Fiori in salita Santa Brigida nel 44º anniversario dell’omicidio di Coco e della scorta

Stamattina Massimo, figlio del procuratore trucidato dalle Brigate Rosse l’8 giugno del 1976, ha deposto fiori in ricordo del padre e dei due uomini della scorta, il brigadiere di Polizia Giovanni Saponara e l’appuntato dei Carabinieri Antioco Deiana

Per il primo anno da quando le Brigate rosse hanno assassinato il magistrato e i due uomini della scorta, alla luce della pandemia Covid-19, non sono state previste celebrazioni ufficiali. Massimo Coco, insieme ad altri reduci degli anni di piombo, si è presentato stamane in salita Santa Brigida, che sale da via Balbi, con la mascherina in volto e un mazzo di fiori.

Francesco Coco, procuratore di Genova, nel maggio 1974 si oppose al rilascio degli otto detenuti ex-militanti del Gruppo XXII Ottobre per la liberazione del giudice e amico Mario Sossi (sequestrato dalle BR), dopo che la Corte d’Assise d’Appello di Genova aveva dato parere favorevole. La Corte d’appello, presumibilmente d’accordo con il Giudice Francesco Coco, dispose per il rilascio a condizione della “stabilita incolumità del Giudice Sossi”. Invece, il giudice Coco, una volta verificata la liberazione del collega Sossi, impugnò in Cassazione la decisione di liberazione sostenendo che il Sossi non era esattamente incolume (riportava delle leggere contusioni) e impedì il rilascio dei Brigatisti; con la sottoscrizione del ricorso in cassazione, firmò la sua condanna a morte. La notte prima di proporre ricorso in Cassazione ricevette la telefonata dell’allora Presidente della Repubblica, Leone, il quale non ebbe neanche l’occasione di sollecitare tale presa di posizione dato che il giudice Francesco Coco immediatamente gli disse “Farò il mio dovere sino in fondo”.

Venne per questo assassinato l’8 giugno 1976 a Genova alle ore 13:30, insieme ai due agenti della scorta (il brigadiere di polizia Giovanni Saponara mentre guidava la Fiat 132 di servizio e l’appuntato dei carabinieri Antioco Deiana), a colpi di rivoltella e mitraglietta Skorpion nei pressi della sua abitazione in Salita Santa Brigida, una traversa della centralissima via Balbi a pochi metri dall’Università degli Studi e dalla stazione ferroviaria di Genova Principe. Il giorno dopo, alcuni militanti delle Brigate Rosse (fra cui Prospero Gallinari e Renato Curcio), durante lo svolgimento di un processo in cui erano imputati, rivendicarono nell’aula torinese l’omicidio del Procuratore Generale, che lasciava moglie e tre figli minori.

L’identità dei responsabili effettivi del sanguinoso agguato rimane ancora oggi dubbia. Secondo il brigatista collaborante Patrizio Peci, che riferì presunte confidenze di Raffaele Fiore, peraltro non coinvolto direttamente, avrebbero partecipato tutti i principali clandestini dell’organizzazione: Mario Moretti, Rocco Micaletto, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli. Egli inoltre coinvolse anche Giuliano Naria, che invece in sede giudiziaria è stato considerato estraneo alla vicenda, e Riccardo Dura, lo sconosciuto dirigente della colonna brigatista di Genova. Tuttavia non si sono raggiunte conferme a questa testimonianza indiretta; altre fonti ritengono che proprio Riccardo Dura, morto nell’irruzione di via Fracchia, fosse il capo del nucleo armato che uccise Coco e la scorta. Inoltre il brigatista Lauro Azzolini, uno dei responsabili logistici dell’organizzazione, nel suo racconto fornito a Giorgio Bocca, pur confermando la sua partecipazione ai preparativi, lascia capire che egli non era presente nel nucleo operativo il giorno dell’agguato.

Il sindaco Marco Bucci ha ricordato l'<estremo sacrificio> del procuratore Coco con un post su Facebook

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