Italexit, manifestazione no green pass giovedì. Il simbolo: Balilla che tirò la pietra

L’appuntamento è alle 18 in piazza Matteotti. Sul volantino l’immagine di Giambattista Perasso che tirò la pietra contro i militari austriaci e diede il via a una cruenta rivolta. Non esattamente un messaggio rassicurante, anche perché stavolta non c’è alcun invasore straniero da respingere, ma solo un ristretto gruppo di contrari alle iniziative di salute pubblica del Governo contro la stragrande maggioranza silenziosa dei cittadini che quelle regole le vogliono per non perdere altre vite, altre aziende, altri posti di lavoro

Intendiamoci, le manifestazioni di Italexit sono sempre state non violente, ma in questo clima avvelenato, di insulti non solo sui social e violenze, chi vuole percorrere la via della protesta democratica deve stare attento ai segnali che dà e l’idea di usare l’immagine del Balilla per la protesta non è una buona idea. In primis perché qui la contrapposizione non è tra genovesi/italiani e invasore straniero. Stavolta non sarebbe una guerra contro lo straniero, ma una guerra civile. Tra italiani. Da una parte quelli che che secondo Italexit sarebbero discriminati (e per la maggior parte degli italiani sono, invece, un ostacolo al controllo dell’epidemia perché rifiutano le regole di salute pubblica) e quelli che vogliono uscire dall’orrendo tunnel della pandemia il più presto possibile, temendo che una recrudescenza del contagio possa portare a nuove chiusure per le attività economiche, nuova perdita di posti di lavoro e a altre migliaia di morti. E quindi si attengono alle misure decise dal governo, certo non piacevoli, ma che ritengono necessarie.

No, al di là della protesta di Italexit (a cui parteciperà anche il senatore transfuga grillino Mattia Crucioli, ora nel gruppo misto “L’Alternativa c’è”) e parlando più in generale del variegato fronte no green pass-no vax, non è “il popolo” contro un “un manipolo di stranieri invasori”, è un gruppo ristretto (nei numeri e nei fatti) di persone contrarie alle regole di salute pubblica decise dal governo (non di rado contro la maggioranza della popolazione e, almeno nelle intenzioni dei motori della protesta, per motivi squisitamente poli) che in molte occasioni si sono lasciate andare a minacce, insulti e aggressioni contro istituzioni, giornalisti e chiunque non la pensi come loro e che non si fanno scrupoli a bloccare le strade e stasera hanno annunciato che bloccheranno le ferrovie a danno dei cittadini e anche delle aziende che stanno tentando disperatamente di cercare un equilibrio tra necessità di sicurezza della salute pubblica e lavoro.

E allora, col clima che c’è, sarebbe il caso di evitare i simboli “guerreschi”, quelli che fanno diretto riferimento al lancio di pietre e all’inizio di una rivolta quando si intende liberamente manifestare in pace le proprie legittime opinioni. Non si può usare un personaggio-simbolo che riporta immediatamente alla rivolta della popolazione, incitata dal ragazzo a sollevarsi attraverso il lancio di un sasso contro le truppe austro-piemontesi. Ci vuole senso di responsabilità anche nel dissenso. “Che l’inse?”, il celebre grido con cui il Balilla diede l’avvio alla rivolta, viene tradotto con “La comincio?” ovvero “Volete che cominci (la rivolta?)”. Ma forse il significato più corretto è legato alla parola “insà”, che significa “rompere”, “aprire” e si adatterebbe bene all’esclamazione fatta dal Balilla, che con una pietra in mano, prima di lanciarla con molta abilità contro la testa di un austriaco, gridò: “…che l’inse?”, ossia “gliela rompo?”. Non si vede l’opportunità di usare un simbolo che incita alla violenza in una protesta democratica.

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