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Politically correct

Un po’ di merito, immodestamente vorrei prendermelo anche io. Se il candidato sindaco di Fratelli d’Italia ha toccato l’argomento del voto al femminile e lo ha fatto, al di là dei facili slogan, in maniera precisa e determinata, forse, o probabilmente, potrebbe essere stato che quel mio commento su Mario e Giovanna, famiglia, unione di fatto o che altro, lo abbia un po’ pungolato. Giovanna, personaggio femminile dei manifesti che Stefano Balleari, il candidato sindaco, posta con regolarità’ sulla sua pagina facebook è l’altra metà del cielo. Mario, filiforme genovese qualunque ed immaginario commenta di volta in volta le malefatte della nostra civica amministrazione. Per lungo tempo è’ stato solo Mario, poi qualche giorno fa è ricomparsa Giovanna. Stesso personaggio filiforme, ma con folta chioma bionda. Segno evidente che Balleari, forse si è reso conto di aver dimenticato le pari opportunità. E quindi qualche giorno fa ha deciso di incidere profondamente, andando ben oltre quel politically correct di facciata. Quello, per intenderci, che da tempo si limita a discutere se in presenza di un politico o di un professionista del – passatemi il termine – gentil sesso, sia più corretto parlare di assessore o sindaco, di avvocato o ingegnere e non appaia invece più progressista etichettarle come sindaca, sindachessa, assessore, assessoressa, se non avvocata, avvocatessa o ingegnera. Dubbi amletici e di vecchia data. Al riguardo ricordo personalmente lunghe discussioni e diatribe al giornale di appartenenza per una Marta Vincenzi che amava sconsideratamente farsi chiamare “la sindaco”. Curiosa intermediazione fra il femminile dell’articolo e il maschile del ruolo. Lo aveva chiesto esplicitamente, forse pensando di essere una sorta di virago. E noi, in suo onore, eseguivamo. Anche se al mio direttore la contestualità fra il femminile e il maschile suonava come un miscuglio diabolico. Ma- come dicevo – discussioni sul sesso degli angeli e mai di sostanza. Puntualizzazioni di maniera. A maggior ragione oggi, a qualche anno di distanza. Come se la colf, in veste maschile dovesse diventare il colf, o la ricamatrice il ricamatore. E giustamente Stefano Balleari intende andare oltre. “Mai come in questo periodo la mia affermazione è vera: il problema non è chiamare il Sindaco, Sindaco o Sindaca, il problema è trovarne uno che metta al primo posto l’aumento del welfare rivolto al femminile. Partendo dalla base: dagli asili. Si perché oggi ormai è assodato che dare la possibilità alle donne di accedere al mercato del lavoro è una, se non la primaria, soluzione per uscire dalla crisi che ci inghiotte da anni (sebbene qualcuno dica che è finita)”. Post sfottente, quello del candidato sindaco di Fratelli d’Italia, perché il dibattito sulla vocale finale parrebbe essere particolarmente in auge fra qualche frangia della sinistra con nostalgie veterofemministe, dalle quota rosa al femminicidio, sino all’adeguamento delle retribuzioni. Problemi per i quali Balleari fa sommessamente notare che comunque esiste una questione a monte “Se passassimo dall’attuale situazione di occupazione femminile del 47% alla media Europea del 60% (basterebbe che un goccio meno, basterebbe andare oltre al 55%) si recupererebbero ben 7 punti di PIL all’anno. Però tutto il dibattito in questo senso sembra che si riduca sulla declinazione al maschile o al femminile di alcuni lavori. Certo c’è un problema di adeguamento di stipendi e di opportunità di lavoro oltre che di presenze femminili nei CDA e nei posti di potere, ma questa situazione è la seconda da affrontare, per me, perché bisogna partire dalla radice del problema. Il welfare Italiano si basa sulla famiglia, non nascondiamocelo, scaricandolo principalmente sulla componente femminile e quindi il primo tipo di problema da affrontare è la conciliazione lavoro-famiglia e si parte dalla base anche qui: se non ho accesso agli asili, se non so dove mettere i figli come posso pensare di cercare e trovare un lavoro? La stessa cosa vale per la cura degli anziani sopratutto in una città come Genova. Queste non sono mie supposizioni, ma sono considerazioni dovute ai molti dati a disposizione i quali ci dicono che sono ben 2,3 milioni le donne che risultano inattive per motivi di famiglia, di queste il 40% ha un diploma di scuola superiore o un titolo universitario e il 45% vive al sud. Si stima che 270.000 donne inattive non abbiano cercato lavoro a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura forniti a bambini, anziani, malati e disabili (McKinsey Analysis 2012). Il 18% delle donne inattive lavorerebbe se i servizi fossero adeguati (Istat 2013). In questo contesto non stupisce che per le donne italiane la maternità rappresenti ancora un rischio concreto di fuoriuscita dal mercato del lavoro: il 22,4% delle madri impiegate prima della gravidanza, intervistate dopo due anni, avevano perso il lavoro (Istat 2015). Ripeto il mio concetto: far ripartire Genova, farla tornare La Superba parte, anche, dalla questione femminile.Tra le altre cose c’è la “bonus track” se aumentiamo il welfare aumentiamo anche la natalità ed a Genova ne abbiamo un disperato bisogno”. Una indiretta risposta anche alle preoccupazioni del ministro Beatrice Lorenzin impelagatasi, qualche settima fa – come tutti sappiamo- in una campagna contro il decremento delle nascite e per la prevenzione dell’infertilita’. Del resto il welfare, di cui poco si parla da parte della amministrazione in carica, al contrario è stato messo al centro del programma proprio dai due candidati sindaci, al momento unici in campo. Simone Regazzoni, pop filosofo, autocandidato autoconvocato alle primarie del Pd lo aveva fatto oltre un mese fa. Presentando addirittura un piano con finanziamento possibile di 5 milioni di euro. Perché al di là delle etichette la vera parità passa proprio attraverso le pari opportunità di accesso al lavoro e alla professione, soprattutto per donne con famiglia. In modo che non siano costrette a mettere da parte le loro legittime aspirazioni per mancanza di strutture adeguate. A tale proposito mi piace citare il post di una giovane genovese che racconta ” Oggi pomeriggio nell’ora di pausa al corso esco fuori con una delle mie compagne di corso. Lei così carina, una storia che mi ha colpita fin dal principio. Ha vissuto e lavorato a Milano, in grosse aziende, fino a 10 anni fa per poi tornare a Genova per motivi familiari e personali. Una ragazza dalle buone maniere, perbene. Mamma di una bimba di 8 anni, divorziata. Ovviamente anche lei disoccupata, vive con la figlia. Mi ha detto che da oggi non ha più una casa. È in affitto e non avendo un lavoro non ha più i soldi per pagare l’affitto. Poi siamo rientrate perché i 10 minuti erano finiti. Non riesco a smettere di pensare a lei”. Ecco.
Poi mi capita di leggere qualcuno che nel gioco chi “salvo e chi affogo” posta rabbioso “Affogo le mantenute perché si fanno bastare la noia, salvo le puttane per il contrario, e perché le amo tutte”. O, passando oltre leggo il post di una donna politicamente impegnata che osserva con qualche ragione “Che strazio i commenti sulla signora Renzi. Un folto popolo di rosiconi”. O ancora mi soffermo su commenti di persone che evacuano sul weeb contro Bebe Vio con Renzi alla casa bianca costringendo il giornalista Sciltian Gastaldi a una dura reprimenda sul fattoquotidiano “Bebe Vio e Agnese Landini in Renzi. Cosa hanno in comune queste due donne, recentemente salite al soglio pubblico? Anzitutto sono donne. Poi hanno attirato su di loro una enorme attenzione per via di ciò che hanno fatto, per ciò che sono, per ciò che rappresentano: un’atleta medaglia d’oro alle Paralimpiadi e la moglie dell’attuale Presidente del Consiglio. Sono state per tutta la giornata di ieri il bersaglio del dileggio e dell’insolenza di alcune migliaia di minus habens, che le hanno insultate (insultate, non solo criticate) perché “ree” di aver presenziato alla visita di Stato a Washington DC, dietro invito del Presidente Barack Obama e sua moglie Michelle”. E mi domando se, in un momento politico diverso, senza guerra per bande sul referendum e, se si fosse trattato di uomini, la pancia dei solerti commentatori social si sarebbe espressa nello stesso modo? Perché in Italia, come fa notare Balleari, ma non solo, attira molto di più il sesso degli angeli, della sostanza. E la sostanza è che ancora la donna, al di là dell’uso delle vocali, non è messa nelle stesse condizioni dell’uomo per poter esprimere le proprie legittime aspirazioni. Mentre il machismo, latente o meno, è ancora ben presente. Quasi fosse una forma mentale dura da scrostare. Lo evidenzia un uomo di destra che parla di welfare come se fosse un esperto sindacalista. Segno che al di là delle banali etichettature qualche cosa sta cambiando. Del resto Balleari sembrerebbe amare Warhol approdato al Ducale, icona dell’arte Pop, e non il futurismo o il razionalismo. Come sembrerebbe provare l’ultimo manifesto in cui di buon grado si presta, con la sua figura, al gioco seriale inventato proprio dall’artista americano. E si ripropone così di sfidare il pop filosofo, quello a cui in tempi sospetti alcuni supporter del Pd hanno dato del fascista. In un gioco delle parti surreale in cui tutto ormai si mischia. Per chi vive di banali figure retoriche da commentare e ignora i fatti.Sempre che sulle elezioni genovesi non piombino, per centro destra e centro sinistra, due soggetti femminili. Rigettandoci nel dubbio amletico, causato dalla retorica vuota e dall’etichettatura, su cui è più facile blaterare: la sindaco, la sindachessa, la sindaca? Oppure il sindaco?

Il Max Turbatore

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