Peter Lopez finito sotto il camion a metà del mezzo. Tre morti in poco più di un mese e mezzi pesanti nel mirino, ma non sempre è colpa loro

Sui social parte la caccia al colpevole e si sprecano le “sentenze” di chi si improvvisa giudice online, ma le dinamiche raccontano una realtà molto diversa. In due episodi, a guardare le prime ricostruzioni, l’autotrasportatore non poteva evitare l’impatto, nel terzo potrebbe emergere una corresponsabilità. A decidere saranno i giudici, quelli veri, dopo le indagini del nucleo Infortunistica del reparto Sicurezza Stradale. Ma, al di là delle responsabilità puntuali, il tema dei mezzi pesanti che attraversano la città, comunque, esiste

Tre morti in poco più di un mese. Tre incidenti in cui un mezzo pesante è diventato, suo malgrado o per errore, l’ultimo anello di una catena fatale. E, puntuale, la stessa reazione che incendia i commenti: “è sempre colpa del camionista”.
No, non è sempre così. Non è un’opinione: lo impone la realtà delle dinamiche, che spesso sono più complesse delle sentenze immediate scritte sui social.

Questo non significa assolvere nessuno. Le responsabilità e le colpe le stabiliranno i giudici. Ma significa una cosa che Genova, dopo tre tragedie in 36 giorni, non può permettersi di ignorare: in città i mezzi pesanti convivono con pedoni, scooter, attraversamenti e incroci stretti, e basta un attimo – una manovra improvvisa, un angolo cieco, un errore di valutazione – perché il rischio esploda.

Gli accertamenti, per tutti e tre gli episodi, sono affidati al nucleo Infortunistica del reparto Sicurezza Stradale della polizia locale, comandato dal primo commissario Roberto Rogna. E proprio questo è il punto: prima di distribuire “colpe” a colpi di tastiera, bisogna aspettare ciò che diranno rilievi, testimonianze e ricostruzioni tecniche.
L’ultimo caso: lo scooterista caduto e investito, una tragedia “di dinamica”
L’ultima vittima si chiamava Peter Luiz Lopez Borja, 46 anni, artigiano. Viaggiava in scooter e, secondo quanto ricostruito finora, procedeva in direzione mare insieme agli altri mezzi coinvolti. Il motociclo si trovava presumibilmente tra un’autovettura e un autocarro.
A un certo punto, per cause ancora da accertare, avrebbe perso il controllo e si sarebbe rovesciato sul lato destro: il conducente è stato disarcionato ed è finito sulla carreggiata, dove è stato poi investito dall’autocarro finendo sotto le ruote posteriori del trattore, quindi a metà del complesso veicolare. In questo tipo di situazione la differenza tra “colpa” e “impossibilità di evitare” è sottilissima e va ricostruita con precisione: si parla di un coinvolgimento quasi certo dell’autovettura, anche senza un urto diretto, perché lo scooterista potrebbe aver compiuto una manovra brusca per evitare una collisione, perdendo l’equilibrio.
Un elemento, però, è già chiaro sul piano procedurale: sono indagati per omicidio colposo, come atto dovuto, sia il conducente del camion sia quello dell’auto, entrambi risultati negativi all’alcol. È un passaggio che va spiegato bene: l’iscrizione è spesso necessaria per consentire pieno diritto di difesa e la partecipazione dei consulenti agli accertamenti. Non è una condanna, né un giudizio anticipato. Vale, come sempre, la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva.
E qui si inserisce la questione centrale, spesso ignorata dai commenti indignati: se una persona cade davanti o di lato a un mezzo pesante già in transito regolare, l’autotrasportatore può trovarsi senza margini reali di manovra.
Pontedecimo, via Natale Gallino: l’incrocio, il semaforo e l’uomo “invisibile” davanti alla motrice
Il secondo episodio è quello di inizio gennaio a Pontedecimo. In via Natale Gallino, in tarda mattinata, è morto Maurizio Perrone, 54 anni. Secondo le prime ricostruzioni, aveva difficoltà a camminare e si muoveva con un deambulatore.
Qui la dinamica si incrocia con un tema tecnico enorme: la visibilità davanti alla motrice e la gestione degli incroci. Il camionista, viene riferito da una testimone, sarebbe transitato con il semaforo verde e si sarebbe fermato per qualche secondo sull’incrocio per orientarsi, guardando la segnaletica. Una testimone ha raccontato che Perrone, in quel momento, si sarebbe portato a metà dell’attraversamento, proprio davanti alla motrice, in una posizione in cui il conducente non poteva vederlo perché ricadeva nell’angolo cieco del mezzo.
Anche in questo caso il camionista è stato indagato “come atto dovuto”, per permettere ai legali e ai periti di partecipare agli accertamenti. Ma la domanda che pesa – e che i social raramente si fanno – è un’altra: che possibilità concreta ha un conducente di accorgersi di un pedone fermo o lentissimo in una zona cieca, a pochi metri dal muso del camion?
È esattamente per questo che la ricostruzione tecnica, qui, sarà decisiva.
Sampierdarena, 16 dicembre: Elio Arlandi, l’attraversamento fuori dalle strisce e il tragico trascinamento
Il terzo episodio risale al 16 dicembre e ha sconvolto Sampierdarena: la vittima è Elio Arlandi, 67 anni, investito da un mezzo pesante e trascinato per circa due chilometri e mezzo lungo un asse che, secondo quanto ricostruito, va da piazza Montano verso via Cantore fino al Belvedere di corso Martinetti. Era tardo pomeriggio, già buio.
Qui emerge un altro elemento che cambia la lettura immediata: Arlandi avrebbe attraversato fuori dalle strisce. Un testimone in auto avrebbe visto l’accaduto e avrebbe seguito il mezzo pesante tentando di fermarlo, riuscendoci solo dopo un lungo tratto. In questo episodio si aggiunge un dettaglio tecnico-amministrativo che certamente verrà valutato: il camion aveva l’assicurazione scaduta.
Anche qui vale la regola d’oro: la dinamica non equivale automaticamente alla colpa, ma la dinamica è ciò che orienta le responsabilità.
Il punto vero: il problema non è “il camionista cattivo”, è la città che non regge i camion
Mettere tre tragedie in fila non serve a fare un processo mediatico. Serve a dire una cosa semplice: Genova ha un’enorme presenza di mezzi pesanti sulle strade cittadine e ogni volta che un pedone o un motociclista finisce in un’area di rischio, il margine di sopravvivenza si riduce drasticamente.
E quando la discussione si schiaccia su “è colpa del camion” o “è colpa del pedone”, si perde il punto centrale: come si riduce davvero la probabilità che succeda di nuovo?
L’angolo cieco: la zona dove “sparisci” anche se sei a un metro
L’angolo cieco di un camion è l’area intorno al veicolo che il conducente non può vedere né direttamente né attraverso gli specchi. Su un mezzo pesante le zone invisibili possono essere estese e, in ambito urbano, diventano particolarmente pericolose per pedoni, ciclisti, scooter e anche auto.
Dove si creano le aree più critiche:
- davanti al camion: l’altezza della cabina può nascondere persone molto vicine al muso;
- ai lati, soprattutto sul lato destro: anche con gli specchi la copertura non è totale e la percezione può essere ingannevole;
- dietro al veicolo: la zona retrostante non è visibile direttamente.
È per questo che in molte città europee si stanno diffondendo obblighi o incentivi su sensori, assistenti alla svolta e segnaletica di avviso sugli angoli ciechi: non per “dare la colpa”, ma per ridurre il rischio sistemico.
Cosa può cambiare davvero: meno slogan, più regole e più strada “progettata”
Dopo tre morti, la risposta non può essere solo “state attenti”. Serve una combinazione di misure:
- incroci e attraversamenti ripensati: fasi semaforiche protette per pedoni nei punti critici, attraversamenti più visibili e meno “a ridosso” delle svolte;
- percorsi e fasce orarie per i mezzi pesanti nelle zone più delicate, dove la convivenza è più difficile (vicino a scuole, fermate, assi commerciali stretti);
- tecnologia a bordo: assistenza alla svolta, sensori laterali, sistemi di segnalazione;
- controlli mirati su velocità e manovre dove il rischio è maggiore, perché anche pochi chilometri orari possono cambiare l’esito di un urto;
- educazione stradale concreta: non moralismi, ma informazione pratica su angoli ciechi e comportamenti da evitare.
L’ultima parola la daranno i rilievi, non i commenti
In due casi su tre, guardando le ricostruzioni fin qui emerse, è plausibile che l’autotrasportatore abbia avuto pochissimo spazio per evitare l’impatto; nel terzo scenario potrebbe emergere una corresponsabilità, tra comportamento del pedone e fattori legati al mezzo e alle condizioni di guida. Ma sono ipotesi: contano i rilievi, le perizie, le testimonianze e la ricostruzione del nucleo Infortunistica della polizia locale.
Quello che però Genova può già fare, senza aspettare nessuna sentenza, è smettere di cercare un capro espiatorio e affrontare il problema vero: una città che è porto e logistica, ma che deve restare anche una città sicura per chi cammina, pedala e guida uno scooter. Perché la prossima tragedia non si evita con un commento arrabbiato: si evita con scelte, regole e strade progettate per non trasformare ogni incrocio in una roulette.
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