Bagarre in Consiglio comunale sul caso Kirk: Fdi forza, Chiarotti abbocca e la Sindaca deve prendere le distanze e chiedergli scuse pubbliche

La minoranza di centrodestra osserva un minuto di silenzio non autorizzato per l’attivista Maga ucciso negli Usa nonostante il no della conferenza dei capigruppo: insulti e accuse incrociate. Ritorna nella sala rossa la propaganda fine a se stessa e sbarca il riflesso di una società che si nutre di un odio che si diffonde oltre ogni confine, come un virus, usando anche, abbondantemente, il canale dei social

L’opposizione di centrodestra a Tursi, stamattina, ha deciso di forzare il “no” della conferenza dei capigruppo e ha osservato autonomamente un minuto di silenzio non concordato dai partiti in memoria di Charlie Kirk, l’attivista Maga ucciso il 10 scorso settembre negli Stati Uniti. I consiglieri hanno esposto fogli con la scritta “Prove me wrong”, cioè “Dimostrami che ho torto”, lo slogan inventato dallo stesso Kirk.

«Avete fatto una cosa illegittima e ve ne assumete la responsabilità», ha commentato Filippo Bruzzone della Lista Salis, richiamando l’articolo 55 comma 1 bis del regolamento del Consiglio comunale: “la Conferenza Capigruppo valuta l’idoneità della richiesta ai sensi del presente articolo e decide a maggioranza in ordine all’immediata trattazione in Consiglio comunale, al rinvio al successivo Consiglio o al rinvio in Commissione consiliare. Le richieste valutate dalla Conferenza Capigruppo come non idonee, non vengono trattate”.
Alessandra Bianchi, capogruppo di Fratelli d’Italia ha ribattuto: «Preoccupatevi di cosa c’era scritto su quel proiettile (quello che ha ucciso Kirk n. d. r.), che siete entrati qua cantando “Bella ciao”». Ed è incominciata la bagarre terminata con una prima sospensione dell’assemblea.
Alla provocazione ha abboccato piuttosto ingenuamente (era chiaro che tutta l’operazione del centrodestra mirasse a richiamare l’attenzione dei propri elettori senza badare a forzare il regolamento e a generare la bagarre) Claudio Chiarotti (Pd): «Non dire cazzate – ha detto il consigliere Dem – vi abbiamo già appeso per i piedi una volta», alludendo evidentemente all’uccisione di Mussolini e al fatto che il suo cadavere sia stato appeso a testa in giù in piazzale Loreto. L’espressione non è stata subito udita dalla minoranza, che l’ha letta sui media ed è ripartita la bagarre, con una nuova sospensione della seduta del consiglio e una riunione dei capigruppo.
Quando la seduta è ripresa, è intervenuta la sindaca Silvia Salis: «Il consigliere Chiarotti ha sbagliato, ha detto una cosa che non doveva dire – ha dichiarato –. Mi dissocio da questo insieme alla Giunta. Ho chiesto che scusi e lo farà. Ha detto una cosa grave, una cosa che non era adeguata al momento, per cui penso che non ci siano altre considerazioni da fare. Una cosa palese è che è un atto doveroso che io chieda le sue scuse e mi dissoci da quello che ha detto».
Poi la parola è passata al consigliere Chiarotti: «Volevo serenamente dirlo, l’ho detto ai colleghi con cui ho avuto modo di parlare, e non penso che qua dentro ci siano dei fascisti. Così almeno la chiariamo una volta per tutte. (…) Io sono un antifascista dichiarato e conclamato. Con orgoglio continuerò a difendere il mio antifascismo, i valori della resistenza che ci hanno portato in quest’Aula, ma vorrei confermare insieme alle scuse che non penso che in quest’Aula ci siano dei fascisti. (…) Il mio problema oggi è stato quello della mancanza di rispetto alle istituzioni e di questo mi scuso, ancora di più che mi scuso alla Sindaca, alla Presidenza del Consiglio, alla Giunta e all’Aula tutta».
«È importante per tutti tenere un profilo basso e non fare riferimenti che potrebbero essere antistorici» ha concluso, riferendosi alla frase di Bianchi sulla canzone antifascista.
L’odio politico che avvelena la società
L’assassinio dell’attivista 31enne Charlie Kirk negli Stati Uniti ha acceso una spirale di accuse, strumentalizzazioni e fake news, amplificate fino a investire anche l’Italia.
La morte di Charlie Kirk, ucciso a 31 anni durante un evento all’Utah Valley University, è diventata il detonatore di un clima politico internazionale già teso. Non solo l’America, ma anche l’Europa e l’Italia si sono trovate travolte da un’ondata di accuse reciproche, prese di posizione estreme, titoli roboanti e indignazioni a comando.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha definito Kirk “martire della libertà”, arrivando a chiedere la pena di morte per l’assassino. Una narrazione muscolare che si innesta in un Paese già polarizzato, incapace di distinguere tra cordoglio e propaganda. In parallelo, i social sono diventati immediatamente terreno fertile per fake news e narrazioni tossiche, confezionate per esasperare lo scontro.
In Italia la vicenda è stata immediatamente piegata al gioco politico. La premier Giorgia Meloni ha denunciato le reazioni di chi, in rete, ha esultato per la morte di Kirk, rilanciando il messaggio che “non ci faremo intimidire”. A ruota, il ministro Luca Ciriani ha intrecciato l’omicidio dell’attivista con polemiche di casa nostra, trasformando un fatto drammatico in un pretesto per colpire avversari come Italia Viva, accusata di attacchi personali alla presidente del Consiglio. Da parte dell’ultrasinistra, sui social, s’è innescata sui social una battaglia a colpi di meme e commenti che contribuisce a rendere il clima pesante.
È il segno di un’Italia che importa polemiche come fossero hashtag, e che spesso le amplifica con toni grotteschi, trasformando una tragedia in arma di propaganda. Un’imitazione caricaturale dei metodi di propaganda di Trump (a volte anche da sinistra), che finisce per avvelenare ulteriormente il confronto pubblico.
Chi era Charlie Kirk?
Un attivista dell’universo Maga, vicino agli ambienti trumpiani, con un seguito milionario sui social e una militanza segnata da posizioni radicali: contro l’aborto, negazionista sul clima, fautore di un’interpretazione assoluta del diritto alle armi. Un comunicatore aggressivo, capace di muovere folle e avversari allo stesso tempo. Un personaggio divisivo, che ha contribuito lui stesso a radicalizzare il dibattito, ma che non per questo meritava la morte violenta. Maga è l’acronimo di “Make America Great Again”, derivato dalla locuzione “Let’s Make America Great Again” già utilizzata da Ronald Reagan e H.W. Bush nella campagna elettorale del 1980 e ripresa da D. Trump a partire dal 2012, con cui si designa il movimento di supporto politico al di nuovo presidente repubblicano. Lo slogan, che ha dato nome al brand di gadget diffusi nella base elettorale per la campagna di Trump, sintetizza efficacemente l’ideologia populista e ultranazionalista del movimento, contrapponendo una presunta identità collettiva statunitense a ogni forma di diversità etnica e culturale e puntando a delegittimare politicamente e moralmente le forze di opposizione
L’assassino, Tyler Robinson, 22 anni, proveniente da una famiglia mormone e repubblicana (come il presidente Trump) – religione e ideologia da cui si era allontanato -, sembra aver maturato la sua scelta in un terreno ibrido: slogan antifascisti mescolati a meme online, frasi tratte da videogiochi e cultura digitale. Una miscela grottesca che dimostra quanto il confine tra radicalizzazione politica e ossessione virtuale sia sempre più sottile.
Alla fine, tutta la vicenda è il riflesso di una società che si nutre di odio, lo diffonde come un virus e lo usa come clava contro l’avversario. In America come in Italia, il rischio è che la violenza diventi l’unico linguaggio rimasto, e che la politica tutta non faccia nulla per spegnere il fuoco, preferendo alimentarlo in cerca di consenso.
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