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Dress code, riprese in aula e “stature professionali”: mezz’ora di stop per una seduta del Consiglio comunale più sartoriale che istituzionale

Se Genova cercava risposte, in consiglio comunale ha trovato… il guardaroba. L’ennesima seduta si è trasformata in una passerella-show politico fuori programma: a scaldare gli animi non sono stati piani urbanistici o bilanci, ma l’assenza di una giacca, qualche video dagli spalti e una discussione sulla “statura” di questo o quel politico

La miccia la accende Paola Bordilli (Lega), che richiama il regolamento del Consiglio: in aula gli uomini dovrebbero indossare la giacca. Sono passati – e da un pezzo – i tempi in cui l’allora radicale Andrea Tosa (sindaco, ai tempi, era Fulvio Cerofolini, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) veniva buttato fuori dall’aula solo perché, pur indossando la giacca, non portava la cravatta come prescritto dal regolamento dell’epoca. L’allusione dell’ex assessora di centrodestra, nota (visto che si parla di abbigliamento) per gli abiti di colore sgargiante, è per Massimo Romeo (Avs), “colpevole” di essersi presentato in maglione. Insomma, anche alla luce dell’area politica di appartenenza, un descamisado 2.0. Il presidente Claudio Villa, da bravo direttore di backstage, invita il consigliere a “recuperare” il capo mancante, casomai anche in prestito: «Se non la ha (la giacca n. d. r.), esca e se la faccia prestare da qualcuno!» dice secco, ben sapendo che se non si mette un argine alla polemica, urla e accuse incrociate deflagreranno in aula. Che fosse sua o imprestata, la giacca è stata regolarmente indossata dal consigliere per tutto il resto della seduta.

Qui l’ordito si ingarbuglia: Lorenzo Garzarelli (Avs), fuori microfono, fa notare che Bordilli sarebbe stata ripresa da un addetto alla comunicazione sugli spalti, pratica che — letto alla lettera — il regolamento scoraggerebbe. Nicholas Gandolfo (FdI) rilancia citando le riprese di cui beneficerebbe anche la sindaca, tirando in ballo il marito, il noto regista Fausto Brizzi. Poi, a microfono aperto, si affretta a smussare: sostiene di misurare le parole, offre scuse se il nome non è piaciuto, ma ribadisce che in aula le riprese le fanno un po’ tutti, “primo cittadino” incluso.

A quel punto interviene la sindaca Silvia Salis, costantemente oggetto di attacchi personali più che politici, e la discussione prende una piega semantica: rimbalza in aula il termine “nani”, usato per indicare persone di scarsa “statura professionale e politica” nell’entourage dell’opposizione.

«Che dire? È mio marito, fa il regista, mi ha ripreso – ha detto Salis in aula -. È un grande regista tra l’altro, ma non solo un grande regista, come avete avuto modo di sottolineare più volte, è un grande conoscitore della comunicazione politica e mi ha aiutato e mi sta aiutando. Io ne vado fiera, caro consigliere Gandolfo, come vado fiera del vice sindaco Terrile (Alessandro Terrile n. d. r.), che lei ha chiamato per mesi, e dopo si è reso conto di essere offensivo e inopportuno, “facente funzioni”. E ne vado fiera perché le persone intelligenti fanno così, si contornano di persone più brave di loro. Ed è questo quello che io faccio, perché quando ti contorni di nani, perdi le elezioni, è questo il problema. Quindi quando tu ti contorni invece di persone brave, come è il vice sindaco, come sono i nostri consiglieri, come sono tutti i miei assessori, questo fa sì che tu riesci a fare le cose. La questione è questa. Ha capito bene? Io sono orgogliosa di mio marito e del fatto che mi aiuti, come sono orgogliosa di tutte le persone che lavorano con me. Va bene? La statura professionale delle persone nelle quali ti circondi dice molto. E io sono molto orgogliosa di tutte le persone che lavorano con me, compreso mio marito, che oltre a essere una persona che mi dà un grande aiuto professionale, è uno splendido padre di mio figlio ed è un marito che lavora per il successo di sua moglie».

L’espressione “nani e ballerine”, per la cronaca, è stata coniata da Rino Formica, ex ministro delle Finanze, per descrivere in modo dispregiativo il circolo di persone che animava gli ambienti del Partito Socialista Italiano negli anni ’80 sotto la leadership di Bettino Craxi. Si riferiva a un insieme eterogeneo di professionisti, personaggi dello spettacolo e figure rampanti, in un’atmosfera gaudente e cortigiana. Aggettivo, quest’ultimo, tornato prepotentemente d’attualità dopo che il leader della Cgil Maurizio Landini ha definito così, durante una trasmissione televisiva, la presidente del consiglio Giorgia Meloni, inteso da lui – come si intuiva dal contesto – nella sua accezione arcaica di “persona di corte” e inteso dalla destinataria come “donna di facili costumi”, significato predominante nell’attuale lingua italiana.

Per tornare al consiglio comunale, Alessandra Bianchi (FdI) raccoglie il guanto con autoironia: dice di comprendere il senso dell’espressione, ma chiede se, avendo perso le elezioni, debba considerarsi “nana”; aggiunge che, a guardarsi intorno, non le pare di vedere “giganti”.

Il presidente Villa, in versione arbitro col fischietto, ferma il gioco: seduta sospesa e capigruppo convocati per riportare la temperatura sotto il punto di ebollizione. Risultato: oltre mezz’ora di lavori bloccati per colpa di una giacca mancante, qualche ripresa (più o meno professionale) contestata e un dibattito sul lessico degno di un seminario di retorica.

Alla ripresa, i genovesi attendono ancora risposte sui dossier veri. Nel frattempo, il regolamento ha guadagnato un posto fisso al centro dell’aula per le continue mozioni sull’ordine dei lavori proposte a raffica su ogni cosa dalla minoranza che così da mesi allungano le sedute di ore. Tutto tempo sottratto a discussioni che stanno veramente a cuore ai cittadini, ormai stanchi dell’eterno clima da spalti di partita scapoli-ammogliati nel pieno delle sedi istituzionali.


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