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Trent’anni e 24 ergastoli a Cosa Nostra dopo la strage di Capaci, i mandanti restano ancora sconosciuti

Il 23 maggio 1992, alle 17:58 ,Cosa nostra esegue la condanna a morte di Giovanni Falcone, il giudice che ha istruito con Paolo Borsellino (poi ucciso nella strage di via D’Amelio, assieme ai cinque agenti della sua scorta, il 19 luglio 1992) il primo maxiprocesso alla mafia. Una bomba con 500 chili di tritolo viene fatta esplodere sotto l’autostrada Palermo – Punta Raisi nei pressi di Capaci. Ventiquattro gli ergastoli a uomini di Cosa Nostra nel settembre 1997. I procuratori dissero che a quel punto le indagini avrebbero dovuto puntare sui cosiddetti mandanti “a volto coperto”, su quegli esponenti del mondo imprenditoriale e degli apparati deviati dello Stato che non sarebbero estranei alla strage. Ma non è successo. Alcuni giorni prima dell’attentato Falcone aveva detto ad alcuni amici: «Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano»

Assieme ai colleghi ed amici Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto e Paolo Borsellino, Giovanni Falcone è stato una delle personalità più importanti e prestigiose nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale. Fu ucciso da Cosa Nostra insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della propria scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Nacque il 18 maggio 1939 a Palermo in via Castrofilippo, nel quartiere della Kalsa, lo stesso di Paolo Borsellino, ma anche di molti futuri mafiosi, come Tommaso Spadaro.

Falcone vinse il concorso ed entrò nella magistratura italiana nel 1964 e in quello stesso anno nella Basilica della Santissima Trinità del Cancelliere sposò Rita Bonnici, maestra elementare. Nel 1965, a soli 26 anni, divenne pretore a Lentini: uno dei suoi primi casi fu quello di una persona morta per un incidente sul lavoro. A partire dal 1966, e per i successivi dodici anni, fu al tribunale di Trapani, nei primi anni come sostituto procuratore e giudice istruttore. A poco a poco, nacque in lui la passione per il diritto penale. Nel 1967 istruì il primo processo importante, quello alla banda mafiosa del boss di Marsala, Mariano Licari.

Dopo l’omicidio del giudice Cesare Terranova, nel settembre 1979, nonostante le preoccupazioni familiari, accettò l’offerta che da tanto tempo Rocco Chinnici gli proponeva e passò così all’Ufficio istruzione della sezione penale, che sotto, appunto, la guida di Chinnici divenne un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiamò al suo fianco anche Paolo Borsellino, che divenne collega di Falcone nello sbrigare il lavoro arretrato di oltre 500 processi.

Il progetto del cosiddetto pool antimafia nacque dall’idea di Rocco Chinnici, ma successivamente sarebbe stato sviluppato da Antonino Caponnetto (subentrato a Chinnici, assassinato in un tragico attentato il 29 luglio 1983) che, nel novembre 1983[34], costituì una squadra composta da quattro magistrati istruttori (oltre a Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta): il pool nacque con lo specifico compito di coordinare tutte le indagini su reati di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali, sia per garantire in ogni momento una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso, sfruttando in particolar modo l’esperienza maturata da Falcone durante le inchieste Spatola e Mafara (soprattutto nell’ambito delle indagini bancarie e patrimoniali). La squadra concentrò l’attenzione sull’inchiesta contro i 162 mafiosi iniziata da Chinnici, dividendo il carico di lavoro in maniera efficace: Falcone e Guarnotta indagavano sui movimenti di denaro provento del traffico di droga, Di Lello sugli omicidi e altri reati minori commessi dagli imputati mafiosi e invece Borsellino seguiva l’indagine connessa sui c.d. “delitti eccellenti” (cioè quelli contro personalità dello Stato consumati in quegli anni) e sugli omicidi compiuti dalla spietata cosca di Corso dei Mille[5]; erano inoltre coadiuvati da cinque colleghi della Procura (Giuseppe Ayala, Domenico Signorino, Vincenzo Geraci, Alberto Di Pisa e Giusto Sciacchitano), il cui compito era quello di portare a processo come pubblici ministeri i risultati delle indagini del pool e ottenere le condanne. La validità del nuovo sistema investigativo si dimostrò subito indiscutibile, e sarà fondamentale per ogni successiva indagine, negli anni a venire.

Tommaso Buscetta arriva all’aeroporto Fiumicino di Roma il 15 luglio 1984. Una vera e propria svolta epocale alle indagini sarebbe stata impressa con l’arresto di Tommaso Buscetta, il quale diventò uno dei primi mafiosi a decidere di collaborare con la giustizia italiana.

Nell’agosto 1985, dopo gli omicidi del commissario Giuseppe Montana e del vicequestore Ninni Cassarà (stretti collaboratori di Falcone e Borsellino), si cominciò a temere per l’incolumità anche dei due magistrati, che furono perciò trasferiti per motivi di sicurezza con le rispettive famiglie presso la foresteria del carcere dell’Asinara, dove poterono terminare la scrittura delle oltre 8.000 pagine della colossale ordinanza-sentenza che rinviava a giudizio 475 indagati a seguito delle indagini del pool, che finirono per abbracciare i più disparati settori di attività illecita di Cosa Nostra, dagli omicidi (ad esempio i c.d. “delitti eccellenti” Giuliano, Basile, dalla Chiesa, Zucchetto e Giaccone) alle estorsioni, al traffico di droga, agli intrecci politico-affaristici e così via. Per tale periodo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria richiese poi ai due magistrati un rimborso spese e un indennizzo per il soggiorno trascorso.L’ordinanza-sentenza portò così a costituire il primo grande processo contro l’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra, passato alla storia come il maxiprocesso di Palermo, che iniziò in primo grado il 10 febbraio 1986 presso un’aula bunker appositamente costruita nel giro di pochi mesi a ridosso del carcere dell’Ucciardone per contenere 476 imputati e centinaia di avvocati. Il dibattimento terminò infine il 16 dicembre 1987. La sentenza inflisse 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia. Tuttavia la partita non era chiusa poiché il processo doveva affrontare altri due gradi di giudizio ed appunto Falcone, durante un’intervista, frenò gli entusiasmi: «Non bisogna cullarsi nel trionfalismo. Guai a credere che processare quasi 500 persone rappresenti un colpo definitivo alla mafia».

Il 21 giugno 1989, Falcone divenne obiettivo di un attentato presso la villa al mare affittata per le vacanze, comunemente detto attentato dell’Addaura: alcuni mafiosi piazzarono un borsone con cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri dalla villa affittata dal giudice, che stava per ospitare i colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann. Il piano era probabilmente quello di assassinare il giudice allorché fosse sceso dalla villa sulla spiaggia per fare il bagno, ma l’attentato fallì. Inizialmente venne ritenuto che i killer non fossero riusciti a far esplodere l’ordigno a causa di un detonatore difettoso, dandosi quindi alla fuga e abbandonando il borsone.

Falcone, in occasione di una famosa intervista resa al giornalista Saverio Lodato, dichiarò al riguardo che a volere la sua morte era probabilmente qualcuno che intendeva bloccarne l’inchiesta sul riciclaggio in corso, parlando inoltre di “menti raffinatissime”, e teorizzando la collusione tra soggetti occulti e criminalità organizzata: espressioni in cui molti lessero i servizi segreti deviati.

Come direttore degli Affari penali al Ministero della Giustizia, Falcone si fece promotore dell’istituzione della Procura Nazionale Antimafia (la cosiddetta “Superprocura”), che avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Sostenuto da Martelli, rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo, presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Tale progetto però riaprì le ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell’autonomia della Magistratura e una subordinazione della stessa al potere politico. Inoltre, alcuni magistrati, tra i quali lo stesso Paolo Borsellino, criticarono poi il progetto della Superprocura, denunciando il rischio che essa costituisse paradossalmente un elemento strategico nell’allontanamento di Falcone dal territorio siciliano e nella neutralizzazione reale delle sue indagini. Le critiche al progetto sfociarono per giunta in uno sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati ma, nonostante ciò, il 16 novembre 1991 il Parlamento approvò il decreto-legge che istituiva la Direzione Nazionale Antimafia (DNA), un organismo inquirente coordinato da un procuratore nominato dal Csm, e la Direzione Investigativa Antimafia (DIA)

Undici giorni prima dell’attentato a Capaci, in un convegno organizzato dall’AdnKronos a Roma giunse un foglietto anonimo nelle mani di Falcone, e quel foglietto lo avvertiva”. Nonostante la sua determinazione, infatti, egli fu sempre più solo all’interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine: nell’intervista concessa l’anno precedente a Marcelle Padovani per il libro Cose di Cosa Nostra, Falcone attesta la sua stessa profezia: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere». In effetti, alcuni giorni prima dell’attentato, Falcone disse ad alcuni amici: «Mi hanno delegittimato, stavolta i boss mi ammazzano»

Falcone venne assassinato in quella che comunemente è detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992, cinque giorni dopo il suo cinquantatreesimo compleanno. Il giudice, come era solito fare nei fine settimana, stava tornando in Sicilia da Roma. Il jet di servizio partito dall’aeroporto di Ciampino arrivò intorno alle 16:45 all’aeroporto di Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Il boss Raffaele Ganci seguiva tutti i movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, il caposcorta di Falcone, che guidò le tre Fiat Croma blindate dalla caserma “Lungaro” fino a Punta Raisi, dove dovevano prelevare Falcone; Ganci telefonò a Giovan Battista Ferrante (mafioso di San Lorenzo, che era appostato all’aeroporto) per segnalare l’uscita dalla caserma di Montinaro e degli altri agenti di scorta.

Sceso dall’aereo, Falcone si sistemò alla guida della Fiat Croma bianca con accanto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza andò a occupare il sedile posteriore. Nella Croma marrone si era posto alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella Croma azzurra c’erano Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Le tre auto si misero in fila, con in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone e in coda la Croma azzurra, che imboccarono l’autostrada A29 in direzione Palermo. In quei momenti, Gioacchino La Barbera (mafioso di Altofonte) seguì con la sua auto il corteo blindato dall’aeroporto di Punta Raisi fino allo svincolo di Capaci, mantenendosi in contatto telefonico con Giovanni Brusca e Antonino Gioè (capo della Famiglia di Altofonte), che si trovavano in osservazione sulle colline sopra Capaci.

Alle ore 17:58, 3-4 secondi dopo aver chiuso la telefonata con La Barbera e Gioè, Brusca azionò il telecomando che provocò l’esplosione di 1000 kg di tritolo sistemati all’interno di fustini in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada: la prima auto, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di dieci metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo; la seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, avendo rallentato, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza; rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio. La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.

Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone venne trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri presso l’ospedale civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vennero anch’essi trasportati in ospedale mentre la polizia scientifica eseguì i primi rilievi e il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco provvide a estrarre dalle lamiere i cadaveri, resi irriconoscibili, degli agenti della Polizia di Stato Schifani, Montinaro e Dicillo. Intanto la stampa e la televisione iniziarono a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trovò via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime, con tensione sempre più viva, fino al decesso di Falcone, che si ebbe alle 19:05, dopo un’ora e sette minuti dall’attentato e alcuni tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Senza riprendere più conoscenza, morì poi fra le braccia di Borsellino. Francesca Morvillo morirà invece sotto i ferri intorno alle 22:00.

Nel settembre 1997 la mafia di Corleone ha pagato con 24 ergastoli la strage di Capaci. Processati e condannati i suoi capi e i suoi sicari, la Cosa Nostra di Totò Riina esce a pezzi cinque anni dopo l’uccisione del giudice Falcone. Nel bunker di Caltanissetta ha resistito l’impianto accusatorio, ci sono stati sostanziosi sconti di pena per i boss che hanno collaborato fino in fondo, i giudici non hanno creduto e non hanno trattato da pentiti Giovanni Brusca e (soprattutto) Totò Cancemi. Adesso – annunciarono i procuratori – le indagini dovrebbero puntare sui cosiddetti mandanti “a volto coperto”, su quegli esponenti del mondo imprenditoriale e degli apparati deviati dello Stato che non sarebbero estranei alla strage del 23 maggio 1992. Non sono mai stati individuati.

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