Covid-19, la maggior parte non muore in Rianimazione. Il “gioco” dei numeri

Ieri a Genova 2 decessi in rianimazione e 18 in altri reparti
Cosa raccontano le statistiche e come vengono lette e interpretate?

I dati relativi ai decessi sono quelli diffusi ieri ufficialmente e coprono due spazi temporali differenti: la giornata solare e le 24 ore dalle 14 di sabato alle 14 di domenica. I morti sono, nel primo caso, 14. Nel secondo 27, di cui 20 a Genova, di cui 9 al San Martino, 8 al Villa Scassi e 3 al Galliera. Alcuni deceduti non compaiono nei dati della giornata solare perché si accerta il contagio con tamponi post mortem resi noti dopo. Quindi finiscono nel computo generale, non in quello di cui si dà conto di giorno in giorno. Abbiamo dalle famiglie i risultati di autopsie che parlano di “sospetto Covid-19”, non di Covid accertato. Probabile che, se non viene effettuato il tampone post mortem, questi decessi non finiscano mai nel computo.

Un caso per tutti quello che vi mostriamo sotto, del quale parleremo diffusamente e rivelando l’identità, in accordo con la famiglia, nei prossimi giorni. Come si vede la causa della morte è segnalata come dispnea da polmonite e conseguente collasso cardiocircolatorio terminale. La polmonite non è necessariamente da Covid: potrebbe essere di altra natura. Sotto si leggono istruzioni per la sepoltura: vengono accorciati da 24 (quelli normali stabiliti dalla legge) a 6 ore i tempi di osservazione del cadavere dell’uomo “deceduto per malattia infettiva”, ma la parola Coronavirus non viene mai nominata. La famiglia ha chiesto di sapere se il congiunto è stato classificato come decesso Covid a seguito di tampone oppure no.

Sempre spulciando l’afflusso dei dati, si scopre che la maggior parte delle persone non muore nei reparti di rianimazione, dove non arriva mai. Viene ripetuto ogni sera durante la conferenza stampa in Regione che esiste ancora un, seppur minimo margine di posto nei reparti di terapia intensiva. Fatto sta che dei 20 morti tra le 14 di sabato e le 14 di domenica solo due sono deceduti in Rianimazione (quella del San Martino). Si tratta di uomini relativamente giovani, di 56 e 66 anni. Questo lascia presumere che i posti in Rianimazione vengano ragionevolmente conservati per le persone che hanno possibilità di salvarsi e non abbiano un quadro clinico pregresso fortemente compromesso. In una situazione tragica come questa, non si può affermare che non sia la scelta giusta. Difficile, dolorosa, ma inevitabile. Ma da qui a dire che per tutti sia stato tentato tutto lo scientificamente tentabile il passo non appare breve. Lo sforzo per creare posti in rianimazione è stato ciclopico. È forse proprio questa la faccia migliore della gestione della sanità ligure in questa emergenza: il colpo di reni per moltiplicare i posti in terapia intensiva a cui non ha fatto, purtroppo, eco uno sforzo di pari intensità per le cure domiciliari, organizzate e cominciate 35 giorni dopo il primo caso positivo, quindi con grave ritardo. Insomma, ci si è dedicati più ai (necessari e sacrosanti) effetti speciali che all’intervento minuto e puntuale sul territorio che avrebbe forse prevenuto che alcuni dei casi diventassero gravissimi. L’impressione è che si tenda a tener fuori dagli ospedali tutto quello con cui si può evitare di sovraccaricare le strutture (a cascata terapie sub intensive e intensive) senza però essere riusciti a garantire, per oltre un mese, un’assistenza domiciliare degna di questo nome. Era materialmente impossibile creare posti in rianimazione per tutti e per creare tutti quelli che sono stati creati si è fatto, quello sì, il possibile e l’impossibile. Ma, no: alla terapia intensiva non ci arrivano tutti. I più muoiono nei reparti di osservazione dei pronto soccorso e nei padiglioni e a casa e nelle case di riposo per anziani, salvo (spesso ormai inutile) trasferimento all’ultimo minuto ai pronto soccorso. E allora bisognerebbe chiamare le cose col loro nome: “facciamo il massimo che possiamo e riusciamo a fare” non è uguale a “la sanità brilla per efficienza e non c’è niente che si dovrebbe fare in più, avendone la possibilità”.

Il buon lavoro della Liguria sulla terapia intensiva si legge chiaro in una delle tabelle di Paolo Spada, professore associato all’Humanitas di Milano: siamo la regione che può permettersi il maggior numero percentuale di malati in terapia intensiva (sempre sul numero di quelli noti). Per contro, la diagnosi e l’assistenza domiciliare hanno fatto acqua da tutte le parti.

Consigliamo a chi vuole avere a disposizione analisi oggettiva dei dati la pagina Facebook del professor Spada e il sito a cui contribuisce: “Il Segnalatore”.

Sempre dai grafici di Spada, si legge la normalizzazione dei dati prima attribuiti genericamente alla regione e ora in corso di attribuzione alle province. Ne ha parlato ieri Giovanni Toti. I casi in più di ieri sono 246 (erano in totale 4203 sabato e 4449 domenica), ma (finalmente) il pool di verifica ha spalmato sulle province i dati pregressi prima non suddivisi per territorio. Solo per questo vedete il blocco rosso. Vero è che l’anomalia della distribuzione dei casi in corso di recupero è tutta ligure.


I numeri dovrebbero essere asettici e precisi di per sé, invece le statistiche possono essere lette (e interpretate) in molti modi. Inoltre le difformità di dati asincroni, come quella illustrata all’inizio dell’articolo, contribuiscono ad alleggerire mediaticamente una situazione che leggera non è affatto e, a nostro parere, contribuiscono alla distorta percezione dei cittadini che potrebbe contribuire a fenomeni di inosservanza del decreto statale e delle ordinanze locali.
Un caso per tutti è quello dei contagiati. Ci sono migliaia di contagiati asintomatici che non scopriremo mai e non finiranno nel computo reale e contagiati che, pur dicendo di stare male con sintomi covid compatibili, non vengono testati. L’aumento o il calo dei contagiati reso noto non è di per sé indicativo: dipende da quanti tamponi vengono fatti e a chi. La Liguria, in tutto questo periodo, è stata l’unica regione a non avere corrispondenza diretta tra numero dei morti e numero dei positivi e questo vorrà pure dire qualcosa. Ora, come ha detto ieri lo stesso presidente della Regione Giovanni Toti, il ministero della Salute ha introdotto l’obbligo di testare i sintomatici e forse le statistiche si allineeranno a quelle nazionali. Noi conosciamo molti casi di persone sintomatiche che non sono mai state riconosciute tali perché non sono mai state sottoposte a test così come molti contatti di caso accertato che chiedono inutilmente il test da tempo. Potrebbero essere sani, malati a bassa o alta sintomatologia oppure asintomatici. Il test è fondamentale? Dipende. No, se si consente comunque di accedere alle cure semplicemente in presenza di sintomatologia e questo accade, ma soltanto da pochi giorni. È fondamentale, invece, la quarantena se si è malati e infettivi e il test per capire quando si può rientrare al lavoro o in società. Se nessuno diagnostica il Covid, il malato potrebbe uscire quando se la sente, ma essere ancora infettivo. La stessa cosa accade, a maggior ragione, per gli asintomatici.

Sono 3.731 le persone attualmente positive (accertate) al Covid-19 in Liguria a ieri, 229 in più rispetto a ieri. I test effettuati sono 15.047 (960 in più nelle 24 ore). L’aumento, come si è detto, secondo il presidente della Regione Giovanni Toti, è dovuto dalla scelta del ministero della Salute di testare i sintomatici.
Sono malate al domicilio 1.800 persone (198 più di ieri). Clinicamente guarite (così la sanità regionale chiama i positivi inviati a curarsi al domicilio che però non si possono considerare guariti secondo i canoni stabiliti dal Consiglio Superiore di Sanità) 640 persone (30 più di ieri).
I positivi accertati (come si diceva, non quelli reali) sono stati 4.449 dall’inizio dell’epidemia (dato del ministero della Salute).

I guariti veri, cioè con 2 test consecutivi negativi, sono a ieri 160 (3 più di ieri) e rappresentano appena circa un quarto dei morti. Insomma, i veri guariti dall’inizio dell’epidemia sono davvero pochi, un ventottesimo dei malati. Questo testimonia sia il decorso lungo della malattia, sia la necessità di accelerare ulteriormente i test a quelli che sono potenzialmente guariti e necessitano dell’ufficialità. A risolvere questo problema dovrebbero essere i test drive, che, ha annunciato ieri Toti, la Asl3 comincerà oggi.

Secondo i dati relativi ai flussi tra Alisa e Ministero, dei positivi totali, 1291 sono gli ospedalizzati (1 in più di ieri), di cui 165 in terapia intensiva: 4 in meno di ieri, ma 2 dei 4 posti si sono liberati non per guarigione, ma per i decessi in rianimazione al San Martino.

2 thoughts on “Covid-19, la maggior parte non muore in Rianimazione. Il “gioco” dei numeri

  1. Nessuno ha mai dato il numero, in percentuale, delle persone che sopravvivono alla terapia intensiva. considerando il flusso in uscita, mediamente, quanti escono passando alla media intensità e quanti, sempre percentualmente, muoiono?
    grazie

    1. Lo abbiamo fatto quasi tutti i giorni e per ora i guariti sono molti meno dei morti

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: