La guerra per un posto a scuola: si finge la collega e scatena l’incubo tra mail, lettere e denunce. Scoperto (e trasferito) un docente

In una scuola della Vallescrivia per mesi sono arrivate minacce e insulti firmati con il nome di un’insegnante e perfino del fratello. Dietro, secondo la polizia postale della polizia di Stato, c’era invece un altro professore: voleva l’incarico di coordinatore degli insegnanti di sostegno. Indagato per stalking, diffamazione, calunnia e sostituzione di persona
C’è un confine sottile tra ambizione e ossessione. E quando quel confine si spezza, può trasformare un luogo che dovrebbe proteggere – una scuola – in un corridoio di paura, sospetti e porte chiuse a chiave. È quello che sarebbe accaduto in un istituto della Vallescrivia, dove per mesi preside e docenti hanno vissuto con l’ansia di aprire la posta o controllare la casella mail: perché ogni messaggio poteva essere l’ennesima intimidazione.

Tutto nasce da un incarico che qualcuno voleva “a tutti i costi”: quello di coordinatore degli insegnanti di sostegno. Un ruolo che, nella routine scolastica, pesa più di una semplice etichetta: significa guida, gestione, riconoscimento. Ma a un professore quarantenne – questa l’ipotesi investigativa – quel riconoscimento non bastava desiderarlo. Doveva diventare suo. E quando l’incarico sarebbe stato assegnato a un’altra collega, avrebbe scelto la strada più torbida: costruire un labirinto di identità false e farlo esplodere addosso a chi gli stava intorno.

Tra dicembre 2024 e aprile 2025, nel cuore dell’anno scolastico, iniziano ad arrivare email pesantissime, firmate con il nome di un’insegnante dell’istituto e addirittura con quello del fratello. Dentro non c’erano solo accuse e insulti: c’erano parole che gelavano il sangue, minacce di morte e frasi pensate per lasciare il segno. Non era il classico sfogo rabbioso: sembrava un piano per far tremare, per isolare, per far sentire chi leggeva braccato.
E non era finita lì. Perché la pressione non viaggiava soltanto online. In alcuni casi sarebbero comparse lettere anche fisiche: sulle cattedre, nelle cassette della posta. Un doppio binario – digitale e materiale – capace di rendere la paura più concreta: non è “solo una mail”, è qualcuno che entra, che lascia tracce, che ti fa capire che può arrivare vicino. Persino le cassette sarebbero state danneggiate, come a dire: qui comando io, qui posso.
In quel clima, mentre la scuola cercava di tenere in piedi la normalità davanti ai bambini, si sarebbe consumato anche un passaggio che oggi appare decisivo. Il docente quarantenne, infatti, si presenta in commissariato e fa il nome e cognome della collega: secondo lui sarebbe stata lei l’autrice delle minacce. Un’accusa pesante, che sposta l’ombra su una persona precisa e rischia di trasformare una vittima nel bersaglio perfetto. È la dinamica più crudele: non solo minacciare, ma anche incastrare qualcun altro, costruendo un colpevole credibile e lasciando che la macchina del sospetto faccia il resto.
Alcune frasi che circolano in quel periodo – per come sono state riferite – sembrano scritte apposta per terrorizzare: richiami al “sapere dove abiti”, all’essere “ovunque”, fino a minacce dirette come “vattene ora o ti ammazzo male”. Bastano poche righe così per cambiare l’aria in una scuola: ogni sguardo diventa più lungo, ogni pausa caffè più breve, ogni rumore fuori dall’aula un campanello d’allarme. E soprattutto, la fiducia si sgretola: perché se credi che quelle parole arrivino da una collega, allora non sai più di chi fidarti.
Ma proprio quel passaggio in commissariato e la catena di segnalazioni aprono la strada alle verifiche. La polizia postale della polizia di Stato avvia un lavoro tecnico paziente, minuzioso, fatto di indirizzi, tracciamenti, incroci, ricostruzioni di account e collegamenti tra identità digitali. Ed è qui che la storia cambia direzione: perché gli investigatori riescono a risalire a chi, secondo l’accusa, si nascondeva dietro quelle mail. Non sarebbe stata la collega indicata, né il fratello. Sarebbe stato un altro professore.
Un colpo di scena amaro, perché sposta tutto all’interno, tra le stesse persone che condividono corridoi, riunioni e registri. Se l’impianto accusatorio verrà confermato, la scuola avrebbe avuto per mesi il “nemico” in casa. E questo non è un dettaglio: è una ferita. Perché la scuola vive di relazione, di squadra, di collaborazione. E quando una relazione viene usata come arma, resta una cicatrice lunga.
La vicenda è finita ora al centro di un’inchiesta coordinata dalla pubblico ministero Sabrina Monteverde, che ha già inviato l’avviso di conclusione delle indagini. Le ipotesi di reato contestate sono pesanti: stalking, diffamazione, calunnia e sostituzione di persona. Nel frattempo, l’uomo è stato trasferito in un’altra scuola.
Resta la domanda più umana, quella che nessun atto può risolvere davvero: cosa succede a chi, per mesi, ha vissuto nell’ansia di essere seguito, minacciato, odiato? Cosa resta quando si scopre che dietro la maschera non c’era un “estraneo”, ma qualcuno che faceva parte della stessa comunità scolastica? In questi casi la cronaca parla di account, indagini informatiche, trasferimenti. Ma nelle stanze di un istituto restano anche le facce tese, i silenzi nelle riunioni, la sensazione di aver camminato su un pavimento che cedeva.
E per un incarico, un titolo, un ruolo. Che, al prezzo di un incubo, non vale più niente.
In copertina: foto di repertorio
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