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“Eurydice”, spettacolo intenso e ricco di contaminazioni al Teatro della Tosse. La recensione

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Di Diego Curcio
E’ un dramma denso, complesso e ricco di finezze registiche “Eurydice”, di Emanuele Conte, che mercoledì sera ha debuttato in prima nazionale al Teatro della Tosse. Uno spettacolo tratto dal testo di Jean Anouilh del 1941 e ambientato nella Francia della Nouvelle Vague, tra il buffet di una stazione ferroviaria, una lugubre stanza d’albergo e un parco vociante di bambini e insetti. Un racconto forte e serrato, pieno di poesia dalle tinte dark, che riprende l’argomento già trattato magistralmente in “Orfeo rave” – lo spettacolo itinerante di teatro e danza andato in scena al Padiglione Jean Nouvel della Fiera l’estate scorsa – e che prosegue il cammino drammaturgico intrapreso dallo stesso Conte prima con “Antigone” (che anche in quel caso si basava sul testo di Anouilh) e poi con “Caligola” e “Prometeoedio”. Il filo conduttore che lega tutti questi lavori, seppur molto diversi fra loro, è la continua ricerca di un teatro di contaminazione: un terreno su cui il regista genovese sta costruendo il suo personalissimo approccio alla drammaturgia. Non c’è più soltanto la scena con gli attori, ma il palcoscenico diventa un contenitore di linguaggi differenti, che si armonizzano gli con gli altri.
In “Eurydice” ci sono molti richiami al cinema (la già citata Nouvelle Vague) e scelte registiche interessanti e azzeccate come la proiezione – su uno grande schermo che separa il palcoscenico dal pubblico – dei titoli di testa, dei primi piani dei due innamorati mentre chiacchierano sul letto e di un grande cronometro che scandisce il tempo del cambio palco. L’atmosfera dello spettacolo è quella fumosa e in bianco nero dei vecchi film degli Anni Cinquanta e Sessanta. E anche i vestiti, l’ambientazione e la musica sono un omaggio a quel tipo di cinematografia. La storia, che ricalca solo in parte il mito da cui è tratta (con tanto di epilogo shakespeariano diverso dalla versione classica), parla dell’amore tra il musicista Orfeo (Gianmaria Martini), che gira la Francia insieme al padre con l’unico scopo di mettere insieme il pranzo con la cena, ed Eurydice, (Sarah Pesca) un’attricetta di teatro che viaggia con la madre, il suo amante e il resto della compagnia. I due si incontrano per caso nel buffet di una stazione, si innamorano a prima vista e decidono di fuggire insieme. Ma il loro amore viene messo a dura prova e cavarsi d’impiccio non sarà per niente facile. Anzi…
Pesca è perfetta nella parte della protagonista, una ragazza in preda ai propri demoni, insicura e generosa, fredda ma allo stesso tempo passionale, incostante e misteriosa. Martini, che ormai sta diventando una sorta di attore-feticcio per Conte, è un Orfeo molto accomodante e pacato, un ragazzo travolto per la prima volta dall’amore, che vive i propri sentimenti con un trasporto positivo e per nulla tormentato: in poche parole l’opposto di Eurydice. Ma quando il destino si metterà in mezzo minando la sua serenità, anche Orfeo mostrerà un lato oscuro. Due parti tutt’altro che semplici insomma, ma interpretate molto bene dalla coppia di attori, anche perché si tratta di due personaggi che si amano ma non si capiscono e che non fanno altro che inseguirsi l’un l’altra. Sempre gigantesco – ma ormai non è una novità – Enrico Campanati, che qui interpreta sia il padre cinico e materialista di Orfeo, sia Dulac, lo squallido e repellente impresario della compagnia in cui lavora Eurydice. Due ruoli che hanno più di un lato in comune – la grettezza, per esempio – ma che viaggiano su binari opposti e rappresentano due scogli importanti per la vita di Orfeo. Nel dramma qualche sorriso arriva dalla coppia formata dalla madre della protagonista (Susanna Gozzetti) e dal suo amante (Pietro Fabbri, che in interpreta anche un cameriere oscuro e impiccione): entrambi lavorano nella compagnia in cui recita Eurydice e non fanno altro che ripercorrere la propria storia d’amore sgangherata e a loro modo passionale. Ottima anche la prova di Fabrizio Matteini nei panni del misterioso “signor Henry” che altri non è che Hermes, qui raffigurato come una sorta di Humphrey Bogart senza sigaretta (visto che non beve e non fuma), che accompagna – nel bene e nel male – i due innamorati per tutto il corso del dramma.
Verso la fine, quando il climax della tragedia raggiunge il suo apice, c’è una scena bellissima in cui Orfeo va a riprendersi Eurydice nel regno di morti e sullo sfondo appaiano come fantasmi di un presente oscuro Dulac e altri personaggi della tragedia, che dialogano con i due protagonisti. Immagini sgranate e quasi fuori fuoco, che ancora una volta rimandano alle tecniche cinematografiche, ma con la particolarità di essere recitate lì, dal vivo, come se il pubblico potesse toccarle. In definitiva: uno spettacolo di grande impatto, delicato e “spesso”, una noir romantico ed elegante, che sa fare appello al cuore e alla viscere dello spettatore.
“Eurydice” resterà in scena alla Tosse fino al 6 novembre.

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