Addio ad Antonio Chessa, storico comandante della polizia penitenziaria di Marassi

Per anni volto umano del carcere genovese, era un punto di riferimento per agenti e detenuti. Il ricordo delle associazioni di corpo: «Un padre per molti, sempre dalla parte della dignità e della memoria»

Se n’è andato in seguito a un malore Antonio Chessa, per lunghi anni comandante della polizia penitenziaria del carcere di Marassi. Figura di grande esperienza – frutto di un percorso professionale che lo aveva portato a lavorare in diversi istituti del Paese – Chessa era considerato da colleghi e detenuti il volto umano del carcere genovese.

Ispettore superiore, già maresciallo maggiore scelto del disciolto Corpo degli agenti di custodia, Chessa viene ricordato come «un secondo padre» da tanti poliziotti che hanno lavorato con lui. A sottolinearlo è Donato Capece, presidente nazionale dell’Associazione nazionale polizia penitenziaria, che ne mette in luce la capacità di ascolto e la straordinaria umanità: pur nella fermezza del ruolo di comandante, dicono i colleghi, trovava sempre il tempo per parlare con i detenuti, soprattutto nei momenti più difficili, e per sostenere il personale nelle fatiche quotidiane del servizio.
Il suo impegno è stato costante anche nel tentativo di aprire il carcere alla città, favorendo progetti e iniziative che integrassero l’istituzione penitenziaria nel tessuto sociale e culturale genovese. Dopo il pensionamento, questo spirito di servizio lo aveva portato ad assumere la presidenza della sezione genovese dell’Associazione nazionale polizia penitenziaria, incarico che in seguito aveva esteso all’intera Liguria, continuando a rappresentare un punto di riferimento per il Corpo.
Tra i tanti messaggi di cordoglio, quello di Roberto Martinelli, segretario generale aggiunto del Sappe, che lo definisce «un grande esempio di umanità e simpatia». Con il comandante Chessa, ricorda, c’era un rapporto di grande rispetto e amicizia, e fu lui ad accogliere con entusiasmo la proposta di fondare la sezione Anppe prima a Genova e poi in Liguria. Per molti, anche fuori dal servizio attivo, è stato ancora una volta una figura paterna, sempre disponibile e pronta a dare una mano.
Martinelli sottolinea anche quanto Chessa tenesse a cuore il ruolo delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria nell’attuazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, in un sistema carcerario spesso segnato da criticità e carenze strutturali. Centrale, nella sua attività associativa, anche l’impegno nel mantenere viva la memoria dei caduti del Corpo e delle vittime del dovere: una memoria che, a suo giudizio, la società rischia troppo spesso di dimenticare, e che lui invece considerava un patrimonio di valori da trasmettere alle nuove generazioni.
«Un altro pezzo di storia dell’amministrazione se ne va», è il commento che attraversa il mondo della polizia penitenziaria, che si stringe attorno alla moglie e ai tre figli di Antonio Chessa. Nel ricordo di chi lo ha conosciuto, resta l’esempio di un comandante severo ma giusto, capace di tenere insieme disciplina, dignità del lavoro e rispetto profondo per le persone, dentro e fuori dal carcere.
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