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La sora Lella, Mario, Simone, Sergio, Camillo i 200 e i risarcimenti

Mi sarei atteso di più da un partito della sinistra che storicamente avrebbe dovuto lasciare da parte le evacuazioni di pancia via social per riprendere la vecchia storica strada delle analisi, lunghe, faticose, magari tediose, magari fumose, con tanto di annessa autocritica. Mi sarei atteso qualcosa di più del post, seppur umano e sincero del parlamentare Mario Tullo, forse futuro candidato sindaco dem, che ha preferito puntare sul lato umano, non in discussione, della faccenda “Quando un Amministratore Pubblico viene coinvolto in un inchiesta, quando fortunatamente e giustamente come accaduto oggi vede con una piena assoluzione finire un periodo difficile e drammatico della sua vita si tende comunque è inevitabilmente a riflettere politicamente. Ho trovato nelle parole di Raffaella PAITA e in quel: “ora vado subito da mio figlio a dirgli che sua madre ha agito correttamente” l’altra faccia della medaglia, quella intima, quella privata che spesso non emerge,quella che forse fa soffrire di più e che oggi è quella che mi fa essere contento per LELLA e i suoi cari”. Perché nella sconfitta del capogruppo del Pd in Regione Lella Paita, e la vittoria del suo avversario Giovanni Toti, la vicenda giudiziaria deve pur aver contato. E non poco.
Per carità, chapeau a Mario Tullo che ha puntato sulla sofferenza umana di tutta questa faccenda. Eppero’, nel contempo, si è guardato bene da sviluppare qualsiasi forma di autocritica su quello che è stato. Sui veleni di Sergio Cofferati e sul gruppo dei 200. Con l’ultimo strascico di un ordine del giorno fatto votare qualche mese fa dal principe delle forme, lo scissionista Camillo Bassi, sulle mancate scuse della Paita. In una vicenda analoga, in cui peraltro, si parlava di mazzette, l’allora sindaco di Genova Claudio Burlando, dimissionario e poi prosciolto, ottenne un congruo risarcimento in denaro. Al contrario, nell’attesa della sentenza, a farne le spese oltre alla Paita, è stato anche il popfilosofo Simone Regazzoni, candidato autoconvocato alle primarie, messo alla gogna da parte del popolo del Pd per essere stato lo spin doctor che con la Sora Lella aveva dovuto condividere l’ignominia di una sconfitta, con tanto di ribaltone nelle regionali, in una Liguria da sempre ridente per le sorti del centro sinistra. Mi sarei aspettato un minimo di autocritica con un semplice “compagni abbiamo commesso un errore, ci siamo divisi, attendendo o prendendo le distanze, pronosticando un responso di colpevolezza. Per una sentenza che oggi invece ha ristabilito la verità”. Adesso i personaggi coinvolti attendono un risarcimento che non sarà economico, ma almeno dovrebbe essere morale. Invece nell’avvicinarsi dell’appuntamento del referendum, che rischia di essere terreno di ulteriori divisioni, le attese analisi di un gruppo dirigente in letargo tardano ancora. Perché forse è tatticamente preferibile non assumersi le responsabilità di una sconfitta e di un errore e continuare sulla strada dei lunghi coltelli. Lasciando da parte riflessioni che potrebbero fare chiarezza sugli sbagli del passato. Ombre che si stagliano anche sul prossimo appuntamento elettorale.

Il Max Turbatore

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