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Craviasco senza corrente elettrica e con la strada bloccata con un omicida a piede libero. Appello dei residenti

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di Monica Di Carlo

Craviasco, un pugno di case ordinate lungo la strada sulla collina, nel comune di Lumarzo. Facciate colorate, tetti d’ardesia e gerani alle finestre nei boschi fitti e aspri della Valfontanabuona. Ventitré abitanti per lo più anziani. Ora sono tutti lì, al buio per l’interruzione delle linee elettriche e con la strada bloccata dagli alberi caduti a causa del fortunale che tra il mare e le colline ha piegato pali della luce e giocato alla lippa con le tegole. Poi ha fatto tonnara di alberi strappandoli da terra e facendoli rovinare al suolo come in un enorme domino dalla costa all’entroterra. Le strade ora vengono liberate via via in ordine di quantità di traffico. Prima quelle dove transitano più auto, poi le altre. Che frequenza di traffico vuoi che abbia una strada che porta a una frazione di 23 abitanti, quasi tutti sopra i sessant’anni, che la percorrono solo di tanto in tanto per raggiungere qualche negozio dove fare la spesa o, la domenica, per la messa? Il guaio è che non ci sono alternative, che o si passa di lì o si sta a casa, al buio, appunto. In quelle case dove fino a una settimana fa la porta era sempre aperta, perché un paese di 23 anime è quasi una famiglia, nel bene e nel male e dove adesso la gente spranga tutto, porte e finestre, con ogni mezzo perché c’è in giro il mostro, l’assassino che ha ucciso con tre colpi di machete, che ha staccato la testa dal collo a uno di quei ventitré abitanti uscito un mattino alla ricerca di funghi in un bosco della zona e la sera ritrovato mezzo nudo in un burrone senza testa. Così gli abitanti ora escono solo in piena luce (come se questo fosse bastato a salvare la vita al loro concittadino), non possono telefonare perché la linea telefonica è caduta, non possono usare i cellulari. O, meglio, lo hanno fatto fino a che non si sono scaricati e poi non hanno più potuto metterli in carica, perché non c’è la corrente. I parenti a valle sono preoccupati. In fin dei conti per quei luoghi gira un assassino, che sia un folle o qualcuno che ce l’aveva col pensionato cacciatore. Forse quel nipote che aveva scelto di vivere nella natura e che la caccia no, non la ama affatto. È stato indagato dai carabinieri, ma chissà se è stato davvero lui. E se è lui il mostro che ha mozzato la testa al marito della zia e chissà se potrebbe farlo di nuovo di calare la mannaia sul collo di qualcuno?  Non sono ansiosi di scoprirlo i ventitré, anzi, ormai ventidue, abitanti del paese, che lì, isolati, si vedono già come i protagonisti di un giallo. Si vedono già “dieci piccoli indiani”, però in ventidue. L’appello parte da alcuni parenti a valle, congiunti di quel manipolo di “resistenti” che la frazione non l’ha mai abbandonata al quale si sono uniti coloro che, scesi da giovani in città per lavorare, hanno vissuto il ritorno alla “vita nei boschi” come un sogno realizzato al sopraggiungere dell’agognata pensione. L’appello è quello di fare presto, a riaprire la strada e a riattivare linee elettriche e telefoniche, perché così è un incubo, un film horror e magari si trattasse solo di una pellicola in 3D. Cala la sera ed è già terrore.

 

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