Ducale, approvazione del bilancio a Tursi rimandata. Cosa sta succedendo?

Bucci: «Revisioni dei risultati come in tutte le partecipate». Gli stessi numeri sono già passati per l’approvazione dei revisori dei conti della Fondazione. Tensioni tra il presidente Bizzarri e le istituzioni. Al di là di questo, analizziamo la questione (e la politica culturale a Genova) sotto il profilo tecnico, passando per i numeri (ma non solo)

Per capire che ci sono tensioni tra il presidente Luca Bizzarri (nominato dal Comune) e le istituzioni (Regione, nonché non la stessa amministrazione di Tursi) non serve la palla di vetro. Basta guardare le bacheche social dell’attore dove a più riprese si leggono affondi ai vertici delle istituzioni stesse. Bizzarri, arrivato alla presidenza dopo il colosso della cultura genovese, Luca Borzani, è stato (e in parte ancora viene) guardato con distacco dall'”ambiente”. Eppure ha ingranato, riportando il ruolo di presidente alla sua reale dimensione. Borzani era, nei fatti, anche direttore di fatto (nonostante ne esistesse uno), era motore unico del contenitore della cultura genovese. È stato un esempio unico e aspettarsi da Bizzarri o da chiunque altro che facesse lo stesso era ed è sbagliato. La Fondazione ha un consiglio d’indirizzo con membri nominati da Comune e Regione che approva un piano che poi il direttore (la manager culturale di assoluto prestigio nazionale Serena Bertolucci, arrivata il 1º gennaio 2019) porta avanti con un buon successo: a Palazzo Ducale, anche prima del Covid, sono tornate le code alle biglietterie e le sue iniziative sono tornate sui giornali nazionali. Inoltre il Ducale è stato il primo ad aprire dopo la pausa del lockdown, con l’evento delle “Ninfee” di Monet tutto esaurito tutti i giorni dall’apertura,


Bilancio: cosa non è andato per il verso giusto quest’anno, tanto da stoppare e rimandare l’approvazione di Tursi?

<Abbiamo sempre fatto revisione dei risultati per tutte le partecipate (Amiu, Aster, Amt etc… una volta al mese) e per la cultura lo facciamo con Carlo Felice, Teatro Nazionale, Musei, e quindi anche Ducale – spiega il sindaco Marco Bucci -. Dobbiamo rendere conto alla città di tutti i soldi pubblici che vengono investiti, quindi chi riceve soldi deve presentare il rendiconto.
Fondazione San Paolo chiede rendiconti ancora più dettagliati e profondi dei nostri e io vorrei fare come San Paolo ma gli uffici non sono ancora in grado. Sulla base dei risultati si devono programmare gli investimenti futuri, esattamente come fa il Mibact con il FUS. Fossi io a guidare il Ducale, pubblicherei i risultati immediatamente perché i risultati sono la migliore garanzia del successo>.


L’analisi della situazione sotto il profilo politico ci interessa poco: il consiglio di indirizzo ha membri nominati dalle istituzioni che, se non condividono il loro operato, possono cambiarli. Preferiamo fare un’analisi tecnica della situazione.

I dati

Da gennaio è online sul sito della Fondazione per la cultura un bilancio di eventi e presenze, ribaltato con articoli su tutti i media all’inizio dell’anno (sotto alcuni screen, dopo l’intero file scaricato dal sito di Palazzo Ducale).

Quali sono i dati di bilancio approvati dai revisori dei conti e ora sottoposti all’approvazione del Comune?

Proviamo a leggere i dati. Nel 2019 sono aumentati i frequentatori rispetto al 2018, ma sono scesi rispetto al 2017. Cosa è successo? Facile: nel 2018 la mostra fortemente voluta da Comune e Regione, dedicata a Paganini, è stata un tonfo, come era facile prevedere da parte di chi di queste cose ne capisce appena qualcosina. A salvare l’anno, pur con un calo di visitatori rispetto a quello precedente, è stata la mostra di Picasso (dal 10 novembre 2017 fino al 6 maggio 2018), già programmata dalla gestione Borzani.

I fondi pubblici

I fondi della Regione bastano appena a garantire la Wolfsoniana (collezione Wolfson). Il Ducale ha anche dovuto aggiungere qualcosina a questi fondi, quest’anno.
I fondi di Comune, Fondazione San Paolo e Iren bastano solo per il personale della Fondazione: circa 2 milioni e mezzo per una quarantina di occupati di grande professionalità.
Tutto il resto, il Ducale deve finanziarselo con fondi guadagnati con le proprie attività o con sponsor che, come vedremo, si sono notevolmente assottigliati negli anni per ragione diverse.

Il tonfo di “Paganini”

L’evento ha avuto alti costi (intorno al milione e 200 mila euro) e respiro praticamente solo provinciale e anche poco convinto, coi numeri alzati con la “deportazione” in massa delle scolaresche a far girare il contapersone all’ingresso. Essendosi prolungata per tre mesi anche nel 2019 (occupando spazi e assorbendo risorse), ha pesato anche sui dati dell’anno successivo all’apertura della mostra.

Reputazione da recuperare

Il numero alto dei frequentatori nel 2017 è dovuto alla mostra di Modigliani, che poi (Ducale incolpevole e, anzi, parte lesa) si è dimostrata un enorme boomerang per la reputazione del Palazzo. Perché i 269.712 visitatori delle mostre a pagamento del 2017 hanno fruttato solo 250.423 euro mentre i 162.038 del 2019 ne hanno fruttato 443.000? Facile: per organizzare, tra tutti gli eventi a pagamento, mostre di quella portata, nonostante ricevesse più soldi dal Comune rispetto ad oggi, la Fondazione non aveva i fondi e quindi gli incassi andavano alla società organizzatrice. Anzi, la Fondazione dava contributi per la realizzazione di una mostra ma il break even era talmente alto che non prendeva mai nulla indietro. Perché? Perché allora, diversamente da oggi, l’attrazione anche turistica si faceva con le grandi mostre e la Fondazione investiva per la città, facendosi anche carico dei costi vivi di spese di personale e fornitori. Aveva a disposizione molti più fondi da privati, ora in genere calati e comunque assorbiti in gran parte dalle Amministrazioni comunale e regionale per eventi ludici e di piazza a respiro cittadino. Palazzo Ducale si è trovato a dover recuperare una reputazione demolita e ha cominciato nel 2018 con una mostra che invece di essere di aiuto è stata un ulteriore peso economico e sulla reputazione, senza visibilità nazionale e ancor meno internazionale.

Le sole mostre, salvo casi particolari, non rappresentano più il motore unico del turismo

Ora è cambiato il mondo: le mostre non generano più l’attrazione di un tempo. Molte delle grandi mostre attualmente in corso in Italia sono in difficoltà. Tira quella romana dedicata a Raffaello, ma è costata all’incirca 14 milioni di euro, una cifra che solo il ministero può permettersi. Il Ducale, nell’ultimo anno, ha organizzato mostre di qualità “in proprio”, facendo incassi ma, soprattutto, cominciando con decisione a rimontare l’abisso in cui era caduta la sua reputazione.

Gli eventi commerciali

Sempre leggendo i numeri del bilancio, si nota che nel 2019 sono calati gli incassi degli eventi commerciali. Questo perché il Comune ha imposto persino con delibera di giunta un alto numero di gratuità degli spazi, compresi quelli per la festa del negozio Bagnara e continue riduzioni per convegni di categorie come medici e avvocati, mortificando anche il mercato privato cittadino: chi andrebbe a pagare una sala in un hotel potendola avere gratis o quasi al Ducale o al Porto Antico? È una scelta: basta averne la consapevolezza e non pretendere poi gli incassi a bilancio. Nonostante questo, il bilancio presentato ai revisori dei conti (e approvato, lo stesso che Tursi si trova ad approvare ora) è in pareggio ed è stato anche per metà ricostituito il fondo evaporato in gran parte per la modesta e costosa mostra dedicata a Paganini.

Il ruolo dei luoghi culturali

Intanto dipende dalla mission dei luoghi. L’Acquario ha una sua vocazione decisamente più turistica. Gli altri musei e altri luoghi hanno diverse mission. La cultura si rivolge a due tipi di pubblico: di prossimità (quelli per i quali deve fare attività di formazione e informazioni, conservazione del patrimonio sia materiale sia immateriale, divulgazione, valorizzazione e che se ricevono fondi pubblici deve essere gratuita e il più possibile aperta) e di lontananza che può essere un viaggiatore o anche uno che partecipa ad un convegno o ad un congresso. Non necessariamente, oggi più di prima, l’attrazione passa per le mostre.

L’efficienza di un’istituzione culturale

L’efficienza di una istituzione che percepisce soldi pubblici si misura con due tipi di indicatori, i primi sono quelli che si da la istituzione stessa per misurarsi perché la cultura non ha un metro di misura. Per la mission del Ducale, l’indicatore è quello di fornire il più possibile occasioni di cultura per lo più gratuite. Gli altri indicatori, quelli finanziari, sono più complessi perché è ovvio che una istituzione culturale non produce reddito immediato, ma certamente reddito indiretto (per la città e per le sue imprese), però la chiave della salute è il bilancio in pareggio. Che nel caso del Ducale avviene comunque, senza problemi e persino con una diminuzione del contributo pubblico
La regola è quella di lavorare per far rendere almeno il 30% della somma ricevuta da trasferimenti pubblici. Se si applica questa sana regola insieme ad una amministrazione attenta, senza sprechi e attenta alle variazioni del pubblico si può fare e il Palazzo può essere sempre meno pesante sul pubblico.
Se la regola del 30% si applicasse al Carlo Felice, ad esempio, si capirebbe come molti dei luoghi della cultura genovesi non sono così virtuosi quanto il Ducale.

I musei genovesi

Questa Amministrazione ha ricevuto in eredità e sta lavorando molto su strutture totalmente inadeguate sotto il profilo della sicurezza, ma ha ereditato anche un fondo del Governo Renzi per metterne a posto alcuni: Palazzo Rosso e, almeno in parte, Sant’Agostino. Non basta, però. Sono stati impiegati anche fondi propri e da contribuzioni private.
Genova ha decisamente troppi musei che per l’ordinaria amministrazione assorbono una quantità di risorse irragionevoli che fino ad ora non hanno saputo garantire qualità espositiva (al di là delle opere contenute) e gli allestimenti (oltre alle strutture) di tutti sono vetusti. Ci sono musei che possono richiamare visitatori (se riorganizzati e ben promossi), come Palazzo Bianco, Palazzo Rosso, Sant’Agostino (sempre lo si renda meno algido e più godibile e divulgativo), Chiossone (in passato un vero buco nero, un museo invisibile nonostante sia la più grande collezione di arte orientale fuori dal Giappone) a cui ora bisogna riparare il tetto, che perde. Ci sono altri musei che generano didattica preziosa a chilometri zero ma non attraggono turisti come il museo di Scienze Naturali, Castello D’Albertis o il museo archeologico di Pegli, che forse sarebbe il caso di aggregare al Sant’Agostino con la prestigiosa collezione Bruschettini (cosa di cui si parla da anni senza che si sia passati dalle parole ai fatti). Ce ne sono molti altri. Ad esempio il Museo del mare, che è a metà tra attrazione (in forma di edutainment, come l’Acquario) e la didattica “di prossimità”.
In genere, i risultati di queste strutture si sono giudicati e si giudicano troppo anche sugli ingressi gratuiti senza che questi costituiscano occasione di attrazione come invece accade per il Ducale. Non esiste, in questo caso davvero, un reale indicatore e, inoltre, ai numeri dei musei vengono aggregati quelli dei Rolli Days, totalmente aleatori perché non certificati da biglietti staccati.

Attualmente i musei genovesi sono in fase di restauro e adeguamento alle norma di sicurezza. Palazzo Rosso è chiuso per questo, così come il Sant’Agostino per il quale bisogna trovare il modo di intervenire anche sull’Auditorium (la ex chiesa). Di particolare importanza è anche il recupero dell’alcova di Palazzo Rosso (oggi chiusa), ma servono fondi anche per riparare le persiane, alcune delle quali rischiano di cadere. In questo, nella proprietà del suo ruolo, è particolarmente impegnata l’assessore Barbara Grosso.

I Rolli

I Rolli (che per Genova potrebbero costituire l’evento culturale per 365 giorni l’anno, al di là dei giorni dedicati) non sono mai stati promossi. Se chiedete ai vostri amici non genovesi se sanno cosa sono, probabilmente vi risponderanno di no. Una prima promozione nazionale, passata sulla Rai, è arrivata pochi giorni fa grazie all’evento “San Giovanni X 3”. Di questo ci si dovrebbe occupare con costanza, continuando la strada appena intrapresa. Abbiamo una città-museo vivo a disposizione.


Musei civici e Ducale non sono i concorrenza, hanno semplicemente ruoli differenti che concorrono all’appeal culturale della città. I musei civici hanno, al momento, bisogno di un impegno di gestione dei cantieri che la dirigenza dell’assessorato comunale sa garantire con qualità. Ci sarà poi da proporli (arredi a parte, che torneranno al loro posto) con un allestimento ben diverso da quello precedente, che va svecchiato di alcune decine di anni. Per alcuni di questi esistono professionalità interne da sfruttare.

La Fondazione, invece, deve “inventare” continuamente eventi e occasioni di cultura nuovi, in modo diverso (come abbiamo visto) da come si faceva qualche anno fa: il mondo dell’attrazione culturale è cambiato. A valle delle linee impartite dal Consiglio di indirizzo una volta l’anno, non ha senso che subisca ingerenze amministrative puntuali durante la gestione dell’annualità. La Fondazione è fondazione per questo. Ha un manager culturale come direttore e anche di straordinaria qualità, visto che fino alla fine del 2018, prima di vincere la selezione al Ducale, Serena Bertolucci è stata il direttore di museo statale che ha ottenuto i migliori risultati in Italia, una figura che l’assessorato comunale non ha e non ha avuto nemmeno in passato. Per Genova un’immensa e invidiata risorsa.

In copertina: la coda del 24 novembre 2019 alla biglietteria di Palazzo Ducale

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