Italia e Mondo 

È morta Ornella Vanoni, voce inconfondibile della canzone italiana

La signora della musica leggera si è spenta a 91 anni nella sua casa di Milano. Quando i soccorritori del 118 sono arrivati il suo cuore si era già fermato. Dalle canzoni della mala alla bossa nova, dal jazz ai duetti con i grandi: settant’anni di carriera che hanno attraversato la storia del paese

Ornella Vanoni è morta nella tarda serata del 21 novembre 2025, nella sua casa di Milano, a 91 anni, in seguito a un arresto cardiaco. Con lei se ne va una delle voci più riconoscibili e amate della musica italiana, un’artista che ha attraversato quasi settant’anni di storia del Paese senza mai smettere di reinventarsi.

Cantante, attrice, conduttrice, presenza ironica e lucidissima fino agli ultimi anni, Vanoni è stata molto più che una “signora della canzone”: è stata un pezzo di costume nazionale, un modo di stare in scena e di raccontare l’amore, il desiderio, la malinconia e la fragilità con una sincerità che ha segnato generazioni diverse.

Dalla Milano del dopoguerra al Piccolo Teatro di Strehler

Nata a Milano il 22 settembre 1934, figlia di un industriale farmaceutico, cresce in una famiglia borghese e studia in collegi in Svizzera, Francia e Inghilterra. Non sogna il palcoscenico: vorrebbe fare l’estetista, “curare la pelle”, come ripeterà spesso. Il teatro arriva quasi per caso, quando un’amica di sua madre le suggerisce di provare l’esame d’ingresso al neonato corso di recitazione del Piccolo Teatro.

È il 1953: Ornella entra nell’Accademia fondata da Giorgio Strehler e Paolo Grassi. Il talento è immediato, anche se acerbo. Strehler la sceglie, la guida, la plasma come attrice e diventa presto il suo grande amore. Il debutto come attrice arriva in uno dei monumenti del Novecento: Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. È il primo passo di un percorso che la vedrà muoversi sempre in bilico tra prosa e musica.

Il vero spartiacque, però, è il 1957: durante lo spettacolo I Giacobini, Strehler le affida alcune ballate della Rivoluzione francese da cantare nei cambi scena. La voce particolare, un po’ roca e sensuale, il modo “attoriale” di stare ferma, di scolpire ogni parola, colpiscono il pubblico. Nasce così, quasi per esperimento, la cantante Ornella Vanoni.

Le “canzoni della mala” e la nascita di un mito

Con Strehler, Dario Fo, Fiorenzo Carpi e altri autori, nasce il progetto che farà conoscere il suo nome in tutta Italia: le cosiddette canzoni della mala. Brani in dialetto e in italiano che raccontano storie di ladri, prostitute, carcerati, minatori, piccoli criminali. Canzoni che mescolano teatro, canzone d’autore, cronaca nera e poesia urbana.

Brani come Ma mi e Le mantellate diventano un caso: incuriosiscono, scandalizzano, vengono censurati in radio ma circolano, si cantano, entrano nell’immaginario. La giovanissima Vanoni viene scambiata quasi per una donna “di quel mondo”, tanto è convincente l’interpretazione. Ma quel vestito le va stretto: non vuole rimanere confinata nel ruolo della cantante “maledetta”.

Alla fine degli anni ’50 firma con la Ricordi, inaugura praticamente la linea di musica leggera dell’etichetta e incide i primi EP. Nel 1961 arriva il suo primo LP, che mette già in dialogo due anime: da una parte le canzoni della mala, dall’altra le canzoni d’amore.

Gino Paoli, Tenco e le canzoni d’amore che restano

Nel 1960 nella sua vita entra Gino Paoli. È un amore tempestoso e breve, ma artisticamente decisivo. Paoli scrive per lei Me in tutto il mondo e soprattutto Senza fine, canzone-ritratto nata, dice lui, guardando le mani grandi di Ornella. È il brano che la consacra come grande interprete di canzoni d’amore: dolci ma mai sdolcinate, spesso segnate da una vena disincantata e adulta.

In quegli anni canta anche Luigi Tenco (Tu non hai capito niente) e partecipa ai grandi contenitori musicali della Rai. Come attrice, sostituisce Lea Massari in Rugantino e calca persino il palcoscenico di Broadway, esperienza rarissima per un’artista italiana dell’epoca.

Arrivano poi i Festival: Napoli e soprattutto Sanremo. Negli anni ’60 e ’70 Ornella diventa una presenza costante del Festival della canzone italiana: porta in gara brani rimasti nella storia come La musica è finita, Casa bianca, Eternità. Nel 1968 sfiora la vittoria proprio con Casa bianca; nel 1967 e nel 1970 arriva quarta; nel 1999, con Alberi insieme a Enzo Gragnaniello, è ancora quarta, ma soprattutto è la prima a ricevere il “premio Città di Sanremo” alla carriera.

L’appuntamento, la bossa nova, il Brasile

Il 1970 è l’anno de L’appuntamento, versione italiana di un brano di Roberto e Erasmo Carlos adattato da Bruno Lauzi. È forse la sua canzone più amata, un misto di nostalgia, desiderio e sospensione che diventa la sua firma per il grande pubblico. Resta in classifica a lungo, vende centinaia di migliaia di copie, è sigla radiofonica, colonna sonora, standard da jukebox. È la voce di Vanoni che, all’improvviso, entra nella vita quotidiana di milioni di italiani.

Pochi anni dopo, nel 1976, un altro incontro cambia le cose: Vinícius de Moraes e Toquinho. Con loro incide La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria, album in presa diretta che porta la bossa nova in italiano a un livello mai visto prima. È un disco di culto, ancora oggi considerato uno dei vertici del dialogo tra musica brasiliana e canzone italiana, e uno dei momenti più alti della sua discografia.

Nel frattempo Ornella firma un’altra stagione di successi: Domani è un altro giorno, Che barba amore mio, Dettagli, Più (in duetto con Gepy), Una ragione di più (di cui scrive il testo insieme a Franco Califano), Vorrei darti. Si afferma come interprete sofisticata, sensuale, moderna, ma anche come autrice di testi, cosa non scontata per una donna nella musica italiana di allora.

Jazz, sperimentazioni e premi Tenco: la maturità artistica

Negli anni ’80 Vanoni sceglie una via più rischiosa e personale. Lavora con Sergio Bardotti, scrive molti testi di suo pugno, costruisce album concettuali come Ricetta di donna, Duemilatrecentouno parole, Uomini. Parla di donne, di relazioni, di identità, spesso con una franchezza che anticipa tempi e sensibilità.

La sua curiosità la porta verso il jazz: nel 1986 registra a New York Ornella &…, dove rilegge standard e brani italiani accompagnata da alcuni fra i più importanti musicisti jazz del mondo. Dimostra di poter abitare con naturalezza un territorio musicale complesso, senza mai perdere la sua “italianità” e la capacità di raccontare.

È in questi anni che arriva il riconoscimento forse più sorprendente: il Club Tenco la premia più volte. Ornella è l’unica artista italiana ad aver vinto due Premi Tenco come cantautrice e un’ulteriore Targa Tenco, oltre a un Premio Tenco Speciale nel 2022, creato apposta per lei. Un caso unico: è l’unica donna e la sola interprete ad aver ricevuto un tale cumulo di riconoscimenti dalla “casa” della canzone d’autore.

Gli anni ’90 e Duemila: la voce che attraversa i decenni

Mentre molti colleghi rallentano, Vanoni continua a sfornare progetti di qualità e ad aggiornare il proprio linguaggio. Negli anni ’90 arrivano album come Stella nascente, Sheherazade, Argilla: dischi spesso centrati sulle figure femminili, sui desideri, sui ruoli, sulle fatiche e le libertà delle donne.

Nel 1999, a Sanremo, porta Alberi con Enzo Gragnaniello, canzone di denuncia e speranza, confermando che la sua voce non è confinata al solo repertorio sentimentale. Nel frattempo inizia una lunga collaborazione con Mario Lavezzi.

Negli anni 2000 e 2010 si moltiplicano i progetti “a tema”: dischi di cover, omaggi a Burt Bacharach, raccolte dedicate alle donne, nuovi duetti. Il pubblico scopre (o riscopre) la sua capacità di trasformare ogni canzone in una piccola scena teatrale. Con Più di me e Più di te rilegge il suo repertorio insieme a colleghi di generazioni diverse: da Mina a Ramazzotti, dai Pooh a Jovanotti, da Carmen Consoli a Gianna Nannini.

Nel frattempo la sua immagine pubblica cambia ancora: Ornella diventa un’icona pop a tutto tondo. I talk show la cercano per la sua ironia tagliente, il disincanto, la libertà con cui parla di amore, solitudine, politica, vecchiaia. Il pubblico giovane la adotta sui social, spesso a partire da una battuta, da un’espressione, da un’intervista senza filtri.

“Unica” fino alla fine: l’ultima stagione creativa

Negli anni più recenti, quando molti l’avrebbero immaginata ritirata, Ornella sorprende ancora. Nel 2021 pubblica Unica, album di inediti firmati, tra gli altri, da Francesco Gabbani, Pacifico, Giuliano Sangiorgi, Renato Zero. Il singolo Un sorriso dentro al pianto diventa una delle ballate più intense della sua maturità: una riflessione sul tempo che passa, sulle ferite e sui doni della vita.

Duetta con Colapesce e Dimartino in Toy Boy, gioca con l’autoironia sul tema dell’età, partecipa a Sanremo come ospite, torna in TV, concede il proprio ritratto al documentario Senza fine. Nel 2024 presta di nuovo la sua voce a una nuova versione di Ti voglio accanto a Elodie e Ditonellapiaga, a riprova di un dialogo continuo con le nuove generazioni di artisti.

Fino agli ultimi anni resta un punto di riferimento, chiamata a raccontarsi e a raccontare la musica italiana in programmi, documentari, speciali. Non smette mai di essere curiosa, talvolta caustica, quasi sempre divertente. Partecipando alla trasmissione “Che tempo che fa” con Fabio Fazio e Luciana Litizzetto, ironizzava sulla vecchiaia, sulle sue malattie e sulla morte.

La donna dietro la voce

La sua vita privata è stata segnata da amori importanti e spesso dolorosi: Giorgio Strehler, Gino Paoli, il matrimonio con l’impresario Lucio Ardenzi, da cui nel 1962 nasce il figlio Cristiano. Ornella ha sempre parlato delle proprie fragilità senza pudori di facciata: delle dipendenze, degli aborti, delle depressioni, della solitudine. È anche questo che l’ha resa vicina al pubblico: non un’icona distante, ma una donna che sbaglia, che cade, che si rialza e lo racconta.

Negli anni, molti colleghi l’hanno indicata come modello. C’è chi ha esaltato il suo stile, chi la sua voce “come un profumo”, chi la capacità rara di trasformare ogni canzone in un racconto. La poetessa Alda Merini le ha dedicato versi che ne colgono l’essenza: una voce che scalda i cuori, anche quando dentro resta un’ombra di inquietudine.

L’eredità

Con la morte di Ornella Vanoni se ne va l’ultima grande protagonista di una stagione irripetibile della canzone italiana, quella che, dal dopoguerra agli anni ’80, ha costruito il nostro canzoniere sentimentale e civile. Ma la sua eredità è ovunque: nei dischi, nelle reinterpretazioni, nelle cover che ancora oggi tanti giovani artisti incidono, nel modo di cantare “raccontando”, nella libertà con cui ha attraversato generi, etichette, mode.

Dalle canzoni della mala alla bossa nova, dal pop d’autore al jazz, Ornella Vanoni ha dimostrato che si può invecchiare restando curiosi, irriverenti, profondamente vivi. Il suo repertorio continua a suonare, e a ricordarci che, come diceva una delle sue canzoni simbolo, domani è un altro giorno. Anche senza di lei, sarà difficile non sentirla ancora, in qualche modo, accanto.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts