Frasi agghiaccianti e minacce nei commenti: la capogruppo AVS Francesca Ghio querela 60 persone e pubblica gli screenshot shock

Francesca Ghio, capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra in Consiglio comunale, annuncia sui social di aver avviato quasi 60 querele (destinate ad aumentare) dopo una raffica di insulti e minacce di violenza, anche sessuale, ricevute online. Nel post mostra alcuni esempi — molti altri, spiega, non li pubblica perché troppo espliciti — e rivendica la scelta di reagire “a testa alta” per sé e per chi non può

n’ondata di commenti violenti, insultanti e a sfondo sessuale, fino agli “auguri” di subire aggressioni. È il materiale che Francesca Ghio, capogruppo AVS in Consiglio comunale, dice di essersi trovata davanti sui social. E a cui ha deciso di rispondere con la via legale: “Sono partite quasi 60 querele – altre partiranno – contro tutte le persone malate che mi hanno augurato strup*i e minacciano violenze di ogni tipo, solo perché ho una visione di società diversa dalla loro”.
Nel suo post Ghio pubblica una selezione di frasi, precisando subito che si tratta soltanto di una parte: “Qui solo alcune delle frasi che mi sono state rivolte pubblicamente, altre non le posso mettere per contenuti troppo espliciti.” La carrellata, anche se parziale, restituisce il livello di brutalità di certi scambi online: tra gli insulti compaiono “auguri” di violenza sessuale rivolti direttamente a lei, o estesi alla sua famiglia, con riferimenti denigratori e sessisti. In alcuni casi il lessico è esplicitamente aggressivo, in altri si ricorre a minacce mascherate da “speranze” o “inviti” alla vendetta.

Ghio racconta di essere stata bersaglio di commenti che evocano l’idea di subire violenza “per una settimana”, accompagnati da epiteti volgari; di frasi che insinuano che “un giorno toccherà a te” e che lei ne sarebbe perfino “felice”; e di messaggi che chiamano in causa “clandestini” o “immigrati” come strumento di minaccia, con allusioni sessuali. Non mancano gli attacchi che tirano dentro figlia e familiari (“speriamo capiti a lei o alla figlia…”; “prima o poi capiterà a te oppure a qualcuno della tua famiglia”), né le invettive che invocano sevizie e violenze come “lingua” da far comprendere agli avversari. E queste, avverte la consigliera comunale, non sono nemmeno le frasi peggiori.
Un campionario che, oltre alla gravità delle parole, mostra un salto ulteriore: la normalizzazione del linguaggio d’odio come routine da bacheca, in cui l’insulto non è più solo insulto ma diventa augurio di aggressione e intimidazione. È su questo punto che la capogruppo AVS insiste con più forza, spiegando perché ha scelto di reagire: “E no, non va bene un cazzo perché non può essere accettato e normalizzato, quindi fosse anche l’ultima cosa che faccio: reagisco. Perchè posso, e lo faccio per me e anche per chi non può.”
La decisione di presentare querele — “quasi 60”, con l’ipotesi che possano aumentare — apre ora un doppio binario: da un lato la dimensione giudiziaria, che dovrà accertare eventuali responsabilità individuali; dall’altro la questione pubblica, sempre più urgente, del clima nei commenti social e degli strumenti (piattaforme, moderazione, educazione digitale, tutela di chi fa politica o è esposto) per impedire che la violenza verbale diventi prassi.
Ghio lo dice senza retorica, ma con un’amara consapevolezza del costo personale: “Vorrei far altro nel mio tempo ma penso convintamente che fare politica sia anche questo, oggi più che mai, a testa alta.” Una frase che suona insieme come sfogo e come dichiarazione d’intenti: non lasciare che l’intimidazione — soprattutto quando assume la forma di minacce sessuali e di odio — diventi una tassa inevitabile da pagare per esporsi nello spazio pubblico.
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