Amianto negli uffici di via Bosco: evacuati 130 operatori, rilievi in corso. Un palazzo anni ’60 firmato da Gambacciani e Ciruzzi

La Procura chiude i locali della polizia giudiziaria accanto al tribunale per tracce nelle tubazioni e muffe. Personale redistribuito tra Palazzo di Giustizia, Seminario, Questura e guardia di finanza. Avviato il censimento dell’amianto negli immobili

Gli uffici della polizia giudiziaria di via Bosco, a ridosso del Palazzo di Giustizia, sono stati sgomberati dopo il rinvenimento di amianto in alcune tubazioni del riscaldamento e di infiltrazioni che avevano favorito la muffa. La Procura ha disposto la chiusura precauzionale dei locali; già da fine ottobre parte del personale era stata trasferita al Seminario, da ieri il provvedimento è stato esteso a tutti: circa 130 operatori. La Conferenza permanente sulle criticità strutturali del Palazzo di Giustizia ha condiviso la decisione; è stato avviato un censimento dell’amianto negli immobili che ospitano i nuclei di polizia giudiziaria.
Un sopralluogo congiunto (Corte d’Appello, Regione e tecnici incaricati) ha rilevato ulteriori criticità. In corso la riallocazione degli uffici fra Palazzo di Giustizia, Seminario, Questura e Guardia di finanza di piazza Cavour. La proprietà ha incaricato una ditta per i campionamenti aerodispersi; un secondo operatore estenderà i rilievi agli altri ambienti.

Nota storica dell’architetto Baccani
«Completato nel ’61, l’edificio è a suo modo una sintesi di tutta l’operazione di Piccapietra – spiega l’architetto Jacopo Baccani -. È un palazzo porticato, a doppio livello di attività commerciali. Tanto il piano terra porticato quanto il piano balconata ammezzato hanno attività commerciali, il che dà l’idea anche delle aspettative e dei flussi di clientela immaginati per l’epoca. Si tratta di un edificio sostanzialmente seriale a doppio affaccio, la cui serialità, fatta di lunghe finestrate a nastro, viene però interrotta dai vani scala, scultorei portati in facciata. La rampa di scale, a chiocciola condominiale, è un classico della produzione di Gambacciani degli anni ’60, come si può riscontrare in altri condomini sparsi per la città, tra la Foce e Albaro.»
I progettisti del fabbricato furono, appunto, proprio l’architetto Piero Gambacciani con l’associato Aristo Ciruzzi.
Chi erano Gambacciani e Ciruzzi
- Piero Gambacciani ha firmato a Genova: residenze in corso Italia (civico 32), Torre San Vincenzo (con Bega e Viziano), ristrutturazioni di palazzo Giulio Pallavicini e Villa Spinola, riconversione dell’ex seminario in Biblioteca Berio, piano e edifici di San Benigno (WTC, Shipping, Torri piane), Corte Lambruschini (Torri A e B, Teatro della Corte), interventi al Porto Antico (Ponte Morosini–Ponte Calvi–Calata Salumi e Marina).
- Aristo Ciruzzi, associato a Gambacciani, è stato figura chiave dell’urbanistica del dopoguerra: piano di Begato (la Diga, ora in gran parte demolita, ma non solo), riassetto dell’area di Brignole, co-progettazione del centro direzionale di San Benigno e interventi su Corte Lambruschini.
Amianto: dove e perché. La pericolosità
Per decenni l’amianto è stato impiegato in più di tremila prodotti per il suo costo contenuto e per proprietà tecniche difficili da eguagliare: resiste al calore, isola termicamente e acusticamente, non brucia. Nell’industria lo si è usato come materia prima per manufatti e come isolante negli impianti ad alta e bassa temperatura (centrali termiche e termoelettriche, chimica, siderurgia, vetro, ceramica, laterizi, alimentare), come barriera antifiamma nelle canalizzazioni elettriche e come materiale fonoassorbente. In edilizia l’impiego è stato ancora più massiccio: spruzzato su travi e soffitti di centrali termiche e garage, mescolato al cemento nelle coperture ondulate o piane (il noto “eternit”), nei pannelli divisori di edifici prefabbricati – incluse scuole e ospedali – nelle canne fumarie, nei serbatoi e nelle condotte dell’acqua, nei pavimenti in vinil-amianto. In ambito domestico ricorreva in alcuni elettrodomestici datati (asciugacapelli, forni, stufe, ferri da stiro) e in accessori come guanti e teli da stiro o cartoni protettivi vicino a caldaie e termosifoni. Ancora oggi, all’interno delle abitazioni, può celarsi in coperture e canne fumarie in cemento-amianto, cassoni dell’acqua, pannelli isolanti, coibentazioni di tubazioni e pavimenti vinilici. Il picco d’uso in Italia è stato tra il 1965 e il 1983, soprattutto nel settore delle costruzioni; dal 1994 la produzione e la commercializzazione di materiali contenenti amianto sono vietate.
La pericolosità dell’amianto non dipende solo dalla sua presenza, ma soprattutto dal rilascio di fibre microscopiche: quando i manufatti si deteriorano, vengono forati, tagliati o abrasi, le fibre possono disperdersi nell’aria ed essere inalate. Una volta respirate, si depositano nei polmoni e nelle membrane che rivestono torace e addome, dove possono innescare patologie gravi come asbestosi (fibrosi polmonare), mesotelioma pleurico e tumore del polmone, spesso dopo lunghi periodi di latenza che superano anche i 20–30 anni. I rischi aumentano con l’intensità e la durata dell’esposizione; per questo la regola prudenziale è evitare qualunque manipolazione non necessaria e rivolgersi a professionisti qualificati per valutazioni, campionamenti e bonifiche. Un materiale in buone condizioni e non friabile può non costituire un pericolo immediato, ma va monitorato: è il danneggiamento – anche involontario – a trasformarlo in una minaccia per la salute.
Gli uffici della polizia giudiziaria sono in quello stabile da molto tempo e il fatto che il materiale fosse proprio nell’impianto di areazione non è affatto rassicurante.
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