Escort, appalti e rifiuti, la Cassazione “spegne” il processo: cadono le condanne, tutto prescritto

La Suprema Corte annulla il verdetto d’appello sullo scandalo appalti e serate di lusso: ridimensionate le accuse di falso e corruzione, i termini sono ormai scaduti per tutti i sei imputati, tra ex dirigenti della partecipata e imprenditori del settore rifiuti


Il procedimento nato dall’inchiesta sugli appalti Amiu in cambio di cene e incontri con escort si chiude senza una sentenza definitiva nel merito. La Corte di Cassazione ha infatti annullato la decisione della Corte di appello di Genova e ha dichiarato prescritti i reati contestati ai sei imputati, tra cui l’ex responsabile affari generali della municipalizzata e diversi imprenditori attivi nel campo dello smaltimento rifiuti.
La decisione della Cassazione cancella quindi le condanne e chiude il processo per intervenuta prescrizione. Gli imputati escono dal procedimento senza più pendenze penali, ma senza una piena assoluzione nel merito. A restare sul tavolo, ancora una volta, è il tema dei tempi della giustizia, che in questo caso hanno finito per prevalere su ogni altro profilo.
La Suprema Corte ha accolto i rilievi sollevati dalle difese su due aspetti centrali. Da un lato è venuta meno l’aggravante relativa ai falsi: le determine che erano state al centro del processo non sono state considerate atti pubblici in senso proprio, ma atti interni all’ente, con una diversa qualificazione giuridica. Dall’altro lato la corruzione è stata ricondotta alla fattispecie della corruzione per l’esercizio della funzione e non a quella di corruzione propria, con effetti diretti sulla durata massima dei termini di prescrizione.
L’indagine aveva ipotizzato che un dirigente di Amiu avesse agevolato alcuni imprenditori “di fiducia” nella corsa agli appalti per lo smaltimento dei rifiuti, ricevendo in cambio benefit sotto forma di serate al ristorante e incontri con escort. Già in primo grado era caduta l’accusa di associazione per delinquere, ma il quadro accusatorio per la corruzione era stato ritenuto sussistente dai giudici.
Nel processo di appello, celebrato a Genova e concluso nell’ottobre dell’anno duemilaventitré, le condanne erano state in gran parte confermate, seppure con alcune riduzioni. Corrado Grondona, all’epoca responsabile affari generali di Amiu, era stato condannato a cinque anni e sei mesi di reclusione, rispetto ai cinque anni e nove mesi stabiliti in primo grado. Per Vincenzo Mamone e per Gino Mamone erano rimasti quattro anni e sei mesi. Per Daniele Raschellà e per Stefano Raschellà la pena era stata ridotta a quattro anni. Per Claudio Deiana la Corte aveva confermato la condanna a quattro anni e sei mesi. Anche le confische erano state rimodulate, scendendo da una cifra vicina ai due milioni di euro a poco più di un milione.
A determinare il guasto finale sul fronte dei tempi è stato soprattutto l’iter di secondo grado. I giudici di appello avevano disposto una nuova perizia che si era protratta per circa un anno. Una volta pronunciata la sentenza, le motivazioni erano arrivate dopo circa diciotto mesi, ben oltre i tre mesi indicati come termine ordinario, e portavano la firma di magistrati nel frattempo già collocati in pensione. Nel frattempo, il calendario della prescrizione continuava a correre.
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