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Quando la cronaca finisce in minacce naziste a un giornalista

di Monica Di Carlo

Mi hanno sempre insegnato che non si scrive un articolo in prima persona e ho sempre sorriso di chi lo faceva. Questa volta, però, non vedo alternative, mi perdonerete. Giorni fa ho scritto dei pezzi su un fatto di cronaca “spicciola”. Ho scritto due volte (anzi tre, una il giorno dopo), sempre trattando la cosa come cronaca e non come politica. Non ho scritto nomi (a volte ci viene rimproverato che in alcuni casi non lo facciamo, ma è normale che sia così. Ci sono fatti in cui il nome conta poco e se uno commette un’inosservanza non è giusto esporlo alla lapidazione, mediatica o reale), ma l’autore scrive sulla sua bacheca che è stato lui. Quindi mi solleva dal dovere di tutela più morale che professionale.

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Qui i tre servizi pubblicati da GenovaQuotidiana.

Non ho trattato la cosa come politica, non la è. È cronaca schietta. Ho cercato di non prendere posizioni, a parte segnalare l’apologia, che per lo Stato italiano è reato, quindi cronaca. Ho messo in luce la difficile situazione della zona, tra ubriachi e spacciatori, proprio in uno dei luoghi più turistici della città. Lo ho fatto anche temendo che potesse essere scambiata per una giustificazione a un reato (l’apologia, appunto). Non era quella la mia intenzione.
Al secondo episodio ero presente. Prima dall’alto, da una finestra. Poi sono scesa in strada, dove c’erano i carabinieri e dove stava accadendo tutto quello che ho raccontato. Perché il mio mestiere, da oltre 30 anni, è fare cronaca e che mi conosce sa che non prendo parti e normalmente non parlo di politica. A uno dei diretti interessati, però, non sta bene. Ha scritto sulla mia bacheca, ha inviato mail, ha cercato di avere il mio numero di telefono. E ha scritto sulla propria bacheca queste minacce e questi insulti.

Il resto della della sua bacheca la dice lunga su di lui. Lascio il giudizio a voi pubblicando alcuni suoi post. Di minacce ai giornali ne arrivano a bizzeffe e ci mancherebbe che per ognuna ogni giornalista scrivesse un articolo. Ne riempiremmo le pagine. Ma questa è una vicenda della città. Lo è il degrado della zona (e non sto dicendo affatto che sia responsabilità del signor Sernissi, intendiamoci), lo è la situazione esplosiva che si è venuta a creare tra i vari soggetti, ben descritti nel secondo e terzo pezzo (e qui entra in causa anche lui).
Come persona, ho detto ai miei amici che se mi succedesse qualcosa sanno chi indicare alle forze di polizia (alle quali, comunque, stamane farò denuncia) come potenziale responsabile. Al signor Sernissi dico che non serve manipolare la bacheca adesso: ho gli screenshot e comunque Facebook tiene tutti i post per 5 anni ed è tenuto a fornirli su richiesta della magistratura.
Come giornalista, oltre a segnalare che questa città ha un problema in più (quello delle tensioni e dei confronti anche fisici nella porta di accesso al centro storico da parte dei turisti), dico a tutti che le minacce con me non servono: né velate né esplicite come questa. Non ho parti politiche, scrivo solo quello che vedo, non sposo le cause, ma i fatti. Sono libera e so che questo ha un prezzo. Mi scoccerebbe pagarlo solo per una banale rissa finita in trattamento sanitario volontario e non per un’inchiesta.

Credo valga la pena di pubblicare alcuni post della bacheca Facebook del signor Sernissi, anche se non riguardano me. Riguardano tutti.

Questo è il post del 22 agosto 2014. Se non sbaglio, subito dopo successe qualcosa. Chiederò ai carabinieri di valutare la reale pericolosità della minaccia a me anche in base a questo.

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