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Turismo, dolcetto scherzetto, torta di riso e maniman

Che la torta di riso sia un emblema, ormai trasformato in gag, sulla scarsa propensione all’accoglienza turistica della nostra città e’ indubbio. E dal 2009, anno in cui la fortunata intuizione dello sketch del duo comico genovese Enrique Balbontin e Andrea Ceccon e’ stata sdoganata sul teleschermo, ironizzando sulla scarsa cordialità dei nostri ristoratori, la battuta e’ stata rispolverata dai comuni mortali, turisti e non, migliaia e migliaia di volte. La coppia proponeva agli sfortunati avventori solo due scelte “Torta di riso, o prenderselo nel culo. Torta di riso finita”.
Come legata alla nostra tradizione orale-dialettale e’ l’intercalare “maninan”. Curiosamente, proprio in questi giorni su GenovaToday, è stato pubblicato un articolo per precisare le origini e il significato di questa parola. Si legge su GenovaToday “Chi abita a Genova non può mai aver sentito la parola “maniman” inserita un po’ ovunque. Un vero e proprio intercalare per chi parala abitualmente un po’ di dialetto. Ma che cosa vuol dire e da dove arriva? In genere “maniman” viene utilizzato al posto di “non si sa mai” o “non sia mai”, tradisce il classico atteggiamento di diffidenza e prudenza genovese e a volte viene inserito nelle frasi in forma ironica. “Maniman ti stanchi”, ad esempio, è la classica esclamazione rivolta a una persona che non ha voglia di lavorare. Ma lasciando da parte l’umorismo, una frase come “Prendi l’ombrello maniman piove” indica la legittima preoccupazione di qualche cosa che potrebbe effettivamente verificarsi. Letteralmente secondo alcuni studi “maniman” significa “mano a mano”. Gradualmente, con il tempo, è stato utilizzato al posto di ” va a finire che” sino ad arrivare al significato attuale “non si sa mai che”.
Torta di riso e maniman si sono incrociati a Genova proprio in questo week end lungo in cui coincidevano halloween, con il suo dolcetto scherzetto, e la festività di Ognissanti, con una città letteralmente invasa, grazie anche alla temperatura mite e alle giornate di bel tempo, da uno stuolo di turisti.
Da tempo Genova, che una volta era la città dell’industria pesante, più pubblica che privata, delle partecipazioni statali, del porto, più commerciale che turistico, sembrerebbe aver invertito la tendenza. Chiuse in gran numero le industrie, azzoppata e pressoché sparita l’occupazione nelle partecipazioni statali, i nostri amministratori si sono ritrovati a fare i conti con il rilancio del terziario e del settore dell’accoglienza e del turismo. Una svolta vituperata sino al finire degli anni ottanta dalla classe politica sinistrorsa, quando il compianto sindaco Fulvio Cerofolini, con una battuta rimasta famosa, proclamava orgogliosamente di preferire la città di sinistra ed operaia a quella dei camerieri. Con le celebrazioni Colombiane del 1992 e le solide sovvenzioni statali per Genova città europea della cultura del 2004, la nostra classe politica e i ceti dirigenti compresero che Genova poteva probabilmente avere un florido futuro proprio puntando sull’incentivazione del turismo. Tanto che oggi la Superba, storicamente patria di banchieri e commercianti, inizia ad entrare con proclamata prepotenza fra i siti turistici del nostro bel paese. O almeno così vorrebbero i nostri amministratori. Incoraggianti sono i numeri di arrivi e pernottamenti, mentre ancora si continua a discutere- spesso a vuoto – se il filone principe da percorrere debba essere quello legato al solo turismo, al turismo congressuale o a entrambi.
Francesco Gastaldi, professore di urbanistica alla università Iuav di Venezia e attento osservatore della politica locale, da sempre critico nei confronti della sinistra, passata, presente e futura, che per tanti anni ha governato nella nostra città, ironizzava sulla vocazione operista del finire degli anni ottanta “Quelli che dicevano: “non vogliamo la città dei camerieri” …” Commentando i numeri di presenze e pernottamenti di questo ponte dei Santi.
Eppero’ come si diceva poco sopra restano, dure da scalzare, le nostre ataviche tradizioni, che hanno a che fare con la torta di riso – leggi la scarsa cordialità di alcune categorie che offrono servizi – e con il maniman – intendi la tradizionale prudenza e diffidenza genovese -. Incristazioni tuttora esistenti e praticamente impossibili da lavare via. E pazienza se ad interpretarle da protagonisti sono i privati, che alla fin fine decidono di rimetterci di tasca loro, anche se in conclusione non offrono una bella immagine. Addirittura peggio è quando a dimostrarsi ciechi sono i nostri amministratori. Perciò, dolcetto scherzetto, proprio nel giorno di halloween, lunedì 31 ottobre, finiscono per rimanere chiusi i musei di vai Garibaldi, dove i turisti hanno potuto sperticarsi in esclamazioni di meraviglia di fronte alle dimore storiche della via Aurea, prima strozzate e poi trasformate in amarezza, una volta constatata che i tre siti museali di palazzo Rosso, palazzo Bianco e palazzo Reale, in via Balbi, erano chiusi al pubblico. Lunedì, ogni lunedì che il nostro signore manda in terra, evidentemente, il personale osserva regolare turno di riposo. Come se la torta di riso fosse terminata. E quindi, automaticamente… seconda opzione. Al pari di quanto, a braccia larghe, ammettevano nel gustoso sketch Enrique Balbontin e Andrea Ceccon.
La cosa non è passata inosservata al candidato sindaco di Fratelli d’Italia e vicepresidente del consiglio comunale Stefano Balleari che ha immediatamente postato un commento sulla sua bacheca social “Ma io mi domando, ma si può ?
Ponte dei Santi, Genova invasa da turisti che, ricordiamocelo , portano denaro alla nostra Città ! E noi teniamo chiusi i Musei di Palazzo Bianco, Palazzo Rosso e Palazzo Reale e altri ancora ? Ma siamo impazziti ? Capisco che il lunedì sia il giorno di riposo settimanale, ma in un ponte del genere, non sarebbe stato più utile rendere fruibili le nostre meraviglie ??? Stabilire delle turnazioni, sarebbe troppo difficile ? Non ci siamo, non ci siamo…. caro Sindaco e cara Giunta,…………….NON CI SIAMO PROPRIO !”. In seconda battuta Balleari ha provveduto a presentare un’interpellanza in consiglio comunale in cui, dopo aver sottolineato la conferma per la nostra città come una delle destinazioni turistiche in maggior crescita durante il ponte dei santi, chiede ” Le motivazioni per cui la civica amministrazione non da’ disposizioni affinché, durante le festività e i ponti i musei rimangano aperti durante il giorno previsto per la chiusura, organizzando turnazioni del personale in modo da offrire ai numerosi turisti l’opportunità di ammirare e conoscere le numerose bellezze che offre la nostra città. Se Genova vuole diventare una città a vocazione turistica deve imparare ad investire ed osare di più”. Sin qui la metafora della torta di riso. Ed è emblematico che lo scivolone sia da addebitare proprio a quegli amministratori che in simili occasioni chiedono ai privati di mettersi a disposizione.
Ma c’è di più, da ricercare in quell’intercalare tipico del dialetto genovese. Il maniman, appunto, tanto caro a chi amministra il potere. Il maniman avrebbe interessato, probabilmente, una lunga trattativa sindacale con il personale, una diversa e più lucida programmazione basata sull’incentivazione degli accessi e che vada al di là della normale amministrazione, la richiesta di ulteriori sacrifici ad un organico sotto misura, giustificata con il fine collettivo, ma magari gratificata con il pagamento di straordinari da far ricadere in un bilancio dal pareggio difficile. Tutte cose che… maniman ti stanchi. O peggio, per un sindaco uscente, e spesso assente, che ancora deve decidere se ricandidarsi o no e con le elezioni amministrative che si avvicinano… Maniman perdi consensi. Tanto alla fine i turisti non votano. Maniman. Maniman meglio così.

Il Max Turbatore

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