man with cigarette under road at nightOggi a Genova 

Il 19enne morto per alcol e droga era già stato segnalato alla Prefettura come consumatore di stupefacenti

La madre aveva chiesto per lui il divieto di avvicinamento alla casa familiare per i suoi atteggiamenti violenti: aveva paura. Il ragazzo, che viveva in una comunità, aveva compiuto 19 anni pochi giorni fa. Dietro alla tragedia c’è una società che non riesce a gestire né tantomeno ad aiutare, includere e sostenere le più giovani generazioni e le tratta sempre più spesso come un fastidio quando schiamazzano o si picchiano sotto le case di chi vuole dormire. Senza offrire occasioni di svago e di socialità, senza preoccuparsi veramente se hanno imboccato il tunnel delle dipendenze

Gabriele Mantelli Cosso era stato segnalato alla Prefettura quale consumatore di stupefacenti dalla Polizia locale in quanto era stato trovato in possesso di una modica quantità di stupefacenti per uso personale. Questo prevede il Testo unico sugli stupefacenti. Il titolo intero della norma, il Dpr 9 ottobre 1990, nº 309, sarebbe “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”. La parola “riabilitazione”, però, resta sulla carta. Gabriele non si è riabilitato, è stato trovato agonizzante nei giardini Govi da due passanti a spasso col cane ed morto ad appena 19 anni poche ore dopo nonostante i soccorsi.

In quanto è successo si cristallizza la sconfitta della nostra società: un ragazzo difficile, una famiglia che non ce la fa a gestirlo e ha paura di lui tanto da chiedere aiuto alla Legge, un giovane che finisce in comunità e, seppur segnalato come consumatore di stupefacenti, non trova salvezza nelle misure previste dalla normative nazionali. Il tutto sullo sfondo del problema sempre più pressante che travolge le più giovani generazioni, tra i 15 e i 35 anni. Non era un ragazzino il 31 enne che un paio di settimane fa è stato fermato alla porta di una discoteca di corso Italia, la strada che d’estate, insieme ad alcuni altri luoghi sul mare del levante, diventa l’epicentro del disagio in alternativa alla “sede” invernale, il centro storico. Il trentunenne, ubriaco (questo il motivo per cui non era stato fatto entrare nel locale) ha scavalcato il mancorrente di corso Italia per entrare comunque, passando sui tetti delle cabine, ma siccome era in stato di ebbrezza ha perso l’equilibrio, è scivolato ed è caduto in un’intercapedine sbattendo violentemente la testa. È morto cinque giorni dopo in ospedale.

L’alcol e, sempre più di frequente, la droga usata da ampi gruppi di giovani (e non stiamo parlando di droghe leggere, ma di cocaina, crack, eroina che sta riprendendo prepotentemente campo, ma anche pastiglie, composti chimici) creano gli effetti per cui i benpensanti di scandalizzano: schiamazzi notturni e risse sempre più frequenti sul territorio. Vero, sono un fastidio, ma c’è di peggio. I disagi per i residenti dei vari luoghi scelti dei giovani per “fare baldoria” che occupano le pagine dei media sono solo la punta dell’iceberg di una condizione giovanile drammatica e, come è successo nella notte tra sabato e domenica, tragica. Una situazione che le Cassandre di turno indicano, inascoltate, da anni, da quando i “disagi” erano limitati alla città vecchia dove, pare, tutto resta concesso e nulla è mai veramente grave. Decine di volte, in questi anni, GenovaQuotidiana, negli articoli sulla “movida del centro storico”, segnalava che non eravamo davanti a un problema “di quartiere”, ma a un enorme e diffuso disagio generazionale. I problemi, come era prevedibile, sono sbarcati nei “quartieri bene” e adesso li vedono tutti.

Il vice sindaco Pietro Piciocchi ieri, per la prima volta, ha scritto sui social un post a riguardo del problema che affligge i giovani ormai da parecchi anni. «Questa mattina leggo i giornali e per prima cosa voglio dedicare un pensiero a questo ragazzo di appena 19 anni, Gabriele, trovato ieri mattina ai giardini Govi in stato di incoscienza e portato all’ospedale di Voltri dove purtroppo è deceduto, ucciso, a quanto si legge, da un micidiale cocktail di alcol e droga – scrive il vice sindaco -. Una tragedia immane che ci provoca tutti, noi amministratori pubblici in primis, che dobbiamo riflettere ed impegnarci di più per fare in modo che la nostra Città sia più accogliente verso questi ragazzi che cercano consolazioni nella droga e nell’alcol dove invece trovano solo morte, solitudine e distruzione. Un campanello d’allarme molto grave sullo sfascio educativo di oggi dove la nostra generazione è responsabile di non avere trasmesso alla gioventù ideali, freschezza, voglia di vivere, gioia nell’impegnarsi per gli altri, mentre siamo tutti pervasi da una cultura che esalta l’individualismo estremo, la libertà ad ogni costo e sopra tutto, il consumismo e l’edonismo, l’io e le sue voglie come metro di giudizio di ogni situazione, un mondo in cui ti considerano solo per quello che hai e non per quello che sei: questi sono i risultati. Una giornata davvero molto triste che mi fa riflettere sul fatto che davvero la nostra società ha bisogno di una rigenerazione spirituale e morale senza precedenti dove il tema dei giovani, delle famiglie, dei bambini, dall’educazione deve essere il primo nell’agenda delle priorità. Ciao Gabriele, perdonaci perché non siamo stati in grado di vedere oppure, chissà, abbiamo visto e ci siamo girati dall’altra parte».

C’è chi quel campanello d’allarme di cui parla ora Piciocchi lo sta facendo suonare da anni, parlando, ad esempio, della quantità di ragazzi che arrivano, nelle notti del fine settimana, ai pronto soccorso cittadini. D’inverno, principalmente al Galliera a cui fa riferimento il centro. Ragazzini sempre più spesso minori, che arrivano anche in coma etilico o in condizioni pessime a causa dell’uso di stupefacenti. Si sono accorti i nostri amministratori che sempre più spesso, accompagnandosi a tossicodipendenti d’antan, nel centro storico circolano giovani e giovanissime ragazze alla ricerca della dose? Basterebbe che parlassero con gli abitanti della zona, che lanciano disperatamente l’allarme spaccio che negli ultimi mesi pare incontrollato e le vedono deperire di giorno in giorno, vedono sui loro volti le tracce dell’abuso di sostante, soprattutto eroina. Stupisce, quindi, lo stupore della politica che, è vero, non vede, non ha visto, da anni si gira dall’altra parte non solo in ambito locale, ma anche nazionale. E non solo perché non basta la segnalazione alla Prefettura per avviare un vero percorso di recupero, ma anche perché non crea quelle occasioni che, al di là del tragico caso di Gabriele, potrebbero tenere lontani i giovani dall’alcolismo e dalla droga. Per i giovani sono poche le occasioni di svago e di interesse in questa città (ma non solo) e di questo la politica dovrebbe ritenersi responsabile: non tanto del mancato recupero, ma del contesto generale in cui certe situazioni si creano sempre più spesso.

Anni fa in Islanda (una situazione, lo diciamo subito, ben diversa dalla nostra, dove gli abitanti sono poco più della metà della popolazione genovese), la politica, accortasi della brutta china che stava prendendo la giovane generazione, aveva applicato un coprifuoco (iniziativa oggi difficilmente gestibile a Genova e in Italia in generale) ed era partita con un programma educativo che coinvolgeva la scuola e si allungava negli orari successivi alle lezioni con occasioni di sport, cultura, creatività. Questo si può, si deve replicare dell’esperienza islandese.

Sergio Gambino, assessore comunale alla Sicurezza, cita una frase dello scrittore di aforismi Fabrizio Caramagna: «Quando si è giovani, si barcolla ancora per strade inesplorate e la nostra età non ci dà la calma di riflettere. Non conosciamo ancora la formula dell’equilibrio e soltanto il tempo potrà placare i nostri meravigliosi arabeschi». Poi prosegue con una presa di coscienza dolorosa e devastante che parla di una società facile all’accusa, ma che non comprende e tantomeno previene: «Capita non ci sia però concesso quel tempo dato per scontato. Un errore chiude le porte di un futuro sconosciuto che resta un “avrei potuto essere”… Il dito puntato del giudizio della società, resta senza una risposta. Quella stessa società che spesso abbandona e trascura giovani fragili. L’episodio di ieri ha segnato la fine di un domani possibile per un ragazzo di 19 anni. L’intervento di chi protegge e cura non è giunto per tempo. Resta l’amarezza del cosa avremmo potuto fare per evitare una morte precoce e difficile da accettare. Adesso è tempo di capire e stringersi intorno alla famiglia. R.I.P. sconosciuto ragazzo, sperando tu abbia trovato pace».

Vero che a società trascura i giovani, spesso occupandosene solo quando diventano un fastidio, trattandoli come se non fosse stata lei stessa a farli come sono, a privarli di occasioni, di valori, persino del sostegno morale. Una cosa è certa: senza un’inversione a U dell’approccio al problema le morti come quelle di Gabriele, le vite rovinate dall’alcol e dalla droga assunti come unica alternativa alla noia, saranno sempre più frequenti. Basta con lo stupore, servono iniziative concrete, che in parte non possono che essere nazionali, ma la politica locale può e deve prendere coscienza e cominciare a costruire alternative.

Se scriviamo ora qui non è per Gabriele: per lui non si può fare più nulla. E nemmeno per presentare il conto alla politica nazionale e locale degli ultimi 30 anni: piangere sul latte versato è inutile. È per evitare che la vicenda si concluda con qualche post social di buoni sentimenti o di riprovazione e per chiedere per l’ennesima volta che si cominci a costruire una risposta sociale al vuoto che tanti giovani riempiono di alcol e stupefacenti.

In copertina: foto d’archivio

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