Professor Montanari debunker: la bufala della bandiera e la pericolosità dei social

Il divulgatore scientifico e storico dell’arte, curatore scientifico dei Rolli, costruisce una trappola per creduloni 2.0, quelli che credono a qualsiasi cosa venga scritta sui social e sul web, e sbugiarda la leggenda metropolitana della bandiera di San Giorgio costruendone un’altra più o meno verosimile a cui abboccano in molti. Un divertissement che però mette in luce quanto sia pericolosa la propagazione delle bufale. Che non necessariamente sono storiche come in questo caso. Quella in questione dalla tradizione orale è passata alle nuove tecnologie e, come tutte le altre diventa un’arma di distrazione di massa

«Inglesi, ora che avete perso gli Europei pagateci l’affitto della bandiera!»: in questi giorni lo si legge quasi su ogni bacheca Facebook dei cittadini genovesi. D’accordo, i britannici son stati ben poco britannici dopo la sconfitta. Fischi all’inno d’Italia, la medaglia d’argento tolta subito dal collo, il principe William e la sua famiglia che se ne vanno dalla tribuna d’onore senza salutare il presidente Mattarella. Ma questo non è un buon motivo per rilanciare la bufala della bandiera di San Giorgio affittata agli inglesi che non pagherebbero l’affitto da qualche centinaio di anni.

«È una bufala storica creata ad arte nel XVI secolo. Punto – scrive Montanari sulla pagina de “La Stampa” che della bufala storica ne ha fatto un meme sulla propria pagina Facebook -. La leggenda nasce nel XVI secolo per opera di un erudito, il Giustiniani, che sta ricostruendo una serie di “glorie” patrie, non senza moltissime forzature e arbitrarie “verità”. Addirittura, nel costruire questa leggenda, viene scritto – e ripreso dai libri anglofoni anche negli ultimi anni – che la concessione derivasse dal Doge in persona. E già questo conferma che chi ne ha scritto, di storia non sapesse veramente un accidenti».

Dal suo commento parte un fuoco di fila di “me l’ha detto ammio cuggino”, “l’ho letto su Facebook”, “l’ho letto su questo o quel giornale/sito”. Poi vai a vedere le bacheche dei commentatori e scopri che condividono ogni genere di fregnaccia, di solito parlano solo di calcio e, a discapito della lapidaria dichiarazione a commento «Sono molto informato», fanno mestieri non propriamente prossimi a quello dello storico.

Così Montanari mette su un esperimento sociale. Lancia una bufala nuova, supportata con tanto di immagine (perché si sa che i post su Fb ottengono migliori risultati se c’è una foto): quella dell'”arazzo di Bayeux”, un tessuto ricamato realizzato in Normandia o in Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, che descrive per immagini gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra del 1066, culminanti con la battaglia di Hastings.

Il post in poche ore raggiunge un buon numero di condivisioni e commenti “dotti” a supporto.

Spiegherà dopo

Poi aggiunge anche i tag de “La Stampa”, ultima propagatrice della bufala storica in ordine di tempo, e Diego Fusaro, laureato in Filosofia, ma più noto come “opinionista”, che nella sua bacheca, affermando «Ci battiamo ogni giorno per produrre liberazione mediante il sapere» (se diffondere bufale è considerato “sapere”…) raccoglie quote mensili da 4,99 € garantendo la «possibilità di comunicare in tempo reale» con lui «in un gruppo riservato».

Già, poverini gli ignoranti, cioè coloro che ignorano. Ma più poverini ancora anche quelli che seguono i “pifferai magici” dei social, diffusori di bufale, storiche o no.

Ciclicamente ricompaiono sui social storie false, come quelle dei segni sulle porte delle case tracciati come segnali da supposti potenziali ladri (cosa che faceva sorridere prima, ma ancor più oggi nell’era della georeferenziazione e delle foto fatte col cellulare) o come quelle de “gli zingari che rubano i bambini” (che se una cosa non manca ai nomadi sono i figli). Che sono ben più pericolose di quelle storiche.

È per quello che non bisogna farsi prendere dall’ansia di condividere un contenuto, soprattutto se lancia allarmi di sicurezza pubblica o sociali. In special modo se vengono postati da chi razzola nella politica populista di tutto l’arco costituzionale.

Ma anche con le bufale storiche bisogna andarci piano. Il sindaco Marco Bucci sulla leggenda della bandiera “non pagata” ci ha scherzato su, facendone un’arma di promozione della città, ma quando quotidiani e filosofi propagano la bufala storica come oro colato è un’altra cosa. Bravo Montanari che l’ha insegnato usando i social e il web contro se stessi.

Montanari ricorda quanto scritto nell’aprile 2019 sulla pagina “Laboratorio di Storia marittima e navale dell’Università di Genova” (molto interessante, merita l’iscrizione) dal ricercatore di Storia Medioevale dell’Università La Sapienza di Roma Antonio Musarra (genovese) e dal docente di Storia Moderna presso Unige Emiliano Beri.

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