Morte di Roberta Repetto, per la Procura gli assassini sono 3
Chiuse le indagini preliminari. Le ipotesi di reato per la morte per melanoma della quarantenne: il santone Paolo Bendinelli e il medico Paolo Oneda sono accusati di omicidio in concorso, ciascuno con condotte indipendenti secondo il rispettivo ruolo, attraverso azioni ed omissioni. Bendinelli è accusato anche di violenza sessuale continuata per almeno 10 anni e di maltrattamenti. Inoltre, stavolta in concorso con Teresa Cuzzolin, legale rappresentante della società agricola Anidagri (sempre riconducibile al centro Anidra), Bendinelli è accusato anche di circonvenzione di incapace, reato continuato almeno dal 2010 al settembre 2020

Chiuse le indagini preliminari sulla morte di Roberta Repetto, la quarantenne deceduta il 9 ottobre 2020 a seguito del melanoma non curato, secondo l’accusa perché la donna era “intrappolata” in una sorta di setta di cui Paolo Bendinelli sarebbe stato il guru-padrone. Ora gli indagati hanno 20 giorni per presentare le rispettive memorie o chiedere di farsi interrogare dalla procura prima del rinvio a giudizio.

«Giustizia piano piano viene fatta». Questo il commento di Rita, sorella di Roberta, che conduce una battaglia perché quelli che ritiene responsabili vengano condannati. Era stata proprio la famiglia di Roberta a convincere la donna ad andare in ospedale quando, purtroppo, era ormai troppo tardi e, dopo la morte, a presentare denuncia ai Carabinieri del comando provinciale di Genova. Le indagini coordinate dalla Procura e portate avanti dal generale Alberto Tersigni (oggi in pensione) e dal maggiore Francesco Filippo hanno messo in luce una storia che, se sarà confermata dalla sentenza, non si può che definire, oltre che tragica per la morte di Roberta, agghiacciante per tutti i risvolti che piano piano emergono. La vicenda si sarebbe svolta tutta all’interno del centro Anidra di Borzonasca dove Bendinelli era il “maestro spirituale” di “formazione olistica” mentre Paolo Oneda, socio del centro e anche lui insegnante di discipline olistiche, è coinvolto in qualità di medico chirurgo. Secondo le indagini i due, in concorso, hanno causato la morte di Roberta Repetto.
Tutto è cominciato nell’ottobre 2018 quando Oneda aveva asportato alla quarantenne un nevo sanguinante dalla schiena della donna. L'”operazione” era avvenuta dentro al centro (su un tavolo della cucina), senza anestesia, senza verifica dei linfonodi sentinella e soprattutto che si procedesse a esame istologico. Questo avrebbe impedito la diagnosi precoce e l’avvio delle cure mediche necessarie a fermare il tumore che, invece, ha portato Roberta alla morte. Eppure, dal mese di maggio del 2019, la donna aveva accusato dolori alla schiena, al ventre, alle gambe e lo aveva comunicato a tutti e tre gli odierni accusati di omicidio volontario. Era anche comparso il primo linfonodo all’inguine. Roberta lo aveva scritto ai due, ma né l’uno né l’altro l’avevano indirizzata alle cure mediche “prescrivendole” meditazione e tisane zuccherate, ovviamente totalmente inutili. Tanto che nel febbraio 2020 era comparso un secondo linfonodo, che i due avevano spiegato alla quarantenne come un buon segno che tutto stesse andando verso «la risoluzione del conflitto» aggiungendo che il «sistema stava arenando la parte tossica». Invece lei stava andando verso la morte, arresa totalmente al “maestro”. Roberta viveva nel centro. Nonostante non riuscisse più ad alzarsi dal letto a causa dei forti dolori diffusi, nonostante non mangiasse più e faticasse a parlare e a respirare, Bendinelli e Oneda continuavano a rassicurarla sulle sue condizioni di salute. Il 1º ottobre 2020 la famiglia di Roberta si impone, riesce a far trasferire Roberta all’ospedale di Lavagna. Sono gli ultimi giorni di vita della donna alla quale viene diagnosticata una diffusa metastasi da melanoma. I medici decidono il trasferimento al San Martino dove, però, l’unica cosa rimasta da fare, visto che il cancro è così diffuso da non concedere alcuna speranza di cura né, tantomeno, di guarigione, è quella di somministrare terapie palliative fino alla sedazione profonda che ha accompagnato Roberta fino alla morte per collasso cardiocircolatorio causato del melanoma.
Il risultato delle indagini ha aggiunto un’ipotesi di reato a quelle che già pesavano su Bendinelli, quello di maltrattamenti. La Procura scrive che a Roberta, seguace e devota, come altre persone, del “guru di Borzonasca”, veniva imposta una progressiva condizione di dipendenza e sudditanza, con annullamento della propria volontà e totale asservimento ad ogni richiesta e desiderio del maestro che usava «subdole tecniche di manipolazione mentale» inducendo la donna a fare ogni tipo di lavoro: curare l’orto, pulizie, servizio ai tavoli e in cucina dove svolgeva anche il compito di lavapiatti. Ovviamente tutto senza alcuna retribuzione. Bendinelli imponeva pratiche di obbedienza, lunghi digiuni e, soprattutto, l’isolamento sociale e familiare. Umiliava Roberta anche nei momenti più bui e dolorosi della malattia, ormai in fase terminale, colpevolizzandola anche solo perché aveva mangiato una pizza. Secondo le indagini, non rispondeva alle sue richieste di aiuto nemmeno quando la donna era ormai nella fase terminale della malattia, quando Roberta non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto. Le inviava messaggi con tecniche di meditazione raccomandandole: «L’inconscio non deve remare contro». Oltre alle mail e ai messaggi intercorsi tra la vittima e tutti i personaggi coinvolti nella vicenda, le indagini hanno visto protagonisti anche i diari della donna.
C’erano poi le lezioni di sesso tantrico, una scusa per obbligare la donna a rapporti sessuali anche di gruppo a cui a volte Bendinelli partecipava attivamente mentre altre volte restava come spettatore, anzi, come regista, scegliendo i partecipanti e le pratiche sessuali da mettere in atto, le posizioni da assumere, gli atti da compiere o da subire abusando, scrive la Procura, «delle condizioni di vulnerabilità e inferiorità psichica» di Roberta. Secondo le indagini tutto questo è avvenuto almeno dal 2010 fino al settembre 2020, il mese precedente la morte della quarantenne. Sul centro Anidra esiste un’altra inchiesta, precedente, dei Carabinieri partita dalla denuncia dei familiari di un’altra donna.
Infine, Bendinelli è accusato con Teresa Cuzzolin, legale rappresentante della società agricola Anidagri srl, della società Shanga srl, nonché segretaria e tesoriera dell”Università Popolare Anidra (tutti soggetti riconducibili al Centro Anidra), di aver abusato delle condizioni di inferiorità psichica di Roberta e della sua sudditanza psicologia per costringere la donna non solo a lavorare gratuitamente, ma anche a versare almeno 120 mila euro, in parte al centro, in parte direttamente a Cuzzolin. Anche in questo caso, il reato, quello di circonvenzione di incapace, sarebbe durato almeno 10 anni, dal 2010 al 2020, quando Roberta è morta in un letto di ospedale al San Martino dove i farmaci palliativi le hanno risparmiato gli ultimi atroci dolori, sopportati, però, per mesi e fino alla sedazione profonda avvenuta pochi giorni prima del decesso.
Così se ne è andata una giovane piena di vita, dal viso dolce, dal cuore buono, che cercava la serenità e invece ha trovato la morte, avvolta nelle spire di quella che, se le accuse fossero confermate, si configurerebbe come una vera e propria setta, con il guru Bendinelli a tirare – non da solo – le fila di un gioco perverso, sadico, incurante della dignità e della stessa vita di Roberta. E forse non solo della sua.
Intanto, per la seconda volta, è andata deserta, alla fine di gennaio, l’asta giudiziaria per la vendita dei manufatti, degli immobili e delle strutture del centro Anidra di Borzonasca. Dopo la prima asta, la seconda è ripartita con base 391.555,50 euro e offerta minima di 294.000,00 euro. Si tratta di un fabbricato ad uso turistico ricettivo, articolato su due piani, costituito di 4 unità, di cui 2 al piano terreno, composte entrambe da camera, ingresso e bagno, e 2 al piano primo, composte l’una da camera, ingresso e bagno e l’altra da mini alloggio, formato da camera, angolo cottura e soggiorno, ingresso, bagno e balcone, oltre corte esterna di circa 357 mq e locale tecnico ad uso caldaia e magazzino ad uso lavanderia, per una superficie commerciale complessiva di circa 119 mq. Una scala esterna collega i due piani dell’agriturismo e una serie di rampe che conduce al giardino e al volume tecnico.


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