libere, Legambiente e Mare Libero avvertono la Regione: «Scendere sotto il 40% è un altro favore ai privati»

Legambiente Liguria e Mare Libero contestano l’ipotesi di modificare la normativa per agevolare i comuni che non rispettano la quota minima di spiagge libere: per Stefano Bigliazzi e Stefano Salvetti la legge nazionale impone un “corretto equilibrio” tra arenili in concessione e spiagge fruibili, che per loro dovrebbe tradursi in un 50% di spiaggia libera, non in un’ulteriore riduzione; nel confronto viene citata anche la Francia, indicata come esempio con l’80% di litorale libero

La battaglia sulle spiagge libere torna a salire di livello e, questa volta, la contestazione è diretta: Legambiente Liguria e Mare Libero dicono di guardare con preoccupazione all’idea che la Regione possa modificare la normativa per “favorire” quei comuni che non raggiungono la soglia del 40% di arenile libero. Nella loro lettura, il rischio non è solo un aggiustamento tecnico, ma un cambio di rotta che finirebbe per spostare ancora di più l’equilibrio verso le concessioni, riducendo lo spazio realmente fruibile senza pagare.

A firmare la presa di posizione sono Stefano Bigliazzi, presidente di Legambiente Liguria, e Stefano Salvetti, referente regionale di Mare Libero, che richiamano un principio che, secondo loro, non può essere trattato come un dettaglio “negoziabile”. Citano infatti la norma nazionale che, nella pianificazione del demanio marittimo, impone alle regioni di individuare «un corretto equilibrio» tra aree concesse e arenili liberamente fruibili. Per i due, questo significa che le regioni non possono fissare una percentuale a piacimento: devono dimostrare di rispettare un criterio di equilibrio reale e non una soglia arbitraria scritta per comodità.

È qui che la critica diventa più tagliente. Stefano Bigliazzi e Stefano Salvetti sostengono che, se si prende sul serio la parola “equilibrio”, la matematica porta a un 50 e 50: metà spiagge in concessione e metà spiagge libere. Nella loro ricostruzione, la scelta di scendere al 40% sarebbe già stata un favore ai privati, giustificato in passato con la particolarità del territorio ligure, e proprio per questo l’ipotesi di una riduzione ulteriore appare, ai loro occhi, difficile da comprendere e ancora più difficile da giustificare. In sostanza, la domanda che pongono alla Regione è semplice: se il 40% era già “poco”, quale argomento potrebbe rendere accettabile scendere ancora?

L’ultima parte della nota sposta poi l’attenzione su un terreno che parla direttamente al turismo, cioè alla competizione reale tra territori. Bigliazzi e Salvetti ricordano che a pochi passi dalla Liguria c’è la Francia, indicata con una percentuale di spiagge libere dell’80%, e usano questo confronto per ribaltare la logica che, secondo loro, starebbe guidando certe scelte: se l’obiettivo è essere competitivi con i “vicini di casa”, dicono, la mossa sensata sarebbe aumentare le spiagge libere, non ridurle. Perché il turista non sceglie solo la qualità dell’acqua o il panorama: sceglie anche la possibilità di vivere il mare senza barriere, senza recinzioni e senza dover pagare per mettere un asciugamano.

Nel loro messaggio, quindi, c’è una richiesta netta che prova a chiudere la porta a nuove deroghe: la Regione, sostengono, deve rispettare la legge e non costruire scorciatoie per i comuni che non rispettano la quota minima, perché il tema non è “aiutare chi non ce la fa”, ma decidere che tipo di costa si vuole consegnare ai cittadini e ai visitatori. E se la scelta politica, come temono, dovesse essere quella di ridurre ancora la percentuale di spiaggia libera, Legambiente e Mare Libero la leggono come un segnale chiaro: meno bene comune e più privatizzazione, nel momento in cui, al contrario, la domanda di accessibilità e fruibilità del mare cresce e diventa una cartina di tornasole della giustizia territoriale.


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